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Il 37%: i bambini. Il 25%: noi.
Decisioni Cruciali

Il 37%: i bambini. Il 25%: noi.

9 minuti di lettura

Il 37% Riguarda I Bambini. Il 25% Riguarda Noi.

Il titolo lo avete visto passare. “Si fanno la pipì addosso, non conoscono i libri e non sanno tenere in mano una matita.” Un giornale ticinese, 22 aprile, un sondaggio inglese, due maestre svizzere. Il pezzo circola, ne parlate a cena, qualcuno lo manda in chat famiglia con un’emoji preoccupata.

Poi il pezzo elenca percentuali. Il 37% dei bambini non è pronto per la scuola. Il 26% non sa andare in bagno da solo. Il 28% non sa mangiare autonomamente. E poi due numeri che servono a chiudere la narrazione: l’80% dei bambini di cinque-sei anni sa usare bene il cellulare, il 90% alla pausa non riesce a spalmarsi il panino.

Tre di quei numeri vengono dal sondaggio inglese — il School Readiness Survey 2025 di Kindred Squared, condotto da Savanta su 1’076 operatori scolastici inglesi (Kindred Squared, 2026). Sono il 37%, il 26% e il 28%. Ho letto il report.

Gli altri due — l’80% sul cellulare e il 90% sul panino — non vengono dal sondaggio. Sono affermazioni delle due maestre svizzere intervistate, riportate tra virgolette, attribuite correttamente. Il giornale formalmente non bara: dice chi dice cosa.

Il problema non è formale. È cumulativo. Messi in fila uno sopra l’altro, i cinque numeri producono un allarme che nessuno dei cinque, singolarmente, produrrebbe a chi non si ferma. È la tecnica del collage: non stai mentendo, stai solo scegliendo cosa giustapporre. Il giornalismo del panico vive lì — non di bugie, ma di pesatura cumulativa. Tre dati di ricerca e due impressioni di maestre, impaginati nello stesso ritmo percentuale, sembrano un unico fronte di evidenza.

E l’effetto cumulativo fa il suo mestiere: ti distrae dal numero che non è nel titolo. Un dato vero, ricavabile dallo stesso sondaggio. Il giornale non l’ha scritto. Eccolo.

Il 25%

Il sondaggio chiede la stessa cosa a due gruppi diversi. Al personale scolastico — quelli che ricevono i bambini il primo giorno di settembre — e ai genitori di quei bambini. Quando chiedono agli insegnanti quanti bambini arrivano non pronti, la risposta è 37%. Quando chiedono ai genitori se il proprio figlio è pronto, l’88% dice di sì (Kindred Squared, 2026).

Tradotto sulla stessa scala: gli insegnanti, in aggregato, vedono pronto il 63% dei bambini (cioè il complementare del 37% non pronto). I genitori, sommando le risposte, vedono pronto l’88% dei propri figli. La distanza tra le due valutazioni è di 25 punti percentuali.

Quella distanza è il dato. Non il 37%.

Perché il 37% conferma un sospetto che già avevate: esiste un pezzo dell’infanzia che fatica a entrare nella forma “classe scolastica”. Sarebbe un dato grave — un bambino su tre. Ma il cervello che ci portiamo dietro dalla savana non pesa i numeri: li confronta. E il giornalismo del titolo lo sa benissimo. Tio mette il 37 tra l’80 e il 90 — due numeri aneddotici delle maestre — e l’allarme si amplifica. Ok, Tio sta solo facendo il suo lavoro. Perché per me è un ottimo assist per una riflessione che permette di scendere in profondità.

Perché quel 25% ricavato dai dati racconta qualcosa di molto più interessante: lo stesso bambino, in due posti diversi, è due bambini. Uno è il bambino di papà e mamma — capace, reattivo, vivo, “se lo conoscessi anche tu lo diresti”. L’altro è il bambino che entra in classe a settembre con altri venticinque bambini, e quel bambino non sa tenere una matita.

