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Si Fa Ciò Che È Comodo — Lo Stesso Abisso
Decisioni Cruciali

Si Fa Ciò Che È Comodo — Lo Stesso Abisso

15 minuti di lettura ·

Aggiornato il 28 luglio 2026

Mezzo mondo, in questi mesi, sta correndo a mettere regole tra gli adolescenti e i social. La spinta ha un volto preciso, e duro: in Spagna i suicidi fra gli under 25 sono aumentati del 50% fra il 2017 e il 2022, e nel 2024 78 adolescenti si sono tolti la vita, il 18% in più dell’anno prima (statistiche nazionali spagnole, INE e Ministero della Salute); i ricoveri ospedalieri di adolescenti per comportamento suicidario sono cresciuti nell’ultimo decennio, e il 73% riguarda ragazze (Soriano et al., 2024). Numeri che spiegano perché i governi non riescano più a far finta di niente.

La Spagna ha risposto. L’Australia ha risposto. Il Regno Unito, a giugno 2026, ha annunciato la sua mossa. La Francia e la Danimarca ci stanno lavorando. In tutto il mondo, governi stanno discutendo qualche forma di intervento.

Ma la crisi non è solo spagnola. E qui conviene guardare da vicino il dato che di solito si cita per spiegarla. La sintesi più ampia disponibile ha messo insieme 143 studi e oltre un milione di adolescenti (Fassi et al., 2024): un legame fra tempo sui social e sintomi di ansia e depressione lo trova, ma è debole — una correlazione di 0,12 su tutti i campioni, che significa poco più di niente sul singolo ragazzo. E la conclusione che gli autori mettono in prima riga non è quella che ci si aspetta: dicono che sui casi clinici la ricerca praticamente non esiste — appena l’undici per cento delle misure — e che senza quella non si può dire granché su chi sta male davvero. La Spagna non ha necessariamente dati peggiori degli altri paesi europei. Ha reagito prima. La differenza è chi sta reagendo — e come. I governi hanno scelto di intervenire sui social media, che è il fattore più visibile. Che sia anche il più pesante è tutt’altro che stabilito: l’avviso del Surgeon General americano parla di «ampi indicatori» di rischio e, nello stesso documento, dedica due sezioni a ciò che non sappiamo ancora (U.S. Surgeon General, 2023). Perché vietare un’app è legislabile. Intervenire sulla povertà, sull’instabilità familiare o sulla pressione scolastica richiede decenni e scelte impopolari. Ma è su questo fattore che si sta giocando la partita politica.


Chi sta facendo di più

La Spagna non si è limitata a vietare. Il suo disegno di legge organica — l’anteproyecto approvato dal Consiglio dei ministri nel 2024 e rilanciato dal premier Sánchez nel febbraio 2026, ma a oggi ancora in iter parlamentare — è il progetto più completo d’Europa sulla protezione dei minori nel digitale: divieto di accesso ai social sotto i 16 anni, ma anche obbligo per le scuole di regolamentare l’uso dei dispositivi in classe, formazione obbligatoria per docenti e famiglie sulla competenza digitale, e un sistema sanitario per la prevenzione e il trattamento precoce delle patologie legate all’uso inappropriato degli schermi (Gobierno de España, 2024; annuncio Sánchez, 2026).

Non è un divieto e basta. È un’architettura: norme + scuola + sanità + co-regolazione. La risposta politica più strutturata che l’Europa abbia progettato finora — anche se, va detto, è ancora un progetto e non una legge in vigore. La Spagna è un modello di ambizione.

