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Il padre che resta
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Il padre che resta

9 minuti di lettura ·

Sono le sei e un quarto, il biberon con il latte che lei ha tirato ieri sera è sul piano della cucina, e il tappo gira a vuoto. Lui ci prova una volta, due, poi lo sbatte sul legno e gli scappa una parola che la bambina, a quattro mesi, per fortuna ancora ignora. Dalla camera lei chiede cosa succede. «Niente», risponde lui.

Resta lì con il tappo in mano e fa il conto. Ieri ha risposto male a un collega per un messaggio. L’altro ieri è uscito senza salutare. La partita del giovedì, l’ora migliore della settimana, adesso gli pesa come un dovere. E sotto il conto torna sempre la stessa frase: proprio adesso. Lei ha partorito, lei allatta, lei si sveglia ogni tre ore; se in questa casa qualcuno ha diritto di stare male, è lei. Lui deve reggere.

Il suo corpo, intanto, sembra remargli contro. Negli uomini che diventano padri il testosterone, l’ormone che di solito si associa alla forza maschile, è in media un po’ più basso che negli uomini senza figli. E in alcuni studi lo è di più in chi passa più ore con i figli.

Che cosa succede al corpo di un padre?

Lo studio che lo mostra meglio, perché ha seguito gli stessi uomini nel tempo, viene da Cebu, nelle Filippine: 624 giovani uomini, misurati due volte a quattro anni e mezzo di distanza (Gettler et al., 2011). In chi nel frattempo era diventato padre il testosterone era sceso più che in chi era rimasto solo, e alla seconda misura era più basso in chi passava tre ore o più al giorno con i figli. Gli uomini che partivano con il testosterone più alto erano anche quelli che più spesso, negli anni seguenti, trovavano una compagna e avevano un figlio. Gli autori lo leggono come uno scambio: l’ormone alto va con la ricerca della compagna, quello più basso con la cura.

Due meta-analisi del 2019, che mettono insieme decine di studi, confermano la differenza fra padri e uomini senza figli (Grebe et al., 2019; Meijer et al., 2019). La seconda, su oltre 7’000 uomini, trova la differenza piccola. È una differenza fra medie, fra mille padri e mille uomini senza figli; sull’uomo della cucina, preso da solo, dice poco.

Quando il calo cominci è meno chiaro. Uno studio su 29 coppie ha visto il calo già durante la gravidanza della compagna, e i suoi autori lo presentano come il primo a mostrarlo (Edelstein et al., 2015). Uno studio successivo su 97 coppie, che confrontava il settimo mese di gravidanza con il settimo mese di vita del bambino, una differenza significativa non l’ha trovata (Cárdenas et al., 2023).

Perché un padre che resta è una rarità?

Fra i mammiferi, i maschi aiutano ad allevare i piccoli in circa una specie su dieci: in un confronto del 2016 su 529 specie, succede in 65 (West & Capellini, 2016). Nelle altre, dei piccoli si occupa la madre, senza il padre.

Negli uccelli è il contrario: in otto specie su dieci maschio e femmina, in coppia, allevano i piccoli insieme (Cockburn, 2006). Un padre umano che resta fa dunque una cosa rara fra i mammiferi, e ordinaria per la maggior parte degli uccelli.

La spiegazione da cui partono gli studi sta nel corpo di lei. È la femmina a portare il piccolo e ad allattarlo, quindi per lei la cura è obbligata; al maschio, nella maggior parte delle specie, rende di più cercare altre compagne (Opie et al., 2013).

Il padre che resta arriva dopo la coppia; sul perché la coppia nasca, i gruppi di ricerca discutono ancora (Lukas & Clutton-Brock, 2013; Opie et al., 2013). E una volta arrivata, la cura del padre può ripagarsi: dove i maschi portano i piccoli, le femmine allattano meno a lungo e partoriscono più spesso (West & Capellini, 2016). Il tempo che il padre toglie alla ricerca di altre compagne può tornargli in figli. Anche questa è una proposta di chi ha confrontato le specie, senza un esperimento a provarla.

Ora metti le due cose una accanto all’altra. Da una parte il piano di una cucina alle sei e un quarto, un tappo, un uomo arrabbiato con sé stesso. Dall’altra la storia lunghissima dei mammiferi, in cui, in nove specie su dieci, dei piccoli si occupa la madre senza il padre. Quell’uomo appartiene alla minoranza che resta.

La lettura più diffusa fra chi studia il suo ormone è che il calo sia uno dei segni di quella minoranza: un corpo che sposta un po’ del suo peso dal competere al curare. È una lettura, e fra poco vedremo quanto regge. Anche presa con le sue cautele, toglie un peso all’uomo della cucina. Quel calo racconta come diventano padri gli uomini, in media, ed è così piccolo che, presi a caso un padre e un uomo senza figli, il padre ha il testosterone più basso poco più di una volta su due. In quella lettura, più che la sua forza, l’ormone indica da che parte pende, di poco, fra competere e curare.

Perché proprio il testosterone?

Per vedere che cosa fa un ormone bisogna cambiarlo e guardare cosa succede. Alla fine degli anni Ottanta due biologi hanno impiantato a passeri maschi in libertà una capsula di testosterone, ad altri un farmaco che ne blocca l’effetto, ad altri una capsula vuota (Hegner & Wingfield, 1987). I maschi con il testosterone in più si battevano di più con gli altri maschi e portavano il cibo ai piccoli molto meno spesso; nei loro nidi più nidiacei morivano di fame. Quelli con l’effetto bloccato nutrivano a ritmo alto fino alla fine. In quella specie la prova è causale: si è cambiato l’ormone, ed è cambiata la cura.