Due narrazioni divergenti sullo stesso bambino mettono a rischio la collaboranza scuola-famiglia — una delle cose peggiori che può accadere a un bambino in difficoltà. Senza un linguaggio comune sul bambino, gli adulti che lo crescono non parlano più della stessa persona. E lì la comunicazione subisce uno scossone.

Non è una contraddizione. Non è che qualcuno mente. È la differenza tra “mio figlio” e “un bambino fra altri bambini”. Ed è una differenza che si misura in occasioni date. Come quel panino.


Il panino non è un’autonomia. È un’occasione.

La parola “autonomia”, come viene usata nel pezzo di giornale, sembra indicare qualcosa che il bambino possiede o non possiede. Come se fosse un tratto — lui ce l’ha, lui no. E il titolo del giornale suggerisce la colpa: schermi, iperprotezione, un mondo troppo morbido.

Ma spalmare il panino non è un’autonomia. È un gesto che si impara quando qualcuno ti passa il coltellino di plastica e non si alza a farlo al posto tuo. Tenere una matita non è un’autonomia. È la conseguenza di centinaia di pomeriggi in cui qualcuno ti ha dato carta e pastelli invece di mettere un cartone animato. Aspettare mezz’ora senza mamma senza crollare non è un’autonomia. È quello che impara un bambino che, almeno ogni tanto, sta mezz’ora senza mamma.

Queste non sono capacità che maturano dentro il bambino come matura un dente. Sono occasioni date. Quando l’occasione manca, la capacità non nasce; non perché il bambino sia diverso, ma perché non gli è successo ancora.

C’è un punto in cui la ricerca peer-reviewed è rigorosa e va ascoltata: gli schermi sono associati a sviluppo del linguaggio, autoregolazione e funzionamento sociale con i pari (Gath et al., 2026, Developmental Psychology, N=6’281 bambini neozelandesi seguiti longitudinalmente). Ma anche lo studio più solido parla di associazione, non di nesso causale diretto sul “non sapersi pulire”. Non esiste, oggi, uno studio peer-reviewed che dica “il bambino non spalma il panino perché ha troppo cellulare”. Quello che esiste è un’altra cosa: il tempo passato con uno schermo è tempo non passato a spalmarsi il panino sotto lo sguardo paziente di qualcuno che ti dedica presenza autentica.

E quella presenza, a fine giornata, spesso non è ottenibile, perché il sistema che chiede a due adulti di reggere tutto ha già consumato le energie del giorno altrove. Per molte famiglie non si tratta di una scelta, ma di una necessità.

Gli schermi sono parte del problema, ma anche sintomo di un fenomeno più ampio: cioè il fatto che lo spazio relazionale si è ristretto. I bambini passano meno ore con altri bambini senza adulti che coordinano. I pomeriggi liberi sono diventati pomeriggi organizzati. I cortili sono vuoti. I cugini vivono altrove. Il vicino di casa non bussa più. E in quello spazio che si è ristretto, tante microscopiche occasioni — spalmare, aspettare, cadere, aggiustare, rialzarsi da solo — sono uscite dal menù. È la “versione bambini” dello spazio relazionale che si è ristretto: quando scompare la rete degli adulti, scompare anche la “palestra delle occasioni” dei bambini.


Chi vede meno, vede meglio il suo

Il gap di 25 punti, a questo punto, si capisce. I genitori non sbagliano quando dicono “il mio è pronto”. Il loro bambino, nel contesto in cui lo vedono — a casa, con loro, nei tempi loro — funziona. Si alimenta, si veste, comunica, risolve. L’insegnante dal canto suo non sbaglia quando dice il contrario. Il bambino che arriva a scuola è lo stesso bambino, ma in un contesto dove gli altri non gli passano il coltellino, non gli aggiustano la zip, non gli ricordano di andare in bagno. E in quel contesto, il bambino non ha ancora fatto abbastanza prove per cavarsela.

