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Il cervello che si costruisce con te
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Il cervello che si costruisce con te

Episodio 2 di 11 · 4 minuti di lettura ·

Aggiornato il 28 giugno 2026

Capire prima di agire


Un puledro si alza e cammina entro un’ora dalla nascita. Un cucciolo di scimpanzé si aggrappa alla madre dal primo istante. Un neonato umano, invece, per mesi non sa fare quasi niente: non cammina, non parla, non regge nemmeno la testa, e ha bisogno di assistenza costante per anni. Siamo la specie più vulnerabile alla nascita: il cervello del neonato umano è sviluppato a circa un quarto di quello adulto, molto meno di uno scimpanzé alla nascita (Trevathan, 2011).

Eppure siamo diventati la specie più potente del pianeta. La ragione è proprio in quell’apparente svantaggio — e spiega molte delle cose che vedi in tuo figlio: perché fatica con la noia, perché vuole tutto subito, perché si concentra a fatica.

Nasciamo incompleti — e si finisce dopo

C’è una ragione evolutiva per cui i neonati umani arrivano così immaturi (testa grande, bacino stretto, parto difficile); la cornice completa, con il dibattito ancora aperto, vive nell’articolo che la possiede, Il compromesso ostetrico. Quello che conta qui è il fatto, non il perché: alla nascita il cervello è appena all’inizio, e si costruisce dopo.

E il materiale da costruzione, in larga parte, non viene dai geni: viene dall’ambiente — da ciò che il bambino vede, sente, tocca, vive, e da ciò che tu gli offri. Non lo stai solo «crescendo» come una pianta a cui dai acqua: il suo cervello si forma in base a ciò che trova intorno. È un pensiero che può spaventare, ed è anche liberatorio, perché significa che quello che fai conta davvero: non è tutto scritto nei geni.

Le funzioni esecutive: gambe per stare in piedi

Ma costruzione di cosa? Soprattutto di un gruppo di capacità che gli psicologi chiamano funzioni esecutive — io le immagino come gambe per stare in piedi, non fisicamente ma mentalmente. Gli studiosi ne distinguono tre di base (Diamond, 2013); qui le racconto in cinque gesti semplici:

La cosa che conta: queste capacità non sono fissate dai geni. Si allenano, come muscoli. E la palestra non è un corso o un’app: è la vita quotidiana — aspettare, annoiarsi, ascoltare una storia, stare con te. Qui si capisce l’effetto dello schermo: non «fa male» direttamente, ma ogni volta che riempie un’attesa o una noia, toglie l’allenamento. È come prendere in braccio un bambino ogni volta che prova un passo: non impara a stare in piedi da solo. E la palestra migliore di tutte, per quelle gambe, sei tu — non un’app educativa: tu che parli, ascolti, aspetti insieme a lui.

Una mappa, non un esame

Una sola pratica, e non è un test con voti: nei prossimi giorni osserva tuo figlio in quattro situazioni, senza giudicare. Quando deve aspettare qualcosa (una fila, il suo turno), quanto regge prima di agitarsi? Quando gli dai due istruzioni in fila, le ricorda entrambe? Davanti a un cambio di programma, si adatta o crolla? E davanti a qualcosa di un po’ noioso, quanto resiste prima di mollare?

Non servono numeri precisi. Le quattro situazioni ti danno una mappa di quali «gambe» sono più allenate e quali meno — il punto di partenza per sapere cosa allenare. E si allenano, in modi semplici.

Il prossimo passo

Resta una domanda: queste gambe, come si allenano? Per trecentomila anni la risposta è stata automatica, ogni sera, gratis. Qualcosa le allenava tutte insieme — e in gran parte è sparito. Nel prossimo episodio: cosa succedeva attorno al fuoco, e cosa lo schermo ha preso al suo posto.

Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026.

Per approfondire

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