L’Australia ha preso una strada diversa. Il suo Online Safety Amendment Act, votato nel 2024 ed entrato in vigore il 10 dicembre 2025, è una legge piattaforma-centrica: obbliga i social a impedire l’accesso agli under 16, ma non impone programmi scolastici o sanitari. Con un dettaglio che vale la pena notare: è — paradossalmente — l’unico di questi divieti già davvero operativo. La Spagna è ancora un progetto in parlamento, il Regno Unito è alla proposta. Il paese che secondo molti “fa meno” è l’unico che ha già chiuso la porta per legge. 4,7 milioni di account bloccati nel primo mese (eSafety Commissioner, 2026) — impressionante, finché non leggi il dato successivo: circa un adolescente su venti aggira il blocco ricorrendo a una VPN (Molly Rose Foundation, 2026). E sono solo quelli che riusciamo a contare — molti altri usano l’identità di un genitore o altri espedienti.

E poi il Regno Unito. A giugno 2026, dopo una consultazione pubblica in cui la maggioranza dei genitori si è detta favorevole, il governo di Keir Starmer ha annunciato l’intenzione di vietare i social agli under 16: piattaforme come TikTok, Instagram, Snapchat, YouTube, Facebook e X — con la messaggistica tipo WhatsApp esclusa — più il blocco di funzioni come la diretta streaming e il contatto con sconosciuti per i minori. L’iter parlamentare è atteso entro fine anno e l’applicazione — affidata a Ofcom, l’autorità di regolazione — non prima del 2027 (governo del Regno Unito, 2026). Al momento in cui scriviamo è un annuncio, non ancora una legge votata. Ma la forma è la stessa: una soglia anagrafica e una verifica dell’età. Un’altra porta da chiudere dall’esterno.

La Spagna merita credito. L’Australia e il Regno Unito stanno facendo qualcosa. Ma c’è un pezzo che manca a tutte — e lo vedremo tra poco.


E la Svizzera?

La Svizzera ha preso un’altra strada. Niente divieto — educazione digitale. “Tecnologie e media” è una competenza trasversale nel piano di studio della scuola dell’obbligo. Suona bene.

Un tassello che il quadro qui sopra non coglie: anche in Svizzera il divieto è ormai sul tavolo. Nel marzo 2025 il Consiglio degli Stati ha accolto un postulato che chiede al governo di valutare un divieto dei social sotto i 16 anni, sull’esempio australiano (Consiglio degli Stati, 2025); e in un sondaggio circa quattro cittadini su cinque lo vorrebbero (Sotomo, 2025). La posizione istituzionale, però, resta quella descritta in questa pagina: a fine 2025 la Commissione federale per l’infanzia e la gioventù ha bocciato il divieto generale come «presunta soluzione a un problema complesso», «sostanzialmente inefficace», e ha indicato un’altra strada — regole concordate in modo partecipativo, competenze mediali, regolazione delle piattaforme (CFIG, 2025).

Il problema è cosa significa “trasversale” nella pratica. In Ticino — il cantone che conosciamo da vicino — questo si traduce in: nessun’ora specifica dedicata nel programma. La formazione continua sul tema esiste — corsi, giornate di aggiornamento — ma non è obbligatoria e non è sistematica. Non c’è un programma strutturato, nessun equivalente dell’eSafety australiano o del RULER americano. Il singolo docente decide cosa, come e quando. In altri cantoni la situazione può essere diversa, ma a livello federale un programma strutturato sulle difese cognitive interne attualmente non risulta da nessuna parte.

Chi ha le condizioni per occuparsene — interesse specifico, meno pressione sul programma, supporto della direzione, la “classe che lo consente” — si forma e agisce. Ma un docente che gestisce una classe, porta avanti il programma, segue situazioni familiari complesse, non ha necessariamente il tempo né la formazione per affrontare da solo un tema che richiederebbe competenze specialistiche. È ragionevole aspettarsi che venga coordinato dall’alto — con esperti, servizi esterni, interventi strutturati. Ma quel coordinamento sistematico, a oggi, non c’è.

La meta-analisi più recente sugli interventi di media literacy (Cho et al., 2025, 160 interventi dal 1983 al 2023) conferma quello che chiunque abbia insegnato queste cose sospetta: i programmi di educazione digitale migliorano la conoscenza — il ragazzo sa ad esempio cos’è un dark pattern — ma gli effetti sul comportamento reale sono minori. Sapere che la trappola esiste e resistere alla trappola in tempo reale sono due cose diverse. E la differenza passa dal cervello, non dal curriculum.

