GenitoriEducatoriTecnologie e mediaPanoramica serieFondamentiStrumentiBibliotecaGiochi EducativiContatti
Homo Narrans (Pt. 3) — Apofenia
Il Secondo Bipedismo

Homo Narrans (Pt. 3) — Apofenia

Episodio 9 di 13 · 11 minuti di lettura ·

Aggiornato il 5 agosto 2026

Vedere cause dove non ce ne sono

Tuo nipote tocca ferro quando passa un’ambulanza. Una collega non firma documenti importanti di venerdì. Metà del paese è convinta che una manciata di potenti si coordini in una stanza per decidere il mondo. Tre cose lontanissime tra loro, lo stesso identico meccanismo che gira sotto: un cervello che vede una causa dove c’è solo rumore.

Si chiama apofenia: la percezione di schemi o nessi causali in eventi che sono casuali o scollegati. Non è un difetto raro di qualche mente fragile. È una delle funzioni meglio riuscite che la selezione naturale ci abbia lasciato in testa — e la tendenza a percepire trame dove non ce ne sono predice le credenze nel paranormale e le teorie del complotto (van Prooijen et al., 2018): lo studio misura un’associazione, non una catena causale. Si era anche proposto che si accentui quando ci sentiamo in balìa degli eventi: che chi perde il controllo veda più schemi dove non ce ne sono (Whitson & Galinsky, 2008). Su quello, però, la ricerca successiva non ha retto: sette esperimenti non hanno ritrovato l’effetto, e la rianalisi della meta-analisi mostra forti segni di bias di pubblicazione (van Elk & Lodder, 2018). Lo lascio scritto perché è esattamente la cosa di cui parla questo articolo: uno schema che convinceva, e che alla verifica non c’era.

Nell’articolo precedente abbiamo visto come le narrazioni lunghe allenino le Funzioni Esecutive e come l’ambiente digitale frammentato sia associato a un loro sviluppo più debole. Adesso la domanda diventa più scomoda: cosa frena l’apofenia, quando l’ambiente smette di costruire gli strumenti che la frenano?

Partiamo da una stranezza. Se l’apofenia produce errori — fulmini scambiati per ira divina, sogni scambiati per premonizioni — perché trecentomila anni di selezione naturale non l’hanno spenta?

Perché un cervello che si sbaglia è sopravvissuto?

Perché sbagliare, in certe condizioni, costava molto meno che avere ragione.

Immagina due modi di stare nella savana. Il primo: senti un fruscio nell’erba alta e pensi “sarà il vento”. Nove volte su dieci è davvero il vento, e hai risparmiato energie. Una volta su dieci è un predatore, e quella volta è l’ultima. Il secondo modo: a ogni fruscio pensi “potrebbe essere qualcosa” e ti allontani. Nove volte su dieci scappi dal niente e perdi un po’ di calorie. Una volta su dieci avevi ragione, e sei ancora vivo per raccontarlo.

(I numeri qui sono un’illustrazione, non un dato: servono solo a mostrare la forma del problema.)

Quando il costo di un falso allarme è “un po’ di fatica sprecata” e il costo di un mancato allarme è “la morte”, un cervello che dà l’allarme troppo spesso batte un cervello che lo dà troppo di rado. Vedere un nesso che non c’è ti fa perdere tempo. Non vedere un nesso che c’è ti fa perdere la vita. La selezione naturale, davanti a questa asimmetria, ha scelto l’eccesso di allarmi.

Lo stesso vale per le storie. Per i nostri antenati era più sicuro credere a cento racconti tribali esagerati — “non attraversare quel fiume, ci vivono gli spiriti” — più l’unico racconto vero che salva la vita — “non mangiare quelle bacche, sono veleno” — che fare gli scettici e ignorarli tutti. Il cervello che cerca trame ovunque sopravvive e tramanda. Il cervello che chiede prove per ogni cosa, ogni tanto, muore prima di poterle chiedere.

L’apofenia, quindi, non è stupidità. È un sistema d’allarme tarato per un mondo dove sbagliare per eccesso era la scelta prudente. Il problema è che quel mondo non esiste più, e il sistema d’allarme è rimasto.

Il freno non è un muscolo: è un’abitudine che si impara

Se il cervello, lasciato a sé, vede cause dappertutto, cosa lo trattiene?

