GenitoriEducatoriTecnologie e mediaPanoramica serieFondamentiStrumentiBibliotecaGiochi EducativiContatti
Il docente in attrito ecologico
Decisioni Cruciali

Il docente in attrito ecologico

Episodio 26 · 4 minuti di lettura ·

Lunedì mattina, scuola media, classe seconda. La docente è entrata nel suo primo anno di carriera sei mesi fa. Ha preparato l’attività con cura, sabato sera. L’idea è semplice: portare in classe un reel TikTok visto dai ragazzi nel weekend, analizzarlo insieme — come è fatto, quali emozioni cerca di attivare, perché funziona. Lavorare sulla competenza trasversale “Tecnologie e media” che il Piano di studio le chiede di sviluppare, partendo da qualcosa che vivono davvero.

Apre. Tre minuti dopo, capisce.

Due ragazzi citano il reel a memoria, ridono complici di una battuta che gli altri non capiscono. Una ragazza non sa di cosa stiano parlando — non aveva il telefono nel weekend, decisione di famiglia che lei sente come piombo, e vorrebbe sparire sotto il banco. Un ragazzo è venuto senza aver dormito perché ha giocato online fino alle due, gli occhi gli si chiudono. Tre sembrano da un’altra parte, gli occhi fuori dalla scena della classe — la mente ancora dentro il feed di ieri sera, o già nell’attesa di quello di stasera. Una bambina sta scrivendo una poesia sul quaderno — disegna petali piccoli intorno alle parole.

La docente prova a tenere l’attività. Capisce in tempo reale, mentre prova, che la classe non è un sistema sincrono. È la sovrapposizione di sette o otto case diverse. Chi è arrivato saturato di stimolazione fa fatica a stare nell’analisi lenta. Chi è arrivato fuori dal flusso si sente straniero. Chi è arrivato esausto cade. Chi è arrivato pieno di mondo interiore vorrebbe restare lì. Quello che lei ha preparato — un’unica conversazione comune sull’ambiente digitale che dovrebbero condividere — arriva da quattro o cinque direzioni differenti, e nessuna direzione è esattamente quella che ha pensato.

Tira a casa l’ora. La cosa funziona, sì, formalmente. C’è dialogo, ci sono spunti, qualcuno dice qualcosa di vero. Ma lei sa che il pezzo che voleva costruire — la postura comune verso l’ambiente mediatico, il piccolo allenamento di sguardo critico — quello, oggi, si è formato solo per metà. Per un terzo. Per quei tre o quattro che erano già pronti. Per gli altri il pezzo si è perso prima ancora di cominciare, perché la sera prima la giornata era arrivata in classe diversa per ognuno.

Alle quindici esce. Al parcheggio incontra una collega che insegna lì da quasi trent’anni. La collega chiede “come è andata?”. Lei racconta in tre frasi, senza drammi. La collega ascolta. Tace. Poi dice una cosa sola, guardando l’asfalto: “Sai, tutto quello che proviamo a costruire qui dentro, la sera lo disfa qualcosa che non vediamo”. Lei non risponde subito. La collega non aggiunge nulla. Salgono in auto. La docente al primo anno torna a casa con quella frase addosso.

A casa pensa che la collega ha torto e ragione insieme. Torto, perché non è “qualcosa che non si vede” — si vede benissimo, anzi è quello che i ragazzi vedono ogni sera per ore, è la cosa più visibile che c’è nelle loro vite. Ragione, perché quello che lei prova a costruire la mattina — un certo modo di stare in piedi davanti agli stimoli, di ritmare, di valutare, di chiedersi — quel certo modo non ha quasi nessuno spazio dove esercitarsi al di fuori della sua aula. La sera ci sono altre cose, molto più presenti di lei, che spingono in una direzione opposta — non perché siano cattive, ma perché sono progettate per altre logiche. Lei costruisce in un senso. L’ecosistema, intorno, spinge nell’altro. Non è metafora: è il regime quotidiano del suo mestiere. Lavora in attrito — quello che l’aula compone, fuori si scompone; quello che fuori si forma, l’aula prova a riformulare. Il termine non lo userebbe lei. Ma è quello, esattamente.

Si chiede, davanti alla finestra: che mestiere sto facendo, esattamente?. Costruisco competenze, o cerco di tenere in piedi le condizioni perché qualcosa si possa cominciare a costruire? E se è la seconda — è ancora insegnare, o è qualcos’altro?

Non lo sa. Non lo decide stasera. Va a letto.

Domattina riaprirà la classe.


Una nota di trasparenza. Chi scrive non è docente. Quello che è qui sopra viene da conversazioni con docenti — non da esperienza diretta in aula. La scena è composita, non riferita a una persona specifica. Se chi insegna la legge e si riconosce, è perché la cosa che descrive succede in molte classi diverse, e perché chi me l’ha raccontata sapeva farlo bene. La quota di verità è loro. Gli errori, miei.