Se hai letto Portatili Senza Strategia, conosci già questa storia. La scuola compra lo strumento ma non investe nelle condizioni che lo rendono utile. Qui il meccanismo è identico: il curriculum nomina la competenza ma non costruisce le condizioni per svilupparla.

La Spagna costruisce un sistema. L’Australia chiude una porta. La Svizzera scrive una riga nel piano di studio e lascia che sia il singolo docente a decidere cosa farne. E allora chi sta facendo la cosa giusta?


Le difese che mancano all’appello

La Spagna è un modello. Norme, scuola, sanità, co-regolazione — nessuno in Europa progetta di più. Ma anche il modello più completo interviene sul contesto: tutto ciò che la Spagna fa protegge dall’esterno. La componente educativa, in particolare, soffre dello stesso limite documentato ovunque: Cho et al. (2025) lo confermano — i programmi di educazione digitale migliorano quello che sai, ma cambiano poco quello che fai. La Spagna fa più di tutti — e anche lei manca lo stesso pezzo: cosa costruiamo dentro?

Quale sarebbe? Anticipo: non è una legge e non è una lezione.

Il pezzo si chiama funzioni esecutive: controllo inibitorio — la capacità di fermarsi prima di fare qualcosa che sai essere una cattiva idea. Memoria di lavoro — la capacità di tenere in mente un obiettivo mentre qualcosa tenta di distrarti. Flessibilità cognitiva — la capacità di cambiare strategia quando quella che stai usando non funziona.

Le funzioni esecutive sono fra le difese interne più studiate che tuo figlio ha contro un ambiente costruito per catturare la sua attenzione. Che siano le principali è una mia lettura: nessuno ha messo in fila le difese possibili per stabilire quale pesi di più.

Sul legame fra queste capacità e l’uso dei social c’è una misura, e va riportata per quello che è. Uno studio su 1.051 giovani adulti cinesi fra i 18 e i 27 anni trova che chi ha un rapporto problematico con i social riferisce anche funzioni esecutive più deboli, con il sonno e il disagio emotivo a fare da tramite (Zhang et al., 2023). Tre precisazioni che cambiano il peso della citazione: sono giovani adulti e non adolescenti; è una fotografia in un momento solo, quindi dice che le due cose vanno insieme e non quale venga prima; e il modello degli autori guarda nella direzione opposta a quella che verrebbe comodo a questo articolo — dall’uso problematico alle funzioni esecutive, non il contrario.

Dall’altra parte, il design delle piattaforme punta esattamente lì. Rinforzo variabile, autoplay, notifiche — ogni meccanismo consuma le stesse risorse cognitive che il controllo inibitorio usa per dire “basta”. I documenti interni di Facebook, resi pubblici nel 2021, mostrano che le piattaforme conoscono l’effetto sui teenager. Lo sanno, e hanno ingegnerizzato le loro architetture sulla base di questo effetto. Alcune limitazioni sono state introdotte dopo le rivelazioni, ma il modello di business — catturare attenzione per vendere pubblicità — resta intatto.

La Spagna costruisce un sistema attorno a tuo figlio. L’Australia chiude una porta. La Svizzera delega a chi è in aula. Tre strade diverse — ma tutte intervengono sul contesto. Nessuna costruisce qualcosa dentro. La porta dei social si aprirà — e quando si aprirà, tuo figlio ci entrerà con quello che ha dentro, non con quello che il contesto ha fatto per lui.


Come si costruiscono le difese interne

Le funzioni esecutive non si sviluppano guardando uno schermo. Non si sviluppano nemmeno ascoltando una lezione su come usare uno schermo. Si sviluppano in un modo che non è tecnologico, non è digitale e non entra facilmente in un report istituzionale.

Si sviluppano nella relazione con un adulto presente.

