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La competenza che il curricolo nomina
Decisioni Cruciali

La competenza che il curricolo nomina

Episodio 27 · 10 minuti di lettura ·

Assemblea dei docenti, primo settembre. Istituto di scuola media ticinese, aula docenti, dieci minuti prima della seconda ora. Un docente di seconda — voce pacata — alza la mano. “Una domanda. Secondo il Piano di studio dovremmo sviluppare ‘Tecnologie e media’ come competenza trasversale. Qualcuno sa come si fa, concretamente, nella mia disciplina?”.

Quattro colleghi guardano. Nessuno risponde. Non per cattiveria. Non perché la domanda sia stupida — è esatta. Ma perché la risposta richiederebbe di nominare un vuoto che tutti, da anni, aggirano. Il Piano di studio della scuola dell’obbligo del Canton Ticino, nella sua versione perfezionata del 2022 (in vigore dall’anno scolastico 2023/24), dichiara la competenza. La nomina con tre aggettivi precisi — critico, creativo, consapevole. La colloca nella Formazione generale, area trasversale. Quello che il documento NON specifica è come si insegna, come si valuta, chi forma chi a farlo.

Una competenza nominata in un curricolo non è una competenza che il sistema sa coltivare. Fra le due cose c’è un’infrastruttura formativa che, in Ticino come altrove, è ancora largamente da costruire. Questo articolo prova a nominare lo spazio fra le due — senza accusa, perché si tratta di un fatto strutturale, non di una scelta cattiva.


Cosa dice il PdS, e cosa NON dice

Il PdS — già nominato sopra — colloca la competenza nell’area Formazione generale e competenze trasversali e la formula come “utilizzare le tecnologie e i media digitali in modo critico, creativo e consapevole, per creare, apprendere e partecipare attivamente alla società”. Tre aggettivi calibrati:

La formulazione è ambiziosa. Riconosce che la competenza non è tecnica (saper usare un device) ma posturale (un certo modo di stare nell’ambiente mediale). È in linea con il Lehrplan 21, il quadro analogo della Svizzera tedesca, che dedica una sezione strutturata al Modul Medien und Informatik.

Quello che il documento non dice — e che nessun documento curricolare può dire al posto del sistema-formazione che lo applica — è il come. Non specifica:

Il PdS è un documento di cosa. Il sistema deve fornire il come. La distanza fra i due è il vero terreno operativo. E quella distanza, oggi, in Ticino, è ancora molto larga.


Dove vive la competenza nel docente medio

Il docente medio di scuola media ticinese non è arrivato in classe già attrezzato a sviluppare “Tecnologie e media”. Quasi nessuno lo è. La sua formazione iniziale al DFA — Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI prevede un modulo specifico — “Tecnologie e media I” — da due crediti su due semestri all’interno del bachelor scuola elementare: esiste, è dichiarato, non è opzionale. La domanda non è se ci sia un modulo, ma se due crediti su centottanta siano proporzionali al peso della competenza trasversale come dichiarato dal Piano di studio. Due crediti sono un’introduzione. Per una postura coltivata nel tempo serve un’esposizione che oggi il bachelor non prevede a quel livello.

Per quanto riguarda la formazione continua, l’offerta DFA è più strutturata di quanto sembri da fuori. Esiste un CAS dedicato — “Tecnologie e media nel primo e secondo ciclo”, 11 crediti su quattro semestri, modalità presenza a Locarno con supplenza SESCO garantita. Esiste un catalogo annuale di moduli brevi che alterna temi strumentali (“didattica digitale”, “uso degli strumenti”, “cybersicurezza”) a temi posturali (“orientamento critico nell’ambiente mediatico”). La distinzione fra strumentale e posturale è importante: un corso su “come usare Padlet in aula” è un corso strumentale; un corso su “come accompagnare gli allievi a sviluppare un orientamento critico nell’ambiente mediatico” è un corso posturale. I primi sono presenti in quantità maggiore. I secondi esistono — il CAS soprattutto — ma raggiungono il docente che li sceglie, e non sempre il docente che ne avrebbe più bisogno.