Per anni la divulgazione — e una versione precedente di questo stesso articolo — ha raccontato una storia pulita: c’è una zona del cervello, la corteccia prefrontale, che fa da freno, e basta allenarla per spegnere l’apofenia. È una storia elegante. Il problema è che nella letteratura che ho consultato quel meccanismo non c’è: il controllo inibitorio della corteccia prefrontale come interruttore che spegne la percezione di schemi spuri non è quello che gli studi descrivono. È una semplificazione che suona bene e non regge.

Quello che la ricerca mostra è meno pulito e più interessante. Il freno dell’apofenia non è una parte del cervello: è un modo di pensare. È il pensiero lento, analitico — la disposizione a fermarsi davanti a una coincidenza e chiedersi “è davvero una causa, o è solo caso?”. È la differenza tra la risposta immediata (“ho sognato lo zio e poi è morto: era un presagio”) e la domanda che arriva dopo (“quante volte ho sognato qualcuno senza che succedesse niente?”).

È qui che la ricerca dice qualcosa di meno pulito e più utile: questo pensiero non è il modo naturale di funzionare della mente. La ricerca suggerisce che l’illusione di vedere cause dove non ce ne sono si riduce attivando il pensiero analitico, e che il pensiero analitico — diversamente dall’apofenia — non viene da solo: va insegnato (Matute et al., 2015). Quello studio misura l’illusione causale in compiti di laboratorio; estenderla all’apofenia in senso largo — schemi, narrazioni, complotti — è un passo che faccio io. L’allarme sembra di serie. Il freno si installa con l’educazione, la pratica, le storie complesse, le domande di chi ti sta intorno.

Nessuno nasce capace di distinguere una causa da una coincidenza. È una competenza, e come tutte le competenze, se l’ambiente non la costruisce, non compare.

Cosa c’entra, allora, l’ambiente digitale?

C’entra perché incide proprio sugli strumenti che reggono quel pensiero lento.

Le Funzioni Esecutive — la memoria di lavoro, il controllo degli impulsi, la capacità di mantenere l’attenzione e la flessibilità cognitiva (Diamond, 2013) — sono l’impalcatura su cui il pensiero analitico può stare in piedi. Fermarsi a chiedersi “è davvero una causa?” richiede esattamente quelle capacità: tenere a mente più ipotesi, resistere alla prima conclusione, rimanere su un problema abbastanza a lungo da scioglierlo.

E una rassegna sistematica rapida — un formato più leggero della revisione piena — su dieci studi e oltre 231’000 bambini, trova che l’esposizione intensa alle tecnologie digitali è associata a Funzioni Esecutive più deboli — memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva, attenzione (Maeneja et al., 2025).

Qui serve onestà su cosa dice davvero quella rassegna. Associata non vuol dire causata. La stessa rassegna lo dice chiaramente: la sintesi è descrittiva, due studi su dieci non trovano alcuna associazione, e il peso di fattori come le condizioni socioeconomiche, la mediazione dei genitori e il tipo di contenuto è enorme. Non stiamo guardando una catena meccanica schermo, poi cervello rotto, poi complottista. Stiamo guardando una correlazione robusta ma sporca, dentro cui l’ambiente digitale è uno dei fattori, non l’unico interruttore.

Il quadro onesto è questo: l’apofenia è il default con cui nasciamo. Il pensiero analitico è il freno che si impara. Gli strumenti che reggono quel freno — le Funzioni Esecutive — si allenano in ambienti ricchi di relazione, attenzione condivisa e narrazione lunga, e si sviluppano più deboli in ambienti che offrono il contrario. L’ambiente digitale, quando sostituisce quei contesti invece di affiancarli, è associato a una versione più fragile di quel freno.

Non è una condanna. È un fattore di rischio. E i fattori di rischio, a differenza delle condanne, si possono spostare.

I fattori che si sommano

Nessuno di questi fattori, da solo, decide il destino di un bambino. Ma tendono a presentarsi insieme, e quando si sommano si rinforzano a vicenda.

La vulnerabilità di partenza. Il cervello umano nasce con una frazione del suo volume adulto — circa un terzo (Knickmeyer et al., 2008) — e gran parte si forma fuori dall’utero, modellandosi su ciò che l’ambiente gli mette davanti. Perché nasciamo così incompleti, e cosa ci abbia guadagnato la nostra specie, è la cornice dell’articolo di questa serie sul compromesso ostetrico. Questa apertura è una forza quando l’ambiente è ricco di relazioni autentiche, racconti lunghi, adulti presenti. Diventa una fragilità quando l’ambiente è frammentato e gli adulti sono assenti. La plasticità non giudica: si adatta fedelmente a ciò che trova.

