La Mente Da Preda
Perché pensiamo ancora come nella savana
Ci sono due voi.
Uno che legge queste parole, lento, attento, razionale. E uno — più antico, più veloce, più forte — che in questo momento sta controllando se c’è pericolo nella stanza.
Non ve ne siete accorti. Ma lui sì.
Dal cervello alla mente
Avevamo lasciato il cervello: cinque strati, bricolage evolutivo, amigdala contro corteccia. Avevamo chiesto: come pensa, un organo così? Ecco la risposta: pensa doppio. E i due che pensano non sono sempre d’accordo.
Non equipaggiata per il mondo in cui viviamo. Cosa significa? Significa che per 200’000 anni, la mente di Homo sapiens si è evoluta per un ambiente specifico: la savana africana. Predatori, prede, tribù, scarsità. Poi, in un battito di ciglia evolutivo, tutto è cambiato.
La mente no. Reagiamo ancora come se il cibo potesse finire domani, come se ogni ombra fosse un predatore, come se ogni sconosciuto fosse una minaccia.
I discendenti di chi scappava prima di pensare
Siamo discendenti di chi scappava prima di pensare. Di chi vedeva un leone anche quando non c’era. Di chi decideva in un secondo se l’ombra era un amico o un nemico.
I prudenti sono sopravvissuti. I riflessivi sono stati mangiati.
Noi siamo figli dei prudenti. E portiamo le cicatrici della loro fretta.
«Discendiamo da animali che dovevano prendere decisioni veloci», scrive Telmo Pievani, «per riprodursi al momento giusto, per accaparrarsi una fonte di cibo incerta e preziosa, per sfuggire a un predatore anticipandone le mosse, per decidere in pochi secondi se avevano davanti un amico o un nemico.»
In un contesto del genere? «Non c’è tempo per riflettere o per improvvisare calcoli di probabilità.» Meglio eccedere in prudenza che essere morti. Meglio scappare cento volte per niente che restare una volta di troppo.
Il prezzo? «Una cascata di imperfezioni e decisioni a spanne.»
I due sistemi — Veloce e lento
Facciamo ordine. Come funziona, esattamente, questa fretta evolutiva?
Sistema 1 — Il pilota automatico delle emergenze
«Il primo sistema», scrive Pievani, «è evolutivamente antico e presiede alle nostre azioni riflesse, quotidiane, veloci, meno consapevoli e ponderate. Potremmo definirlo il sistema della routine e, al contempo, delle emergenze.»
Localizzazione anatomica? Amigdala, cervelletto, gangli basali. Le parti più antiche del cervello. Quelle che condividiamo con molti mammiferi.
Funzioni? Tutto ciò che fate senza pensare. Camminare. Respirare. Guidare su una strada familiare. Ma anche: reagire a un pericolo improvviso. Saltare indietro se qualcosa salta fuori. Alzare le mani se qualcosa vola verso il viso.
Veloce. Automatico. Inconscio. Potente.
Sistema 2 — Il deliberatore lento
«Il secondo sistema», continua Pievani, «è evolutivamente recente e presiede alle nostre azioni più deliberate, prodotte da una valutazione attenta e lenta delle informazioni di contesto. Potremmo definirlo il sistema del ragionamento logico.»
Localizzazione? Corteccia prefrontale. La parte più recente. Quella che ci distingue dagli altri primati.
Funzioni? Tutto ciò che richiede sforzo cognitivo. Calcolare. Pianificare. Valutare alternative. Inibire impulsi. Pensare in astratto. Ragionare per principi.
Lento. Faticoso. Consapevole. Fragile.
Il problema — Nessuno comanda davvero
Ecco il punto critico: «Nessuno dei due sistemi è necessariamente più razionale o più emotivo dell’altro», scrive Pievani. «Entrambi possono compiere egregiamente il loro ruolo ed entrambi sono stati fondamentali nella nostra evoluzione.»
Reagire istintivamente in certe situazioni è la scelta più razionale. Se vedete un’auto che sta per investirvi, non calcolate traiettorie e velocità. Saltate. Sistema 1. Veloce. Vitale.
Allo stesso modo, però, entrambi possono farvi commettere errori madornali. Perché? «Nessuno dei due infatti comanda definitivamente sull’altro e le reciproche interferenze tra intuizioni e riflessioni sono quanto di più imperfetto possa esserci per un mammifero autoproclamatosi ‘sapiens’. Uno cerca di controllare l’altro, e l’altro cerca di condizionare il primo.»
In soldoni: capita che quando dovremmo usare la testa, reagiamo di pancia; e viceversa quando lo scatto istintivo e inconscio dell’animale ci aiuterebbe, perdiamo tempo in quisquiglie.
Un’altra disparità evolutiva che genera cascate di difetti.
Razionalità ecologica — Non stupidi, solo calibrati altrove
Ma aspettate. Prima di concludere che siamo tutti irrazionali, serve una precisazione.
Gerd Gigerenzer, psicologo tedesco, l’ha spiegato perfettamente: «Abbiamo ereditato dal passato evolutivo una razionalità adattativa, contestuale, ecologica, che non è il massimo della logica e del calcolo probabilistico, ma ha funzionato nei contesti reali in cui dovevamo sopravvivere e riprodurci.»
In altre parole: non siamo irrazionali. Siamo razionali per un ALTRO ambiente.
«È come se avessimo in testa un atavico sensore, sempre acceso, per captare la presenza di nostri simili e prevedere le mosse di potenziali nemici», scrive Pievani.
Quel sensore ci ha tenuti in vita per 200’000 anni. Ma ora? Ora ci fa vedere pattern dove non esistono.
