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Ci stanchiamo a vicenda
Guide per Genitori

Ci stanchiamo a vicenda

12 minuti di lettura ·

Sono le sette e mezza. Le hai chiesto tre volte di apparecchiare.

Alla terza è arrivata quella faccia. Quel tono. Quella frase detta a mezza bocca mentre si gira dall’altra parte.

E dentro di te, senza che tu l’abbia deciso, si è formata una domanda che non diresti mai ad alta voce davanti a nessuno:

perché mia figlia si comporta da stronza?

Poi passa mezz’ora. Lei è a letto. Tu sei sul divano con la testa vuota, e la domanda si è girata di centottanta gradi:

o la stronza sono io?

Tienile tutte e due un momento. Perché la risposta utile non è nessuna delle due, e neanche una via di mezzo diplomatica fra le due.

Prestare il proprio sistema nervoso, e restare senza

Un bambino impara a governare le proprie emozioni da fuori prima che da dentro: la calma gliela presta un adulto, e solo dopo — lentamente, negli anni — diventa una capacità sua.

Detto nel modo più concreto: un genitore dà in prestito al bambino il proprio sistema nervoso. Ha un nome, si chiama co-regolazione, e su come funziona c’è già un pezzo intero: Co-regolare prima di regolare.

Da cui la domanda: cosa si dà in prestito, quando il proprio sistema nervoso è a sua volta esaurito? Ci arriviamo fra poco — prima vale la pena vedere quanto pesa, quel prestito.

Questa cosa si misura. In uno studio sperimentale, ottantuno bambini attorno ai dieci anni sono stati messi deliberatamente sotto stress, e metà di loro riceveva sostegno dal proprio genitore mentre l’altra metà lo riceveva da una sconosciuta (Hostinar, Johnson & Gunnar, 2015). Nei bambini cresciuti con i propri genitori dalla nascita, il genitore abbassava la risposta ormonale in modo significativo; l’estranea no.

Il dettaglio che conta è cosa non faceva la differenza. Le ricercatrici hanno misurato la qualità del sostegno — quanto quel genitore fosse caldo, cosa dicesse, come lo dicesse — e non trovano associazione con la risposta ormonale del figlio. Contava chi era, molto più di come lo faceva.

Con un limite che va detto perché il campione era diviso a metà: nei quarantuno bambini adottati da orfanotrofio entro i cinque anni quel vantaggio del genitore non compare — per loro genitore ed estranea si equivalevano. Le autrici lo leggono come effetto della deprivazione precoce, e dichiarano che un campione di quella taglia è piccolo per cogliere differenze più fini.

Il che ha una conseguenza scomoda, ed è probabilmente quella per cui sei qui.

Alle diciannove e trenta, dopo undici ore in cui hai deciso, mediato, trattenuto e sorriso a gente che non avevi scelto, quella cosa da prestare l’hai spesa. Tutta, altrove. E le viene chiesta esattamente nel momento della giornata in cui è finita.

Su questo pezzo — il perché sei scarico proprio lì, proprio a quell’ora — c’è già un articolo intero, e non lo rifaccio qui: Perché Non Ci Riesci.

Quello che qui interessa è cosa succede dopo, quando la cosa da prestare non c’è.

Il salto che si fa senza accorgersene

Da «non ho niente da prestarle» si passa in un istante a «allora sta imparando a urlare da me».

È un salto logico, e vale la pena rallentarlo, perché è precisamente il punto in cui ti stai consegnando una condanna.

La cornice teorica più citata su come le famiglie plasmino la regolazione emotiva dei figli (Morris et al., 2007) ne elenca tre canali: quello che il bambino osserva nell’adulto, il modo in cui l’adulto risponde alle sue emozioni, e il clima generale di casa. Tre. E quel modello è una sintesi teorica: non stabilisce quale dei tre pesi di più. Una rassegna successiva, dopo aver passato in rassegna la letteratura, chiude chiedendo misure più coerenti e più ricerca — i meccanismi restano da chiarire (Bariola, Gullone & Hughes, 2011).

Quindi: che tuo figlio «impari a urlare guardandoti» è una delle ipotesi in campo. Non è il fatto accertato che la tua colpa di stasera sta dando per scontato.

Quanto pesa davvero

Qui arrivano i numeri, e sono la parte che toglie peso invece di aggiungerne.