Il tempo vuoto, riempito male. Prendete le ore fra la fine della scuola e la cena. I compiti finiscono prima, la cena non è ancora pronta, e restano delle ore senza niente di programmato dentro.

Quelle stesse ore, per la maggior parte della nostra storia, si riempivano in un modo solo. Nessuno le ha registrate, quindi qui sto ricostruendo — ma le alternative erano poche: qualcuno più vecchio che parlava, e degli altri fermi fino alla fine, perché al buio ce n’erano ancora meno. Storie, discussioni, giochi che allenavano memoria e attenzione. Non era un’attività pensata per educare qualcuno: era quello che c’era. (Come quel tempo sia nato, e perché il fuoco lo rese possibile, è il cuore di un altro articolo di questa serie.)

Sono le stesse ore. Oggi vengono spesso occupate da contenuti che intrattengono senza chiedere nulla: nessuna trama da seguire, nessuna attesa da tollerare, nessuna domanda da reggere.

E quelle sere non allenavano niente perché qualcuno le avesse progettate bene: allenavano perché erano vuote, e c’era qualcuno dentro. Il vuoto non è la parte da risolvere.

Le relazioni diradate. Il racconto attorno al fuoco aveva bisogno di tre cose: presenza fisica, attenzione condivisa, scambio in due direzioni — l’adulto racconta, il bambino chiede, l’adulto adatta. Oggi i ritmi del lavoro lasciano i genitori esausti, le famiglie sono spesso lontane dalla rete di nonni e parenti che per millenni ha cresciuto i bambini, e i vicinati non fanno più comunità. Così, quando la scuola finisce e le ore vuote si aprono, la domanda è semplice e dura: chi le riempie? Per una parte dei bambini c’è un doposcuola, una società sportiva, un’educatrice — adulti che quelle ore le presidiano per mestiere, ed è lavoro vero, non un ripiego. Per gli altri, spesso, uno schermo.

Il circolo che tende a rinforzarsi. Qui i fattori tendono a chiudersi ad anello. Meno relazioni profonde si associano a meno occasioni di allenare le Funzioni Esecutive; e Funzioni Esecutive più fragili possono rendere più faticoso costruire relazioni profonde — leggere le emozioni altrui, tollerare un conflitto, reggere una conversazione lunga. La solitudine che può accompagnarsi a tutto questo spinge di nuovo verso lo schermo come consolazione. Il quadro ecologico suggerisce un circolo che tende ad alimentarsi da sé.

E qui torna l’apofenia. Perché il freno che la trattiene — quel pensiero lento che non viene da solo — ha bisogno esattamente di ciò che il circolo erode: relazioni, attenzione, racconto, tempo. Più l’anello gira, più sottile diventa l’argine contro il vedere cause dove non ce ne sono.

Ma “si rinforza” non vuol dire “non si rompe”. Un anello che si autoalimenta è anche un anello che si può interrompere in più punti — una relazione, un’abitudine, un’ora di tempo restituita al racconto. Chi conosce i fattori sa almeno dove guardare: una relazione, un’abitudine, un’ora di tempo. Non è un metodo — è la lista dei punti in cui l’anello è più sottile.

Come siamo arrivati così in alto?

Mettiamo insieme i pezzi, senza forzarli in una catena che non esiste. C’è un cervello che nasce aperto e fragile. C’è un’apofenia di serie, eredità di un mondo in cui dare l’allarme troppo spesso era prudente. C’è un freno — il pensiero lento — che non viene da solo, ma si impara. E c’è un ambiente che, quando dirada relazioni e racconto, è associato a strumenti più deboli per reggere quel freno.

È un quadro più sobrio di “catastrofe inevitabile”, e proprio per questo più utile: ogni fattore è un punto su cui si può agire.

Ma resta una domanda più grande, e apre l’articolo che viene dopo. Se questo è il meccanismo — un cervello narrativo, vulnerabile, che vede trame ovunque — come ha fatto una specie del genere a non estinguersi, anzi a conquistare il pianeta?

Non è stata l’intelligenza del singolo. Non è stata la forza. È stata la capacità di accumulare: ogni generazione raccoglie ciò che la precedente ha scoperto e ci aggiunge un pezzo. È il cricchetto culturale — un meccanismo che comprime in poche generazioni ciò che l’evoluzione biologica impiegherebbe millenni a costruire.

Un cricchetto, però, ha una proprietà che lo rende affascinante e inquietante insieme: gira in una direzione sola. Finché gira nel verso giusto, accumula. E se cominciasse a girare al contrario?

Fonti scientifiche (7)
Prossimo episodio Il Cricchetto Culturale (Pt. 1)