Non è un dramma pedagogico. È un problema di matematica delle occasioni. I bambini di oggi stanno fisicamente meno in contesti dove se la devono cavare da soli. Quindi arrivano a scuola con meno prove alle spalle. Gli insegnanti lo vedono e si preoccupano. I genitori lo vedono e non si preoccupano. Entrambi hanno ragione.

Eppure il pezzo, pubblicato il 22 aprile alle 21:00, ha superato le 50’000 letture in meno di ventiquattro ore. Decine di migliaia di genitori ticinesi hanno in mente la somma emotiva di cinque numeri, non il 25% che ne stava sotto.

E questo non è un difetto del giornale. È come funziona la società che abbiamo costruito: rumore su rumore, evidenza e impressione impaginate allo stesso modo, numeri drammatici in grassetto e numeri rivelatori da ricavare con calma. I genitori che leggono quell’articolo non escono con una decisione — escono con un’ansia. E l’ansia si rivolge a quel 90%, non al 25%. Si vigila il panino, si controlla il cellulare. Non si torna mai a
guardare
chi si
ha
davanti.

Cinque per aula

Adesso provate a tradurlo in persone. In una classe ticinese di scuola dell’infanzia — che mediamente conta 19,5 allievi (DECS, 2020/2021) — almeno cinque famiglie su venti vedono il proprio figlio in modo discordante da quello dell’insegnante. È un bound matematico minimo. Potrebbero essere di più.

Cinque su venti basta a far cambiare il sentire di un gruppo. Lo chiamano soglia critica (Centola et al., 2018).

Non perché tutte e cinque contestino la scuola — la maggior parte resterà silenziosa, alcune si chiariranno con la maestra in cinque minuti, altre vivranno la divergenza come dato di fatto senza farne narrativa. Ma in cinque famiglie c’è “massa” sufficiente perché basti una a innescare il sussurro nei gruppi Whatsapp di genitori — dice che il mio non è pronto, ma è bravissimo — e da lì il meccanismo che conosciamo: la maestra viene screditata non solo davanti a quei genitori, ma presumibilmente perde credito anche nei confronti del figlio del genitore che parla. E il figlio porta l’eco a scuola.

A quel punto anche la maestra è due maestre. Il genitore è due genitori. Il bambino è due bambini. Nessuno parla più della stessa persona. Da qui: triangolazioni, fronti contrapposti, ritiri reciproci. La collaborazione si incrina. E in mezzo c’è il bambino.

Ecco che a questa profondità iniziamo a delineare con maggior chiarezza il significato di quel 25%. Quando lo spazio relazionale tra adulti è ristretto, ogni voce stonata vale di più — perché non c’è più una rete di altri adulti che ricontestualizzano. La maestra non viene più vista come “una voce in un coro di adulti che si occupano di tuo figlio”. È “una voce isolata da contestare”. E chi è che più di tutti ne fa le spese? Spoiler: sono sempre i bambini.

Non è un problema di percentuali. È un problema di tessuto. Eppure di tessuto non si parla.


Perché un dato del genere non fa notizia?

Il 25% dovrebbe far notizia. Eccome se dovrebbe. Cinque famiglie per classe che vedono un bambino diverso da quello che vede l’insegnante, e il meccanismo di delegittimazione che ne può discendere, sono materiale pubblico — di interesse civico, non di curiosità statistica. Eppure il dato non c’è. Non nel titolo, non nei bullet, non nelle conversazioni che ne nascono. Perché?

Non per limiti di spazio. Per una decisione editoriale implicita — che, forse, non è mai stata detta ad alta voce perché non serve dirsela: si comunicano le informazioni per il tempo che si crede di avere davanti. E quel tempo, oggi, è sempre più corto.

Le notizie si scrivono calibrando cosa arriva e cosa scivola via, cosa fa restare agganciati e cosa invece fa chiudere l’app. Dentro quella calibrazione, il 25% è un dato che non paga abbastanza, perché chiede il lento lavoro di pensarci. Controintuitivo, al giorno d’oggi. Quanti sono disposti a muoversi intellettualmente in questo modo?