Quando un adulto guarda un bambino negli occhi, gli risponde, si adatta a quello che vede — sta facendo qualcosa che ha un nome preciso: co-regolazione. Il bambino non nasce sapendo fermarsi, aspettare, gestire la frustrazione. Impara a farlo perché un adulto lo fa con lui — prima insieme, poi sempre più da solo. Da regolazione esterna a autoregolazione (Bernier et al., 2010; Murray et al., 2015). Nessuna app replica questo processo. Nessuna lezione lo sostituisce.

Studi longitudinali lo documentano: la qualità delle interazioni genitore-bambino è associata a migliori livelli di funzioni esecutive negli anni successivi (Bernier et al., 2010). La meta-analisi di Takacs e Kassai (2019, 90 studi, 8.925 bambini sotto i 12 anni) dice due cose, e vanno tenute insieme. La prima: allenare queste capacità nell’infanzia si può, e funziona. La seconda, che è scomoda e va detta lo stesso: gli autori non hanno trovato prove convincenti che i benefici restino ai controlli successivi. Il guadagno si vede quando l’intervento c’è; che duri da solo, dopo, non risulta.

C’è però un terzo risultato, ed è quello che riguarda davvero questo articolo: fra allenare le funzioni esecutive con esercizi espliciti e favorirle dentro attività ordinarie, la seconda strada funziona quanto la prima o meglio — e gli autori la preferiscono per una ragione pratica, cioè che si incastra nella vita di tutti i giorni invece di aggiungersi come compito.

Tradotto: quelle capacità si allenano ogni volta che giocate insieme, ogni volta che lo ascolti senza fretta, ogni volta che gli chiedi “cosa ne pensi?” invece di dargli una risposta.

Qui però devo mettere il limite dove serve, e non solo in fondo alla pagina: che la relazione con un adulto presente favorisca lo sviluppo di queste capacità è documentato; che quelle capacità funzionino poi come scudo contro l’uso problematico dei social non è stato testato. Sono due anelli, e il secondo lo sto aggiungendo io. Resta un buon motivo per giocare con tuo figlio — solo, non è la garanzia che il pezzo vorrebbe darti. Non si costruiscono con un divieto e non si costruiscono con una lezione frontale sull’uso consapevole delle tecnologie.

E non tocca solo alla scuola. La co-regolazione avviene ovunque ci sia un adulto presente — a casa, a scuola, al parco. Chi se ne fa carico? Chiunque sia lì.

Bene, ma non benissimo — dunque.


Domande aperte

La domanda da farci quindi non è “a che età possono entrare nei social.” La domanda è: con quali strumenti ci entrano?

La Spagna progetta il sistema più completo d’Europa — e le va dato credito. L’Australia chiude porte, ed è l’unica che l’ha già fatto per legge. Il Regno Unito annuncia. La Francia discute soglie. La Svizzera scrive una riga nel piano di studio. Tutti stanno facendo qualcosa — chi più, chi meno. Ma anche chi fa di più deve fare i conti con un fatto scomodo: le difese interne si costruiscono nella relazione. E la relazione come si misura? È legittimo misurarla? Sono domande a cui nessun governo ha ancora risposto — forse perché la risposta non entra in un report.

Quegli strumenti non si comprano, non si legiferano e non si inseriscono in un curriculum trasversale. Si costruiscono — lentamente, nella relazione, ogni giorno — ogni volta che un adulto è presente e risponde.

Il divieto scade a una data. La lezione si dimentica dopo la verifica. Quello che si costruisce nella relazione ha almeno il vantaggio di non avere una scadenza scritta — anche se, va detto fino in fondo, che duri da solo nel tempo non è dimostrato: la meta-analisi citata qui sopra non ha trovato prove convincenti che i guadagni restino ai controlli successivi. È una ragione in più perché sia una pratica quotidiana e non un ciclo di lezioni.

