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Alzarci in Piedi una Seconda Volta
Il Secondo Bipedismo

Alzarci in Piedi una Seconda Volta

Episodio 1 di 13 · 9 minuti di lettura ·

Aggiornato il 22 giugno 2026

Perché questa serie esiste


Quando gli astronauti guardano la Terra dall’orbita, vedono qualcosa che da terra non si vede: un pianeta senza confini visibili, dove tutto è connesso. Michael Collins, pilota dell’Apollo 11, la descrisse minuscola e fragile, e tornò con l’urgenza di proteggerla. È un fenomeno noto: lo chiamano overview effect, il cambio di prospettiva che arriva guardando da lontano.

Non serve andare nello spazio per ottenerlo. Serve uno strumento che mostri ciò che da vicino è invisibile. Gli scienziati ne hanno uno che guarda non dall’alto ma in avanti, nel tempo: i modelli. Non danno certezze, ma rendono visibili tendenze, soglie, punti di non ritorno — la fragilità dei sistemi prima che ceda, nel clima come nella società. Potremmo chiamare questa capacità di vedere avanti nel tempo, per analogia, un foreview effect: l’etichetta è mia, ma la cosa che nomina è reale, ed è la capacità di pianificare, anticipare, valutare le conseguenze a vent’anni prima che arrivino.

Un secondo bipedismo

Per capire perché conta, vale la pena un salto indietro di milioni di anni. Quando i nostri antenati passarono alla postura eretta, il cambiamento non fu solo anatomico: alzarsi in piedi allargò l’orizzonte, rese i predatori visibili prima, diede più tempo per reagire. Quel primo «alzarsi» fu, in un certo senso, anche cognitivo — diede lungimiranza nello spazio.

Oggi la posta non è un predatore all’orizzonte della savana, ma minacce che maturano lentamente nel tempo — climatiche, democratiche, cognitive — e che hanno già segnali oggi. Per leggerle serve un secondo «alzarsi in piedi», non con il corpo ma con la mente: una postura cognitiva che permetta di vedere l’orizzonte temporale come la prima permise di vedere quello spaziale. È l’idea che dà il nome a questa serie. E qui sta il punto: questa capacità non è automatica. Si sviluppa, o non si sviluppa, a seconda delle condizioni — condizioni che, oggi, stiamo deteriorando.

Le condizioni che si deteriorano

Chi insegna riconosce la scena: chiedi attenzione per quindici minuti e gli sguardi scivolano via dopo tre; dai un’istruzione in due passaggi e metà classe ne esegue uno solo. Non è pigrizia né mancanza di intelligenza: è qualcosa che sta cambiando nel modo in cui quei cervelli lavorano. Questa scena, per ora, non ha una statistica cantonale che la quantifichi — è osservazione condivisa da molti docenti. Perché avvenga, come l’ambiente plasmi l’attenzione, è il filo che gli articoli seguenti srotolano.

C’è però un segnale che possiamo misurare: la fatica di chi insegna. La ricerca SUPSI-DFA Lavorare a scuola (2017), su 2.741 docenti ticinesi — circa metà del corpo insegnante pubblico cantonale — ha rilevato che un docente su cinque si colloca sopra la soglia di vigilanza per il rischio di esaurimento. Uno su cinque, non quattro su dieci come a volte si legge: già un numero che pesa, e che racconta un sistema sotto pressione. Non è un fallimento individuale; è il segnale di un sistema a cui si chiede l’impossibile — educare in profondità senza il tempo lento che la profondità richiede, mentre il contesto rema in direzione opposta.

Lo stesso deterioramento tocca altre due condizioni. La presenza: relazioni sostituite da connessioni, attenzioni dimezzate — fisicamente insieme, mentalmente altrove. E la noia: quel tempo senza stimoli in cui il cervello elaborava e immaginava, oggi riempito istantaneamente da uno scroll a ogni attesa. Non serve un disegno malevolo perché accada: basta un’economia dell’attenzione che massimizza l’engagement, descritta bene da chi quei sistemi li ha progettati e poi criticati (Harris, 2016). Il risultato è un terreno meno adatto a far crescere quella postura cognitiva proprio mentre ne avremmo più bisogno.

La candela, e cosa farne

Nel 1995 Carl Sagan descrisse la scienza come una candela nel buio: fragile, ma l’unica luce contro superstizione e manipolazione. I «demoni» che descriveva hanno solo cambiato forma — misinformazione, disinformazione, notizie fabbricate — e fanno leva su automatismi del nostro cervello: vedere relazioni dove non esistono, credere più facilmente a ciò che ci conferma, ricordare le storie meglio dei dati. Erano utili nella savana; oggi ci rendono vulnerabili.

Serve un equilibrio, non una posa: scetticismo senza cinismo, apertura senza credulità. Ed è qui che il discorso tocca chi educa, perché i bambini che oggi hanno otto anni voteranno tra dieci, e decideranno su questioni — clima, democrazia, tecnologie non ancora esistenti — con gli strumenti cognitivi che avranno costruito. La differenza la fa la capacità di distinguere «ho letto da qualche parte» da «la ricerca mostra». Non è cultura generale: è una delle infrastrutture su cui poggia una democrazia.

L’invito

Questa serie prova a tenere accesa quella candela. L’obiettivo non è proteggere i bambini dal mondo, ma equipaggiarli per il mondo: servono strumenti cognitivi, non muri. E vale anche per chi legge: non chiedo di credere, chiedo di capire, di valutare se ciò che scrivo regge — e di dissentire dove i ragionamenti non si accordano ai dati, così che eventuali errori si possano correggere.

Prima di parlare di cervelli, di evoluzione, di tecnologia, serve però uno strumento di base. Quando senti dire che «l’evoluzione è solo una teoria», o che qualcosa è «scientificamente provato», sai valutare se è vero? Distinguere una teoria da un’ipotesi, la scienza da un’opinione, è il primo strumento. Cominciamo da lì.

Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026: dati e fonti sono stati riallineati alle fonti primarie verificate, e sono state rimosse alcune affermazioni che la ricerca non sostiene.

Fonti scientifiche (5)
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