Le parti che muoiono
Nessuno ti avverte che, il giorno in cui nasce tuo figlio, comincia anche un funerale. Non il suo: il tuo. Una parte di te — quella che dormiva fino a tardi, che usciva senza preparare niente, che aveva ore vuote da riempire come voleva — smette di esistere, e nessuno la nomina. Non c’è una veglia, non c’è un saluto. C’è solo un bambino che ha bisogno di tutto, e tu che cominci a sparire un pezzo alla volta.
E insieme alla perdita arriva una cosa ancora più difficile da dire ad alta voce: che ami questo bambino con una forza che non sapevi di avere, e nello stesso istante rimpiangi la vita di prima, e a volte ce l’hai con lui per avertela tolta. Le due cose insieme, nello stesso petto. Sentirle entrambe ti sembra un tradimento — come se amarlo davvero dovesse cancellare tutto il resto.
Non è un difetto tuo, ed è più comune di quanto il silenzio lasci credere. La ricerca l’ha misurata e le ha dato un nome — ambivalenza — descrivendola come un’esperienza frequente nel diventare genitori (Martín-Sánchez et al., 2022). Una precisazione onesta da subito: gli studi che citerò riguardano soprattutto le madri; sul perché, e su cosa cambia per un padre, torno più avanti. Il problema, intanto, quasi sempre non è quello che senti. È il nome che gli dai.
Che nome diamo a tutto questo?
Quando provi tutto questo e non hai un nome giusto per dirlo, ne usi uno sbagliato. E quello che hai a portata di mano è quasi sempre lo stesso: «sono egoista», «non sono tagliato per fare il genitore», «se sento così, vuol dire che non lo amo abbastanza». Il nome cade su di te. Diventi tu il difetto.
Ne ho scritto altrove, a proposito dei demoni della mia infanzia: un nome falso non ti protegge, ti acceca. Non spiega il meccanismo, te lo nasconde — e su ciò che non vedi com’è non puoi agire. Vale per la paralisi nel sonno di un bambino e vale, identico, per la fatica di un genitore che non sa come chiamarla.
E che il nome pesi davvero non è solo un’impressione mia. Uno studio su madri alle prime armi ha trovato che il dolore dell’ambivalenza diventa acuto proprio quando chi la prova sente quei sentimenti come inaccettabili; guardarli invece con compassione — riconoscerli per quello che sono — permette di reggerli e di tornare a fare la madre con più calma (Raneberg & MacCallum, 2023). Lo studio misura questo: accettare i propri sentimenti fa meno male che giudicarli inammissibili. Io ci leggo la conferma di quello che ho vissuto — che il danno più grande non viene dal sentimento, ma dal nome sbagliato che gli mettiamo sopra.
Il nome giusto esiste (ed è quasi solo materno)
Da qualche anno la ricerca un nome giusto lo usa. La trasformazione di chi diventa madre si chiama matrescenza: un passaggio di crescita paragonato all’adolescenza, che rimette in discussione il corpo, le relazioni e soprattutto l’identità (Trinko et al., 2025). Come l’adolescenza, non è una malattia: è una fase, con un prima e un dopo, e con un sé da ricostruire — non da rimpiangere e basta.
E l’ambivalenza — amare e, insieme, rifiutare — non è la prova che qualcosa in te è rotto. La psicoterapeuta Rozsika Parker l’ha descritta come parte costitutiva del diventare madre, aggiungendo la distinzione che conta: esiste un’ambivalenza gestibile e una ingestibile (Parker, 2005). Quella gestibile, paradossalmente, aiuta — tiene desta l’attenzione su cosa accade tra te e tuo figlio. È un continuum, non un interruttore acceso o spento, e oggi esistono perfino strumenti per misurare dove ci si trova (Raneberg & MacCallum, 2024). Saperlo cambia la domanda: non più «sono un buon genitore o un mostro?», ma «dove sono, oggi, su questa linea?».
Qui devo essere onesto su una crepa, perché dice più di quanto sembri. Quasi tutto quello che ho appena citato riguarda le madri. La scienza ha costruito un vocabolario ricco per la trasformazione di chi partorisce, e quasi nessuno per quella dei padri. Io scrivo da padre, e per la mia esperienza un nome pronto, nella ricerca, quasi non c’è.
Ma è esattamente il punto di tutto questo discorso: un fenomeno senza nome è più difficile da gestire — e la trasformazione dei padri è, oggi, in larga parte un demone senza nome. Non perché non accada. Perché quasi nessuno l’ha ancora nominata.
Quando smette di essere una fase
C’è una soglia da saper riconoscere, perché qui smetto di parlare di una fase normale. Quando la fatica non è più ambivalenza che va e viene, ma si spegne in un buio che non passa — settimane, non giornate, in cui niente dà piacere e ti senti staccato da tutto — può essere depressione perinatale. Non riguarda solo le madri: le meta-analisi stimano che colpisca circa un padre su dieci, con un picco fra il terzo e il sesto mese dopo la nascita (Thiel et al., 2020; Tokumitsu et al., 2020).
