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Mi Pento Di Aver Avuto Figli
Guide per Genitori

Mi Pento Di Aver Avuto Figli

5 minuti di lettura ·

Aggiornato il 27 luglio 2026

Il pensiero più proibito.

“Se potessi tornare indietro…”

Non lo dici. A nessuno. Mai.

Perché sarebbe il tradimento definitivo.

Ti senti un mostro. Perché quale genitore pensa queste cose?

Il pensiero arriva di notte. O in macchina, nel silenzio. O sotto la doccia, quando nessuno ti vede.

E subito dopo: la vergogna. Più forte del pensiero stesso.

Ti chiedi: “cosa c’è che non va in me?” “Sono l’unica persona al mondo che si sente così?”

No.

Il tabù non è raro: è silenzioso. Una ricerca che l’ha portato allo scoperto — interviste a madri che dicevano di pentirsi, in Israele — mostrava proprio questo: quello che pesa non è solo il sentimento, è il divieto di nominarlo (Donath, 2015).

Molti più genitori di quanti immagini. Due studi su campioni nazionali polacchi hanno fatto la domanda in modo secco — se potessi tornare indietro, rifaresti la scelta? — e ha risposto «no» il 13,6% degli adulti fra i 18 e i 40 anni, il 10,7% dei genitori più giovani (Piotrowski, 2021). Sondaggi non scientifici in altri Paesi danno cifre più basse, intorno al 7-8%. Le percentuali cambiano con la domanda e con il Paese: quello che non cambia è che non sei un caso isolato. Ma nessuno ne parla, perché l’unica cosa peggiore del pensiero è ammettere di averlo.

Quel pensiero non significa quello che credi.


Cosa significa davvero

“Mi pento di aver avuto figli” ≠ “Non li voglio”

“Mi pento” = “ho perso me stessa. E non so come tornare indietro”

Questa distanza da sé ha un nome preciso nella ricerca, ed è arrivata tardi. Quando i ricercatori hanno smesso di ricalcare il burnout genitoriale su quello da lavoro e sono partiti dalle parole dei genitori esausti, è emersa una dimensione che prima non c’era: il contrasto con il genitore che eri prima (Roskam et al., 2018, su 901 genitori). Il divario fra chi immaginavi di essere e la persona che vedi allo specchio è una delle quattro facce con cui questa condizione si presenta — non un tuo difetto di carattere.

Qui però serve una precisazione, ed è recente. Per anni il pentimento e il burnout genitoriale sono stati studiati separatamente; nel 2025 gli stessi ricercatori li hanno messi alla prova insieme, su quasi 2.400 genitori in tre lingue, per capire se fossero la stessa cosa detta in due modi. Non lo sono: reggono come due cose distinte, che possono stare insieme o presentarsi da sole (Roskam et al., 2025). Quindi la lettura di questo articolo — il pentimento come lutto per sé dentro un esaurimento — descrive una situazione frequente, non l’unica possibile: si può pentirsi senza essere esausti, ed essere esausti senza pentirsi.

C’è un secondo risultato di quello studio che conta più del primo, e riguarda la tua sicurezza: fra i due, è il burnout — non il pentimento — a mostrarsi associato ai pensieri di fuga e ai comportamenti che fanno male ai figli. Il pentimento, da solo, non porta lì.

Non rimpiangono i figli.

Rimpiangono sé stessi.

La versione di sé che esisteva prima. Quella che sapeva cosa le piaceva. Quella che aveva progetti. Quella che si riconosceva.

Quella versione è scomparsa.

E quasi nessuno ti aveva avvertito che sarebbe successo: che potevi diventare invisibile. Che avresti funzionato solo come “mamma di” o “papà di”. Che di te non sarebbe rimasto quasi niente.

No, non sei un mostro.

La vera domanda è un’altra: quanto di te hai perso?

Non è pentimento. È lutto.

Per una versione di te che sembra scomparsa per sempre.


Quando questo articolo non basta

Prima di continuare, fermati. Non per diagnosticare — per proteggere.

Questo è burnout (il tool può aiutare):

Questi sono segnali che richiedono aiuto professionale IMMEDIATO:

Se riconosci il secondo gruppo di segnali:

Se riconosci solo il primo gruppo: continua. La Lista Invisibile può essere un primo passo.


La Lista Invisibile

Non ti chiederò di tornare chi eri prima.

È impossibile. E probabilmente non serve.