Quello che il docente fa, di fronte a questo vuoto, è quello che si può umanamente fare: improvvisa. Intuisce. Sperimenta. Alcuni docenti, per biografia personale (un interesse per il tema, un partner che lavora nel settore, un’esperienza formativa fortunata) sviluppano un proprio canone autonomo e fanno cose brillanti. Altri si rifugiano nel programma di disciplina, perché lì almeno il terreno è chiaro. La maggioranza prova qualcosa, raccoglie riscontri ambivalenti, e dopo due o tre anni abbandona o riduce drasticamente l’investimento.

Il risultato pratico è che il successo dello sviluppo della competenza dipende dalla biografia singola del docente che capita, non dal sistema che la dichiara. Per gli allievi che hanno la fortuna di incontrare la docente giusta, qualcosa di reale accade. Per gli altri, il PdS resta etichetta.


Tre livelli di vuoto formativo

Il vuoto si compone di almeno tre piani sovrapposti.

Primo piano: formazione iniziale. Il bachelor DFA ha un numero finito di crediti, contesa fra didattica disciplinare, pedagogia generale, pratica professionale, valutazione, gestione della classe, inclusione. Esiste un modulo “Tecnologie e media I” da due crediti (due semestri) nel piano studi del bachelor scuola elementare — esiste, è formalmente strutturato, non è un opzionale. Il problema non è l’assenza, è la scala: due crediti su un percorso di centottanta non sono proporzionali al peso che la competenza dovrebbe avere come trasversale. Il neodocente entra in classe formalmente esposto al tema, sostanzialmente attrezzato per un’introduzione, non per una pratica sostenuta nel tempo.

Secondo piano: formazione continua. Esiste un’offerta. È volontaria. Il docente che la sceglie è già motivato (e quindi probabilmente già attivo sul tema). Il docente che ne avrebbe più bisogno — quello che evita il tema perché lo sente lontano dal suo terreno — è anche quello che meno probabilmente si iscriverà. La formazione continua per definizione non raggiunge in modo sistematico chi non la cerca.

Terzo piano: accompagnamento di istituto. Tra la formazione e l’aula c’è uno spazio enorme, che è quello in cui i nuovi modi di insegnare si consolidano (o si dissolvono): la pratica quotidiana. Chi accompagna il docente che sperimenta? Chi torna in classe con lui sei mesi dopo a vedere come è andata? Chi mette in connessione due docenti dello stesso istituto che stanno facendo cose simili da soli? Quasi nessuno. La letteratura sull’apprendimento professionale dei docenti — da Joyce & Showers (1980, 2002) a Hargreaves & Fullan (2012) — converge su un punto: il modello “formazione in aula → applicazione individuale → riscontro non strutturato” produce trasferimento limitato rispetto a modelli che integrano pratica accompagnata e comunità di pratica nel tempo.

I tre piani producono insieme l’effetto che si vede: una competenza dichiarata, un docente che ci prova in solitudine, un sistema che non sa misurare se la cosa stia funzionando.


Il versante valutazione

C’è un livello sotto, ed è in qualche modo il più tagliente.

Le competenze trasversali del PdS — Tecnologie e media inclusa — non vengono valutate nei certificati di fine anno con una nota distinta. Il Regolamento della scuola media (RL 412.110) prevede che il rapporto semestrale descriva le acquisizioni dell’allievo “rispetto all’apprendimento disciplinare, alle competenze trasversali e al comportamento” (art. 44), ma il documento di fine anno sintetizza i traguardi attraverso le note 2-6 sulle materie. Le competenze trasversali compaiono come elemento descrittivo nei rapporti intermedi, non come nota formale nei certificati finali. Non si trova, in una pagella ticinese, una riga del tipo “Sviluppo della competenza Tecnologie e media: buono / sufficiente / da consolidare”. La conseguenza implicita è che, agli occhi del sistema, la competenza non vale come una nota. Il messaggio implicito al docente è: spendici tempo se vuoi, ma non rientra fra ciò di cui devi rendere conto. Il messaggio implicito alla famiglia è: non fa parte di ciò che valutiamo, quindi non fa parte di ciò che misuriamo.

Quando una competenza è dichiarata centrale ma non entra nel sistema di valutazione formale, la sua centralità rischia di restare rituale. Tutti la nominano. Pochi la coltivano. Nessuno la verifica con peso certificativo. Il docente che dovrebbe svilupparla riceve il segnale che il sistema non si attende di rendergliene conto. La motivazione professionale a investirvi cala — non per cinismo, ma per economia di energia: il docente medio ha già il proprio tempo saturato dai compiti per cui il sistema gli chiede conto.