Una meta-analisi del 2022 mette insieme cinquantatré studi condotti fra il 2000 e il 2020 (Zimmer-Gembeck, Rudolph, Kerin & Bohadana-Brown, 2022). Il legame fra la capacità del genitore di governare le proprie emozioni e la stessa capacità nel figlio esiste, ed è statisticamente solido: r = .21, con intervallo di confidenza fra .10 e .32.

Tradotto in italiano: è un effetto piccolo. Reale, replicato, e piccolo.

E c’è un dettaglio dentro quella meta-analisi che riguarda proprio la scena delle sette e mezza. Perché tu stasera non hai visto «la capacità regolatoria di tua figlia»: hai visto un comportamento. Su quello, i numeri si sdoppiano in un modo che vale la pena guardare.

Le difficoltà del genitore a governare le proprie emozioni si associano ai comportamenti difficili del figlio: r = .18, su dodici studi e quasi milleottocento famiglie. Piccolo, ma c’è, e poggia su una base decente.

Sulle capacità — il rovescio della stessa medaglia, cioè quanto il tuo saperle governare protegga lui — la ricerca disponibile è cinque studi e settecentoquarantasei famiglie, e il risultato non raggiunge la significatività: r = -.06, con un intervallo che va da -.27 a .16.

Vale la pena leggere quell’intervallo per quello che è, perché è la differenza fra due frasi molto diverse. Non dice che le tue capacità non proteggono: dice che con cinque studi non si riesce a vederlo. Dentro quell’intervallo ci sta comodamente anche un effetto protettivo di tutto rispetto.

C’è anche una ragione statistica per non mettere quei due numeri uno contro l’altro. Constatare che un risultato è significativo e l’altro no non equivale ad aver verificato che i due siano diversi fra loro: è un errore così ricorrente che due statistici gli hanno dedicato un articolo intero, il cui titolo lo riassume — la differenza fra «significativo» e «non significativo» non è essa stessa significativa (Gelman & Stern, 2006).

Quello che resta, detto onestamente: sappiamo misurare meglio quanto pesano le tue sere storte di quanto sappiamo misurare il beneficio delle tue sere buone. È un’asimmetria della ricerca, non necessariamente della realtà. E se stasera ti stai flagellando invece di contare i seicento giorni in cui non è successo, sappi che il conteggio dei seicento giorni non è stato smentito da nessuno — è solo stato studiato poco.

Le autrici stesse mettono tre paletti. Gran parte degli studi fotografa un momento solo invece di seguire le famiglie nel tempo — e negli otto studi longitudinali che hanno trovato, gli effetti tendevano a essere ancora più piccoli. Molti studi chiedono allo stesso genitore di valutare sia sé stesso sia il figlio, il che gonfia le correlazioni. E alcune analisi poggiano su meno di dieci studi.

Un effetto di quella taglia dice una cosa precisa: sposta la probabilità, non decide chi diventerà tua figlia. Chi ti vende la versione forte — quella in cui il tuo esaurimento di stasera scrive il carattere di tuo figlio — ti sta vendendo un peso che i dati non reggono.

A questo punto è legittimo fermarsi su un’obiezione: all’inizio ti ho detto che la tua presenza smorza davvero la sua risposta allo stress, e poco fa che il tuo saper governare le emozioni, nei questionari, con i suoi comportamenti quasi non si aggancia. Come stanno insieme?

Stanno insieme perché misurano due cose diverse. Lo studio sul cortisolo guarda te, presente, in un momento preciso mentre tua figlia è sotto pressione. La meta-analisi mette in fila questionari in cui dei genitori si descrivono come persone che di solito gestiscono bene le proprie emozioni. La prima cosa è la tua presenza in una sera; la seconda è il tipo che dichiari di essere.

E quello che si vede funzionare è la presenza, mentre il tipo sfuma — al punto che nello studio sul cortisolo nemmeno la qualità di come stavi lì faceva la differenza. Il che sposta il bersaglio parecchio più in basso di «diventare un genitore migliore»: quello che pesa è che a starle accanto ci sia tu, non che tipo di genitore riesci a essere quella sera.

C’è poi un contro-argomento che si affaccia sempre: e se somigliasse a me semplicemente perché ha i miei geni? È una domanda seria, e ha una risposta seria. Uno studio su milletrenta famiglie di gemelli ha confrontato gemelli identici cresciuti nella stessa casa ma trattati in modo diverso: il legame fra genitorialità dura e comportamento antisociale resta anche a geni identici e casa identica (Burt et al., 2021). Quel legame vive in ciò che accade fra voi due, e i geni condivisi non bastano a spiegarlo.