Ti chiederò solo di ricordare.

Prendi 3 minuti. Solo per te.

Scrivi su carta tre cose che facevi prima dei figli e che ti rendevano te. Su carta e non a mente, ma senza aspettarti una cura: le sintesi recenti sulla scrittura espressiva trovano benefici piccoli e selettivi, e su ansia e depressione l’evidenza non regge (Abu-Odah et al., 2023; Wang et al., 2024). Qui serve a un’altra cosa, più modesta e più utile: costringere il ricordo a prendere una forma invece di restare un’impressione.

Non “cose da fare”. Cose che ti facevano sentire vivo/a.

Leggere? Correre? Disegnare? Uscire con le amiche? Stare in silenzio? Creare qualcosa?

Ora chiediti: quante di queste faccio ancora?

Se la risposta è zero: non sei un mostro.

Sei una persona che ha smesso di esistere per sé.

Il prossimo passo non è “tornare come prima” — è impossibile e non serve.

Il prossimo passo è reintrodurre UNA di quelle cose. Anche in forma ridotta. Anche 10 minuti.

Non per i figli. Per te.

A cosa serve: a cambiare la frase che ti dici. Da «mi pento di averli avuti» a «ho smesso di esistere per me» — che è una frase diversa, e apre a qualcosa che si può fare. Nessuna promessa sui tempi: non ho un dato su quanto ci voglia, e chi te lo desse te lo starebbe inventando.

Non è pentimento. È lutto. Per una versione di te che sembra scomparsa. Ma non è scomparsa — è sepolta sotto il ruolo. E si può dissotterrare.


Leggi anche: Non sono un bravo genitore | Senso di colpa genitore | Termometro Genitoriale — la versione da compilare


Come si torna a sé stessi?

La Lista Invisibile ti mostra cosa hai perso. Ma come si riprende?

Come si torna a sé stessi quando ci si è persi dentro un ruolo?

Non serve tornare chi eri: serve diventare chi sei adesso, con i figli dentro la tua vita e senza scomparirci dentro — Tornare a Casa, Prima di Tutto EP09


Non è pentimento. È lutto. E il lutto si attraversa, non si nasconde. Giralo a chi non riesce a dirlo.


Nota metodologica: il «mi pento» di cui parla questo articolo è letto come contrasto con il genitore che eri prima, che è una delle quattro dimensioni emerse quando il burnout genitoriale è stato ricostruito a partire dalle testimonianze dei genitori invece che dedotto dal burnout da lavoro (PBA, Roskam et al., 2018, N=901). È una lettura, non una diagnosi, e va presa per quello che è: uno studio preregistrato del 2025 su quasi 2.400 genitori mostra che burnout genitoriale e pentimento reggono come costrutti DISTINTI, non come due nomi della stessa cosa, e che fra i due è il burnout — non il pentimento — ad associarsi a pensieri di fuga, trascuratezza e violenza (Roskam et al., 2025). Quindi la lettura di questo pezzo descrive una situazione frequente, non l’unica. Le percentuali citate vengono da due campioni polacchi e misurano una domanda secca — se potessi tornare indietro, rifaresti la scelta? — non l’intensità di un sentimento (Piotrowski, 2021); le cifre più basse che circolano per altri Paesi provengono da sondaggi d’opinione non scientifici. Il cancelletto di sicurezza di questo pezzo poggia su uno studio su 1.551 genitori che trova, fra le conseguenze specifiche del burnout genitoriale, i pensieri di fuga e l’ideazione suicidaria (Mikolajczak et al., 2018). Sulla Lista Invisibile siamo espliciti: due sintesi recenti sulla scrittura espressiva trovano effetti piccoli e selettivi, e su ansia e depressione l’evidenza non regge (Abu-Odah et al., 2023; Wang et al., 2024) — l’esercizio serve a dare forma a un ricordo, non a curare. La versione precedente di questa nota dichiarava che la Lista «si basa su CBT e terapia esistenziale»: non era sostenuto da nulla, ed è stato tolto.


Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026 e di nuovo nel luglio 2026. Nella revisione di luglio sono cambiate tre cose: la percentuale di genitori che dicono di pentirsi, che era attribuita a uno studio che non la conteneva; la fonte del concetto portante, che era il modello sbagliato; e la promessa sui tempi dell’esercizio finale, che non veniva da nessun dato.

Fonti scientifiche (9)