Le misure prese durante la stagione degli amori, in più di venti specie di uccelli, vanno nello stesso verso: il testosterone sale quando c’è da contendersi la compagna, e scende quando c’è da nutrire i piccoli. Ne è nata un’idea che porta un nome, l’ipotesi della sfida (Wingfield et al., 1990).

Ha dei limiti. In alcune specie di uccelli i maschi restano premurosi anche con il testosterone in più (Lynn, 2008). E nei roditori in cui i padri accudiscono, gli esperimenti che cambiano gli ormoni suggeriscono che la cura dipenda da altro (Wynne-Edwards & Timonin, 2007).

Negli uomini c’è un esperimento, breve e di laboratorio, su 55 uomini e una bambola che piange: in chi rispondeva consolandola il testosterone scendeva; quando il pianto arrivava senza una risposta di cura, saliva (van Anders et al., 2011). Fuori dal laboratorio restano le osservazioni. In Tanzania, fra gli Hadza, cacciatori-raccoglitori, i padri si occupano molto dei figli e hanno il testosterone più basso degli uomini senza figli; fra i vicini Datoga, pastori, i padri curano poco i piccoli e la differenza sparisce (Muller et al., 2009: 27 Hadza, un gruppo piccolo). In due gruppi di padri seguiti nel primo anno, invece, il testosterone misurato nei capelli andava per conto suo rispetto al tempo passato con il figlio (Witte et al., 2025).

Il quadro è questo: un’associazione piccola, che negli uccelli si vede agire e negli uomini si vede soprattutto accompagnare. E davanti alla prossima frase del tipo «l’ormone X fa Y», due domande bastano a pesarla: su chi è stato misurato, e qualcuno l’ha cambiato per vedere cosa succede?

E il malumore?

La lettura che viene più facile è chiudere il cerchio: meno testosterone, più malumore. In 149 coppie dell’Illinois i padri con il testosterone più basso avevano più sintomi depressivi (Saxbe et al., 2017), e un piccolo studio tedesco va nello stesso verso (Grashoff et al., 2025). Lo studio dell’Illinois però aveva un solo prelievo, e lasciava aperto se venisse prima l’ormone, l’umore o il sonno che manca. Due studi più grandi danno un risultato nullo: uno su 193 padri, con la saliva raccolta al mattino dieci mesi dopo il parto; l’altro su 226, con il testosterone misurato nei capelli, che riassume mesi invece di un mattino (Kotov & Corpuz, 2024; Richter et al., 2025). Se l’ormone c’entra, gli studi sono divisi.

Il malumore dell’uomo in cucina va guardato da un’altra parte, e lì ha un nome: depressione perinatale paterna. In un dato momento fra la gravidanza e il primo anno del figlio, i questionari la segnalano in circa un padre su dieci (Paulson & Bazemore, 2010; Rao et al., 2020). E le depressioni dei due genitori tendono ad andare insieme più di quanto farebbe il caso (Paulson & Bazemore, 2010). La frase della cucina, «se qualcuno ha diritto di stare male è lei», a questi numeri regge male: in quei mesi stare male può toccare anche a lui.

In un uomo può avere una faccia inattesa. In una grande indagine americana sugli adulti in generale, con figli o senza, gli uomini riferivano più spesso delle donne rabbia, aggressività, alcol, comportamenti a rischio; contando anche questi sintomi, la depressione risultava frequente negli uomini quasi quanto nelle donne (Martin et al., 2013). Lo studio dice che in un uomo depresso ci può essere anche la rabbia; che un uomo arrabbiato sia depresso, è un’altra domanda. Gli autori stessi chiedono altro lavoro per capire quali sintomi la descrivano davvero.

Il tappo sbattuto. Il messaggio al collega. La partita che pesa. Presi uno per uno, sembrano carattere. Messi in fila, potrebbero essere stanchezza: per la maggior parte dei padri lo sono, o sono altro ancora. Oppure potrebbero essere la depressione che quei questionari segnalano in uno su dieci. Distinguere, da solo, in cucina alle sei del mattino, è difficile: è la domanda da portare a qualcuno.

Quando qualcosa in te cambia proprio nei mesi in cui cambia la tua vita, prima di leggerlo come un difetto tuo conviene chiedersi se ha un nome, cioè se altri l’hanno già visto e descritto; e una cosa con un nome si può dire a qualcuno.

Vale anche lontano da una culla. Un uomo di cinquant’anni lasciato a casa dalla ditta potrebbe ritrovarsi a urlare nel traffico, a litigare con il fratello per una cena, e chiamarlo nervosismo. Se si chiedesse se ha un nome, potrebbe trovarne più d’uno: la rabbia per un torto vero, la paura di quello che viene, e anche una depressione, che in un uomo può presentarsi così. Con la domanda in mano, la telefonata al medico diventa una telefonata possibile.

Nella Svizzera italiana risponde Periparto — Salute mentale intorno alla nascita: consulenza gratuita al 091 220 59 78, il lunedì, il martedì e il venerdì; un gruppo di parola online in italiano, il secondo venerdì del mese alle undici; e un sito che parla anche ai padri (periparto.ch). Periparto è fatto per parlarne con calma. Quando la calma manca, di giorno e di notte, c’è il 143, Telefono Amico. E se a leggere è lei, la stessa domanda, «ha un nome?», si può fare anche a lui: il numero è lo stesso.

Il tappo, alla terza prova, si avvita. La bambina beve. Dalla camera lei chiede di nuovo se va tutto bene, e lui sente arrivare la stessa parola di prima, già pronta in bocca.

«Vengo», dice invece. «Ti devo raccontare una cosa.»


La scena del padre è composita: tiene insieme situazioni comuni ai primi mesi, e non racconta un padre preciso.

Fonti (23)
Approfondisci «E adesso?» Diventare genitori è una metamorfosi, non un interruttore