Non è un complotto. È un’abitudine che ci comprende tutti. Chi scrive, perché ha imparato cosa funziona. Chi legge, perché alle ventitré, dopo una giornata piena, un dato che chiede di tradurre due percentuali sulla stessa scala e tenere in mente due prospettive è un dato che non ha i secondi per arrivare.

Ma il problema non è la calibrazione. È cosa la calibrazione finisce per togliere.

Chiedetelo a Banksy: togliere il contrasto è togliere informazione. Ed è anche togliere palestra. L’informazione smette di essere un posto in cui uno sguardo si esercita a tenere insieme due punti di vista — e diventa un posto in cui un’emozione viene nominata, sentita, archiviata.

È questo che dovrebbe inquietarci, più del 37% stesso. Non che i bambini non siano pronti. Che, dietro un titolo così, abbiamo deciso, senza dirlo — chi scrive e chi legge, me compreso — che la complessità sia ormai una cosa che nessuno ha più il tempo di sostenere.

La storia di come questa abitudine si è installata — in chi scrive, in chi legge, in chi progetta i feed, in chi finanzia le redazioni, in chi avrebbe dovuto formare il pensiero lento prima del feed — è un’altra storia, e merita lo spazio che un titolo non può dare. La racconterò altrove.

Il giornalismo del titolo lavora sulla superficie. Non per cattiveria — perché il formato chiede così. Lo fa bene quando lo fa bene. Questo blog lavora sulla profondità: non per virtù, per funzione diversa. La superficie fa scivolare cinquantamila lettori in venti secondi. La profondità chiede venti minuti per duecento, e va bene così.

Questa postura mentale si chiama abissologia per un motivo banale: la comprensione che il feed non può ospitare va costruita altrove.


Bibliografia

Fonti scientifiche

Kindred Squared. (2026). School Readiness Survey 2025. Research conducted by Savanta. Campione: 1’076 primary school staff + 1’004 parents of children entering Reception in 2025. Fieldwork: 28 October – 17 November 2025, online. Recuperato da https://kindredsquared.org.uk/wp-content/uploads/2026/01/School-Readiness-Survey-January-2026-Kindred-Squared.pdf

Gath, M., Horwood, L. J., Gillon, G., McNeill, B., & Woodward, L. J. (2026). Longitudinal associations between screen time and children’s language, early educational skills, and peer social functioning. Developmental Psychology, pubblicato online 9 gennaio 2025. Studio longitudinale prospettico su 6’281 bambini (coorte “Growing Up in New Zealand”). DOI: 10.1037/dev0001907

Centola, D., Becker, J., Brackbill, D., & Baronchelli, A. (2018). Experimental evidence for tipping points in social convention. Science, 360(6393), 1116–1119. Studio sperimentale online (N=194 partecipanti, 10 gruppi indipendenti). Tipping point identificato intorno al ~25% di minoranza coordinata per ribaltare una convenzione di gruppo stabilita. DOI: 10.1126/science.aas8827

DECS Cantone Ticino. (2021). Allievi e sezioni delle scuole dell’infanzia pubbliche secondo il circondario, l’anno e il sesso, dal 2015-16 al 2022-23. Statistica allievi, Divisione della scuola. Anno scolastico 2020/2021: media di 19,5 allievi per sezione (limite legale: 25). https://www4.ti.ch/decs/ds/cosa-facciamo/statistica-allievi

Articolo oggetto del contrappunto

Keller, S. (2026, 22 aprile). Si fanno la pipì addosso, non conoscono i libri e non sanno tenere in mano una matita. tio.ch (ripreso da 20min.ch). https://www.tio.ch/svizzera/attualita/1919675/bambini-infanzia-scuola-molti-sa-conoscono-libri-mano-sanno-addosso

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