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Alzarci in Piedi una Seconda Volta
Il Secondo Bipedismo

Alzarci in Piedi una Seconda Volta

Episodio 1 di 13 · 7 minuti di lettura ·

Aggiornato il 12 agosto 2026

Quando gli astronauti guardano la Terra dall’orbita, vedono qualcosa che da terra non si vede: un pianeta senza confini visibili, dove tutto è connesso. Michael Collins, pilota dell’Apollo 11, scrisse che di Terre ce n’è una sola, «minuscola e fragile», e che bisogna allontanarsene di centomila miglia per capire fino in fondo la fortuna di viverci. È un fenomeno noto, e ha un nome dal 1987: overview effect (White, 1987), il cambio di prospettiva che arriva guardando da lontano.

Non serve andare nello spazio per ottenerlo. Serve uno strumento che mostri ciò che da vicino è invisibile. Gli scienziati ne hanno uno che guarda non dall’alto ma in avanti, nel tempo: i modelli. Non danno certezze, ma rendono visibili tendenze, soglie, punti di non ritorno — la fragilità dei sistemi prima che ceda, nel clima come nella società. Potremmo chiamare questa capacità di vedere avanti nel tempo, per analogia, un foreview effect: l’etichetta è mia, ma la cosa che nomina è reale, ed è la capacità di pianificare, anticipare, valutare le conseguenze a vent’anni prima che arrivino.

Un secondo bipedismo

Per capire perché conta, vale la pena un salto indietro di milioni di anni — e conviene farlo con la cautela che questa serie chiede fin dal titolo. Che i nostri antenati si siano alzati sulle due gambe è un fatto. Perché l’abbiano fatto no: sono state proposte spiegazioni diverse — il risparmio di energia, il trasporto, il calore, la vista — e nessuna ha vinto.

Quella che si racconta più spesso è anche fra le più fragili: l’antenato che si drizza nell’erba alta per avvistare i predatori. Fra gli scimpanzé alzarsi per sorvegliare è raro, e in una comunità che vive proprio in ambiente aperto uno studio durato quindici mesi ha trovato quasi tutto il camminare su due gambe sugli alberi, non a terra (Drummond-Clarke et al., 2022). Dai predatori, del resto, i nostri antenati si mettevano al sicuro salendo: l’arrampicata è rimasta parte del loro repertorio per milioni di anni dopo che camminavano già eretti (Stamos & Alemseged, 2023). L’ipotesi con più sostegno misurato è intanto la meno cinematografica di tutte — camminare eretti consuma molta meno energia che appoggiarsi alle nocche (Sockol, Raichlen & Pontzer, 2007).

Resta però un effetto che non dipende da quale ipotesi vincerà. Da in piedi si vede più lontano: non serve uno studio, è geometria. Qualunque sia stata la ragione della postura, l’orizzonte si allargò — e con l’orizzonte crebbe il tempo per accorgersi di qualcosa prima che arrivasse addosso. Quel primo «alzarsi» ebbe, in un certo senso, anche un effetto cognitivo: non perché ci siamo alzati per pensare meglio, ma perché chi vede prima ha più tempo per decidere.

Oggi ciò che ci minaccia matura lentamente nel tempo — clima, democrazia, attenzione — e manda segnali molto prima di arrivare. Per leggerli serve un secondo «alzarsi in piedi», non con il corpo ma con la mente: una postura cognitiva che allarghi l’orizzonte nel tempo come la prima lo allargò nello spazio. È l’idea che dà il nome a questa serie. E qui sta il punto: questa capacità non è automatica. Si sviluppa, o non si sviluppa, a seconda delle condizioni — condizioni che, oggi, stiamo deteriorando.

Le condizioni che si deteriorano

Chi insegna riconosce la scena: chiedi attenzione per quindici minuti e gli sguardi scivolano via dopo tre; dai un’istruzione in due passaggi e metà classe ne esegue uno solo. Chiamarla pigrizia, o scarsa intelligenza, è la spiegazione più a portata di mano, e ha il difetto di chiudere la questione invece di aprirla. Ma va detto subito con quale statuto la scena entra qui: non ha una rilevazione cantonale che la quantifichi — è osservazione condivisa fra docenti, e resta tale finché qualcuno non la misura. Se dietro ci sia davvero un cambiamento nel modo in cui quei cervelli lavorano, e quanto pesi l’ambiente nel plasmare l’attenzione, è la domanda che gli articoli seguenti srotolano — con quello che si sa e quello che non si sa.