Quattro mosse possibili

Nominare il vuoto non basta. Servono mosse. Ne propongo quattro, in ordine di realismo crescente.

Un corso DFA dedicato di trenta-quaranta ore con accompagnamento di anno. Non un seminario di tre giorni, non un MOOC. Un percorso strutturato che combini formazione, sperimentazione in classe, ritorno con un mentore, condivisione fra pari. La letteratura sull’apprendimento professionale dei docenti è chiara: i corsi che producono trasferimento reale hanno tre componenti — input, pratica accompagnata, comunità di pratica nel tempo.

Un tandem docente + mediatore digitale. Una figura nuova, da inventare nel sistema scolastico ticinese: un professionista (non docente di disciplina, non informatico, ma educatore con formazione specifica sull’ambiente mediale) che entra in istituto una volta a settimana, lavora a fianco dei docenti, accompagna esperienze. Esiste in alcuni sistemi scolastici nordeuropei. In Ticino non esiste ancora.

Tempo curricolare dichiarato. Un’ora a settimana di “tutoraggio metacognitivo”, in cui non si fa disciplina ma si lavora esplicitamente sulla competenza trasversale. Sottratta alla ricreazione? Ricavata dalle ore di studio assistito? Il tempo è zero-sum, va detto da dove viene. Ma finché la competenza non ha un suo spazio dedicato, resta residuo di altre ore.

Patto scuola-famiglia formalizzato all’inizio dell’anno. Non il colloquio di dieci minuti del primo trimestre. Una lettera dell’istituto che dichiari: questo è quello che proviamo a costruire sull’ambiente digitale, questo è quello che chiediamo alle famiglie, questo è quello che proponiamo come collaborazione. Due pagine. Una volta all’anno. Già sarebbe rivoluzione. (Il divieto smartphone in vigore dal 30 marzo 2026 protegge cinque ore al giorno e lascia scoperte le altre diciannove — il patto serve esattamente a riempire quel vuoto, non a sostituire il divieto.)

Le prime tre mosse richiedono volontà politica e investimento — agiscono sul sistema-formazione. La quarta è diversa: la può attivare ogni singolo istituto, anche domani, senza aspettare che il sistema si muova. Vale la pena nominarne la distinzione: tre mosse-di-sistema, una mossa-di-istituto. Nessuna delle quattro è impossibile.


Tornare all’assemblea

Riprendiamo la scena dell’inizio — il docente che aveva fatto la domanda, i quattro colleghi che non avevano risposto. Cosa servirebbe perché, sei mesi dopo, in quella stessa sala, la domanda non fosse più sospesa?

Servirebbe che le mosse del paragrafo precedente non restassero teoriche. Il docente avrebbe potuto iscriversi al CAS “Tecnologie e media nel primo e secondo ciclo” al DFA della SUPSI — 11 crediti su quattro semestri, mercoledì mattina con supplenza garantita: il corso esiste, è documentato sopra. Avrebbe potuto trovare due colleghe del suo istituto disposte a parlare delle proprie classi un pomeriggio a settimana — non un dispositivo formale, una pratica di pari. Avrebbe potuto provare un progetto trasversale di otto settimane, condividerlo, ricalibrarlo.

Lo scrivo al condizionale, perché non è un caso che abbia documentato. È lo scenario che le quattro mosse di sopra rendono realizzabile, se attivate. Il punto dell’articolo non è dichiarare che è già successo: è nominare il fatto che oggi, in molti istituti scolastici ticinesi, la domanda iniziale resta sospesa perché le condizioni perché trovi risposta non sono ancora costruite. Quando le condizioni ci saranno, la scena del condizionale diventerà la scena dell’indicativo. Non prima.

Da lì può cominciare qualcos’altro.


Una nota di trasparenza. Le due scene di questo articolo — la assemblea dei docenti del primo settembre e il suo ritorno sei mesi dopo — sono composite, non riferite a una persona o a un episodio specifico. Quello che le sostiene viene da conversazioni con docenti e da fatti documentati nel corpo dell’articolo (esistenza del CAS DFA, articolazione del bachelor SUPSI, regolamento valutazione, rapporti Eurydice). La cornice è verificata. La scena è dispositivo narrativo onesto.

Fonti scientifiche (4)