Con due avvertenze che gli autori mettono in chiaro: l’effetto è di nuovo piccolo, e il disegno è trasversale — scrivono di non poter stabilire in quale direzione vada la freccia.

Che è esattamente la prossima domanda.

La freccia gira anche al contrario

Fin qui abbiamo raccontato una storia a senso unico: tu sei scarico, quindi lei si disregola.

Prova a guardarla dall’altro capo. Una figlia che alle sette e mezza fa quella faccia e quel tono — cosa fa al tuo sistema nervoso? Ti carica o ti scarica?

La ricerca ha cominciato a misurare anche questa direzione, e il quadro che restituisce è misto, non pulito.

Uno studio del 2026 che triangola due disegni diversi — figli di gemelli in una grande coorte norvegese, più un campione di adozioni statunitensi dove genitori e figlio non condividono geni — riporta effetti figlio→genitore significativi sulla disciplina incoerente in entrambi i campioni (Bright et al., 2026). Il figlio agisce sul genitore, non solo il contrario.

Con una riserva che mi tocca dichiarare, visto che questo è il primo appoggio che porto alla direzione figlio→genitore: di quello studio ho potuto leggere solo l’abstract, perché il testo integrale non è liberamente accessibile. Quello che riporto è il risultato come lo dichiarano gli autori, non una verifica di prima mano come per le altre fonti di questo articolo.

Uno studio longitudinale che ha seguito centodue famiglie per sette rilevazioni, dai sette mesi ai sei anni e mezzo, trova qualcosa di più frastagliato ancora (Kim & Kochanska, 2025). Con le madri emergono effetti dalla madre al figlio nella primissima infanzia, e nella direzione opposta non se ne vedono. Con i padri se ne vedono in tutte e due, e uno sorprende: più il figlio era disregolato, più il padre diventava responsivo dopo.

Due cautele, e sono quelle che impediscono di farne una teoria sui padri e sulle madri. Centodue famiglie sono poche, e con campioni così «non l’abbiamo visto» somiglia molto a «non avevamo abbastanza dati per vederlo»: sono due frasi diverse che è facile scambiare. E sono famiglie a basso rischio, con genitori già molto responsivi in partenza — lo dichiarano gli autori. Per te vuol dire che quei risultati parlano di famiglie che somigliano alla tua nelle giornate buone, e dicono poco delle sere come questa.

Metti insieme le due cose e quello che resta in mano vale più di una risposta: la domanda «di chi è la colpa» è mal posta. Chi prova a rispondere seriamente torna indietro con frecce in tutte e due le direzioni, di grandezza modesta, che cambiano a seconda di quale genitore si guarda e di che età ha il figlio.

Voi due siete un circuito. Vi scaricate a vicenda. E stasera, alle sette e mezza, il circuito ha girato.

E allora cosa te ne fai

Un circuito senza colpevole ha comunque una leva. Sta solo da un’altra parte rispetto a dove la stavi cercando.

Nel circuito ci sono due persone. Una delle due, a sette anni o a dodici, non può accorgersi che è un circuito. Lo strumento per vedersi dall’esterno mentre si è in piena tempesta le arriverà fra anni.

Tu quello strumento ce l’hai. Malandato alle diciannove e trenta, ma ce l’hai. È l’unica asimmetria vera fra voi due, ed è lì che sta tutta la tua parte.

Concretamente vuol dire una cosa piccola e sgradevole: nominare il proprio stato invece del suo.

Non «sei insopportabile». Ma «sono a pezzi, e adesso ogni cosa mi arriva addosso doppia».

Detto a lei, se ha l’età per reggerlo. Detto a te stesso a mezza voce, se non ce l’ha.

Non è una tecnica testata come tale, e non te la vendo per quello: è la conseguenza pratica di quello che il circuito è. Sposti l’etichetta dalla persona che hai davanti allo stato in cui sei — e uno stato, a differenza di un carattere, si può nominare senza condannare nessuno.

Non ti farà smettere di alzare la voce. Con ogni probabilità stasera la alzerai lo stesso.

Fa una cosa più modesta: ti toglie di mano l’unica versione della storia che non ha uscita — quella in cui uno dei due è fatto male.


Se questo pezzo ti è servito, il seguito naturale è capire perché a quell’ora la calma non c’è: Perché Non Ci Riesci.

Fonti scientifiche (8)
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