C’è però un segnale che possiamo misurare: la fatica di chi insegna. La ricerca SUPSI-DFA Lavorare a scuola (2017), su 2.741 docenti ticinesi interpellati nel marzo 2014 — circa metà del corpo insegnante pubblico cantonale — ha rilevato che un docente su cinque si colloca sopra quella che i ricercatori chiamano «soglia di vigilanza».

Vale la pena sapere cosa significa, perché è il genere di cifra che circola deformata. Sopra soglia ci finisce chi risponde «spesso» o «sempre» ad almeno tre domande come «si sente sfinito alla fine di una giornata lavorativa?». Non è una diagnosi: è un contatore di risposte, costruito per accendere una spia prima che il problema diventi clinico. Dentro quel 20%, chi manifesta i sintomi in forma marcata è il 6%: trentuno docenti in tutto, su 2.741. La cifra che gira invece è «quattro su dieci in burnout», e da qui non viene. Uno su cinque sopra una soglia di attenzione, e trentuno persone con i sintomi conclamati: numeri più piccoli di quelli che si sentono dire, e che pesano di più, perché reggono. Non è un fallimento individuale; è il segnale di un sistema a cui si chiede l’impossibile — educare in profondità senza il tempo lento che la profondità richiede, mentre il contesto rema in direzione opposta.

Lo stesso deterioramento tocca altre due condizioni. La presenza: relazioni sostituite da connessioni, attenzioni dimezzate — fisicamente insieme, mentalmente altrove. E la noia: quel tempo senza stimoli in cui il cervello elaborava e immaginava, oggi riempito istantaneamente da uno scroll a ogni attesa. Non serve un disegno malevolo perché accada: basta un’economia dell’attenzione che massimizza l’engagement, descritta bene da chi quei sistemi li ha progettati e poi criticati (Harris, 2016). Il risultato è un terreno meno adatto a far crescere quella postura cognitiva proprio mentre ne avremmo più bisogno.

La candela, e cosa farne

Nel 1995 Carl Sagan descrisse la scienza come una candela nel buio, e la fragilità la prese sul serio: «la fiamma della candela guizza, la sua piccola aureola di luce trema, le tenebre si fanno più fitte». Non la chiamò però l’unica luce possibile — scrive che è «uno strumento di conoscenza tutt’altro che perfetto», solo «il migliore che abbiamo». La differenza conta, e questa serie la eredita: la scienza non si difende perché ha ragione, si usa perché finora è il modo meno peggiore che abbiamo trovato per accorgerci di avere torto. I «demoni» che Sagan descriveva hanno solo cambiato forma — misinformazione, disinformazione, notizie fabbricate — e fanno leva su automatismi del nostro cervello: vedere relazioni dove non esistono, credere più facilmente a ciò che ci conferma, ricordare le storie meglio dei dati. Sono scorciatoie che convenivano quando decidere in fretta contava più che decidere bene; oggi ci rendono aggredibili.

Serve un equilibrio, non una posa: scetticismo senza cinismo, apertura senza credulità. Ed è qui che il discorso tocca chi educa, perché i bambini che oggi hanno otto anni voteranno tra dieci, e decideranno su questioni — clima, democrazia, tecnologie non ancora esistenti — con gli strumenti cognitivi che avranno costruito. La differenza la fa la capacità di distinguere «ho letto da qualche parte» da «la ricerca mostra». Non è cultura generale: è una delle infrastrutture su cui poggia una democrazia.

L’invito

Questa serie prova a tenere accesa quella candela. L’obiettivo non è proteggere i bambini dal mondo, ma equipaggiarli per il mondo: servono strumenti cognitivi, non muri. E vale anche per chi legge: non chiedo di credere, chiedo di capire, di valutare se ciò che scrivo regge — e di dissentire dove i ragionamenti non si accordano ai dati, così che eventuali errori si possano correggere.

In questa pagina è successa tre volte la stessa cosa, e conviene nominarla prima di andare avanti. L’antenato che si alza per avvistare i predatori. I quattro docenti su dieci in burnout. Sagan ridotto a chi difende l’unica luce contro il buio. Tre storie che si raccontano bene — e tre versioni più piccole, meno memorabili, che reggono meglio. Non è una coincidenza: una storia circola per quanto è raccontabile, non per quanto è solida, e le due qualità non hanno nessuna ragione di coincidere.

Accorgersene è già qualcosa, ma non basta: «si racconta bene» non serve a distinguere una teoria da un’ipotesi, né la scienza da un’opinione. E quella distinzione è ciò che ti serve quando senti dire che «l’evoluzione è solo una teoria», o che qualcosa è «scientificamente provato». È lo strumento di base, e viene prima di cervelli, evoluzione e tecnologia. Cominciamo da lì.

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