Non è un fallimento, ed è una cosa per cui si chiede aiuto, esattamente come per un osso rotto. Anzi: qui dare il nome vero è il primo gesto di cura. Lo dici a qualcuno il cui mestiere è ascoltarlo — il medico di famiglia, un consultorio, uno psicoterapeuta — invece di tenerlo addosso e chiamarlo «sto solo facendo il pigro».
Restare a guardare
Dare il nome vero a tutto questo non riporta in vita le parti di te che sono morte. Non c’è un trucco che le resusciti, e non sto promettendo che, nominata la cosa, una mattina ti sveglierai sereno e in pace con la tua nuova vita. Non funziona così, e chi te lo promette ti sta vendendo qualcosa.
Quello che il nome vero fa è più piccolo, e più solido. Ti toglie di dosso la colpa di sentire quello che senti. Ti dice dove sei — su quel continuum, in quella fase — e ti mette in mano qualcosa su cui agire davvero: dormire quando puoi, chiedere aiuto prima di essere a secco, dire ad alta voce a chi ti sta vicino che ami tuo figlio e che stai facendo il lutto di chi eri, senza che le due cose si annullino. E, se il buio non passa, cercare chi sa aiutarti a nominarlo.
C’è una porta laterale, se quel non-detto non resta tra te e te ma si infila tra te e il tuo partner. Quando la trasformazione che nessuno ha nominato si indurisce in risentimento verso chi ti sta accanto, riconoscerlo è già qualcosa: esiste uno strumento di riconoscimento — non un test, una mappa di dove si è incagliata la rabbia — pensato per quella vena.
C’è un modo di leggere tutto questo come una condanna: diventare genitori significa restare a guardare le parti di sé che se ne vanno, una dopo l’altra, senza poterle trattenere. Ma c’è un’altra lettura. La parte di te che resta a guardare — quella che osserva la perdita e riesce a dirne il nome — è anche la parte che non è morta. È quella che, dando un nome a ciò che vede, smette di subirlo.
Le parti di te che muoiono, muoiono davvero: non lo nascondo dietro un lieto fine. Ma chi resta a guardarle può imparare a chiamarle per nome. E un genitore che sa nominare la propria trasformazione è anche quello che, un giorno, saprà accompagnare quella di suo figlio — dandogli in tempo il nome vero delle cose, invece di lasciarlo al buio a darsi la colpa.
Fonti scientifiche (7)
- Rozsika Parker (2005). "Torn in Two: The Experience of Maternal Ambivalence." Virago Press . ↗︎ fonte L'ambivalenza materna (amore e ostilità insieme) è costitutiva del diventare madre e si dispone su un continuum: gestibile (funzionale) o ingestibile (problematica).
- Martín-Sánchez, M. B., Martínez-Borba, V., Catalá, P., Osma, J., Peñacoba-Puente, C., & Suso-Ribera, C. (2022). "Development and psychometric properties of the maternal ambivalence scale in Spanish women." BMC Pregnancy and Childbirth , 22(1), 625. ↗︎ fonte L'ambivalenza materna — emozioni contrastanti sulla maternità — è frequente nel periodo perinatale (campione: 1424 donne).
- Raneberg, A., & MacCallum, F. (2023). "'Living in two worlds': A qualitative analysis of first-time mothers' experiences of maternal ambivalence." Journal of Reproductive and Infant Psychology , 42(5), 934-948. ↗︎ fonte Il distress dell'ambivalenza è acuto quando i sentimenti sono percepiti come inaccettabili; guardarli con compassione ne permette la gestione.
- Raneberg, A., & MacCallum, F. (2024). "Maternal Ambivalence Questionnaire (MAQ): Development and preliminary validation." Journal of Family Psychology , 38(5), 820-830. ↗︎ fonte L'ambivalenza materna esiste su un continuum da gestibile (sana) a ingestibile (problematica); strumento validato su 502 madri.
- Trinko, V., Sarewitz, J., & Athan, A. (2025). "Improving maternal well-being: a matrescence education pilot study for new mothers." Maternal Health, Neonatology and Perinatology , 11(1), 18. ↗︎ fonte La matrescenza — transizione alla maternità paragonabile all'adolescenza — coinvolge cambiamenti in più ambiti di vita e impatta l'identità materna.
- Thiel, F., Pittelkow, M.-M., Wittchen, H.-U., & Garthus-Niegel, S. (2020). "The Relationship Between Paternal and Maternal Depression During the Perinatal Period: A Systematic Review and Meta-Analysis." Frontiers in Psychiatry , 11, 563287. ↗︎ fonte Le meta-analisi stimano una prevalenza di depressione paterna nel periodo perinatale intorno al 10%.
- Tokumitsu, K., Sugawara, N., Maruo, K., Suzuki, T., Yasui-Furukori, N., & Shimoda, K. (2020). "Prevalence of perinatal depression among Japanese men: a meta-analysis." Annals of General Psychiatry , 19(1), 65. ↗︎ fonte Prevalenza della depressione perinatale paterna intorno al 10%, con picco fra il 3° e il 6° mese dopo la nascita.