Macchine per credenze — Vedere ciò che non c’è
«Siamo insomma macchine per credenze», scrive Pievani. «Ne produciamo in quantità.»
E non è questione di ignoranza. È molto peggio: «Se vogliamo fortemente credere in qualcosa, più sappiamo, più ci informiamo e più la nostra mente cerca di incastrare le tessere del puzzle per confermare il preconcetto.»
Esempi quotidiani.
Correlazione → Causalità
Tendiamo ad attribuire relazioni causa-effetto tra fenomeni sconnessi. Avete fatto le scale stamattina? Bocciato all’esame nel pomeriggio? Colpa delle scale. Il che apre i serragli delle infinite superstizioni umane.
Generalizziamo da aneddoti o casi insufficienti. «Mio cugino ha fumato fino a 90 anni» = il fumo non fa male. Un caso. Contro milioni di studi epidemiologici. Ma il caso ci convince di più.
Apofenia — Il pattern che non c’è
Un fulmine cade vicino. Prima reazione? «È un messaggio.» Non: «Scarica elettrica per differenza di potenziale». Messaggio.
Un evento improbabile accade? «Non può essere un caso! Era destino.»
«E invece», conclude Pievani, «era proprio un caso.»
Teleologia e dualismo innati
«Le nostre menti hanno evoluto, per ragioni adattative oggi non più in essere, una forte tendenza a distinguere entità inerti, come gli oggetti fisici, da entità di natura psicologica, cioè agenti animati. Siamo insomma dualisti e animisti per natura.»
Vediamo intenzioni dove non ci sono. Il temporale non è “arrabbiato”. Il computer non vi “odia”. La natura non “vuole” niente. Ma la nostra mente, calibrata per leggere le intenzioni degli altri membri della tribù, proietta intenzioni su tutto.
Se un ingegnere presentasse questo software decisionale — un sistema che preferisce la velocità alla precisione, che vede pattern dove non esistono, che sconta il futuro come se non contasse — verrebbe licenziato.
Ma quell’ingegnere non esiste. E noi siamo bloccati con il software.
La memoria che tradisce
E la memoria? «La nostra è corta, tendenziosamente selettiva, distorta e frammentaria», scrive Pievani. «È né più e né meno che una memoria animale.»
Si attiva rapidamente, sì. È abilissima nel pescare indizi dal contesto. Ma al prezzo di una palese inaffidabilità.
«Non sappiamo dove si ammucchino i nostri ricordi nel cervello, forse un po’ dappertutto, ma di certo quando emergono alla coscienza li ritroviamo sbiaditi, li reinterpretiamo, li ricostruiamo, li emendiamo, li mescoliamo o semplicemente li perdiamo. Ricordiamo troppo o troppo poco.»
Effetti pratici?
- Se qualcuno ci delude, subito ci sovvengono tutte le sue manchevolezze passate. E viceversa: se ci piace, dimentichiamo i difetti.
- Sul web dimentichiamo la fonte. Ci basta leggere una notizia falsa due o tre volte per prenderla per buona.
- La nostra memoria corta ci induce a tornare raramente a controllare come è andata a finire una vicenda di cronaca.
- «E ovviamente ci fa ripetere, ciclicamente, gli stessi errori e gli stessi orrori, come nella storia.»
Non equipaggiati per il futuro
C’è un ultimo difetto. Forse il più grave.
«Prendere decisioni oggi, i cui effetti probabilistici saranno goduti dai nostri posteri, non è purtroppo una dote che ci è stata lasciata dalla natura», scrive Pievani. «Dobbiamo apprenderla con l’educazione e la cultura.»
Perché? «Nell’evoluzione conta solo il qui e ora. Quando si viveva poco e male, e la differenza fra la vita e la morte stava nel cogliere le occasioni del momento, il futuro era solo un’ipotesi astratta. Di conseguenza non siamo equipaggiati per la lungimiranza.»
Studi sperimentali lo confermano: la mente umana predilige il tutto-subito, anche se di meno, all’attesa di una ricompensa maggiore ma dilazionata. «Non è razionale, ma siamo fatti così.»
Le tentazioni del presente sono irresistibili. Alimentano la nostra radicata avidità e i nostri bisogni indotti. Siamo più propensi a comprare lo stesso oggetto se ce lo propongono a un prezzo maggiore, perché così ci sembra che valga di più.
«E ci chiamavamo Homo oeconomicus…»
Epilogo — Il paradosso circolare
Se foste il proprietario di un’azienda, affidereste i vostri interessi a un amministratore delegato così incoerente e inaffidabile?
Mettereste il vostro patrimonio nelle mani di un essere il cui cervello è così mal costruito che può andare in avaria da un momento all’altro? Un essere con memoria corta, selettiva, distorta? Un essere che preferisce gratificazioni immediate a vantaggi futuri? Un essere che vede pattern inesistenti e crede in correlazioni inventate?
Non c’è risposta. Perché è una domanda rivolta allo specchio.
Il paradosso è circolare.
Ma c’è qualcosa di peggio. La nostra mente non è solo mal equipaggiata per il futuro. È mal equipaggiata per il presente.
Perché il mondo in cui viviamo — questo mondo, oggi — non è il mondo per cui siamo stati calibrati. E il divario cresce ogni giorno.
C’è un nome per questa condizione: si chiama mismatch evolutivo. E non riguarda solo la mente. Riguarda tutto. Compreso il pianeta su cui viviamo.
Che, a proposito, non è stato costruito per noi.
Anzi.
Serie: Finestre sulla Disillusione Episodio 4 di 6
Fonte principale: Telmo Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, 2019, pp. 174-183
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