A oggi, nessun programma scolastico strutturato in Svizzera investe esplicitamente sullo sviluppo delle funzioni esecutive come pilastro autonomo. In Ticino, la SUPSI ha cominciato a parlarne — eventi sulla robotica educativa come strumento per potenziare le FE, workshop per docenti sulle strategie di autoregolazione (SUPSI DFA, 2025-2026). Il Piano di studio contiene domini che potrebbero ospitare questo lavoro: strategie di apprendimento, sviluppo personale, competenze socio-emotive. Ma il passaggio dalla ricerca alla pratica quotidiana non è ancora avvenuto. Controllo inibitorio, memoria di lavoro, flessibilità cognitiva: parole che compaiono nei convegni, non ancora nelle aule.

Non perché sia impossibile. Gli strumenti per misurare le funzioni esecutive esistono da anni — il BRIEF-2 è un questionario standardizzato usato in clinica dai 5 ai 18 anni, compilabile da genitori e docenti. Gli interventi per allenarle esistono — la meta-analisi di Takacs e Kassai ne ha contati 90. Misurabile, allenabile, documentato. La domanda non è se sia possibile — è perché non è ancora successo.


Le funzioni esecutive sono uno dei cinque pilastri che servono a tuo figlio — insieme a competenze relazionali, pensiero critico, pensiero scientifico e capacità di emozionarsi. Se vuoi il quadro completo, è nei Fondamenti.

Se invece stai pensando “ma io cosa posso fare, concretamente, da casa” — Portatili Senza Strategia racconta la stessa storia dal punto di vista di una scuola del Canton Ticino, con due azioni concrete che puoi fare da questa settimana.


Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026 e di nuovo nel luglio 2026: lo stato delle normative citate è stato riallineato alle fonti ufficiali. In particolare, il divieto spagnolo under-16 è un disegno di legge ancora in iter parlamentare, non una legge in vigore; l’unico divieto già operativo è quello australiano, in vigore dal dicembre 2025. È stata inoltre aggiunta la proposta analoga annunciata dal Regno Unito a giugno 2026.


Nota metodologica: I dati sulla crisi spagnola (suicidi +50% 2017-2022, ricoveri x4) provengono da statistiche nazionali e studi peer-reviewed. La Spagna non è necessariamente un caso anomalo rispetto al resto d’Europa: è un paese che ha reagito prima. La soglia dei 16 anni è criticata come politica sulla base della letteratura sulla maturazione della corteccia prefrontale (completamento stimato 20-25 anni). Questo non significa che 15 e 16 anni siano neurologicamente identici — la traiettoria di sviluppo è continua e sfumata — ma che nessuna soglia anagrafica corrisponde a un confine neurobiologico netto. L’inferenza «le funzioni esecutive sono tra le difese principali contro il design persuasivo» è una costruzione interpretativa, e dopo la revisione del luglio 2026 va detto quanto è sottile il suo appoggio empirico: lo studio che la sosteneva è trasversale, su giovani adulti e non adolescenti, e il suo modello va nella direzione opposta. L’effetto protettivo della relazione adulto-bambino sulle FE è documentato, ma non è stato testato specificamente come moderatore dell’uso problematico dei social media. Il credito dato alla Spagna per il framework integrale non implica che l’implementazione sia completa o efficace — molte delle misure educative e sanitarie sono in fase di avvio. La letteratura disponibile tratta i social media come un fattore di rischio fra altri e dipendente dal contesto, non come causa primaria: la sintesi più ampia trova correlazioni deboli (r≈0,08) e dichiara che sui casi clinici la ricerca è scarsa (Fassi et al., 2024). Che povertà, instabilità familiare e pressione scolastica pesino di più è la mia lettura, coerente con quanto sappiamo sui determinanti della salute mentale: NON è una gerarchia che le fonti qui citate stabiliscono, e la versione precedente di questa nota la attribuiva impropriamente all’avviso del Surgeon General e ai dati HBSC dell’OMS — quest’ultimo nemmeno presente in bibliografia. I governi hanno scelto di legiferare sul fattore più visibile e legiferabile.

Fonti scientifiche (19)