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«Niente»: la domanda che chiude e la presenza che apre
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«Niente»: la domanda che chiude e la presenza che apre

7 minuti di lettura ·

«Cos’hai fatto oggi?» «Niente.» È lo scambio che si ripete ogni pomeriggio in migliaia di case, quando un ragazzo rientra e un adulto prova ad aprirlo. Bruno Mastroianni, filosofo e giornalista che studia la comunicazione digitale, in un video lo ribalta con una frase che vale la pena tenere: «niente» è la risposta giusta a una domanda sbagliata. Non perché lui sia scortese o tu abbia fallito come genitore: chiedi «che hai fatto?» proprio perché ti importa. Ma quella domanda chiede un resoconto: la lista delle cose, matematica, l’intervallo, il compito. E la giornata di un adolescente è un sistema di correnti: in una mattina può aver conquistato il mondo e un’ora dopo essere sprofondato, e tutto questo resta fuori dalla casella «che hai fatto».

E infatti, quello che i genitori sanno della vita dei figli arriva soprattutto da quanto i figli scelgono di raccontare, molto più che dalle domande (Stattin & Kerr, 2000). Il che sposta la domanda utile — da «come faccio a farlo parlare» a «che presenza gli permette, quando vuole, di farlo».

Cosa c’è dietro un «niente»

Due cose rendono la domanda-resoconto quasi inservibile, ed entrambe hanno poco a che fare con la maleducazione.

La prima è che l’adolescente sta vivendo con un’intensità che ancora fatica a tradurre. Il suo cervello è in una fase di ristrutturazione profonda, e le emozioni arrivano più forti e più veloci delle parole per dirle (ne ho scritto in Il Cervello Che Cambia). Chiedergli il resoconto di una giornata così è come chiederlo a chi è appena uscito da una tempesta e ci vede ancora poco: gran parte di quello che gli è passato dentro è al buio anche per lui. La risposta onesta — «niente» — vuol dire faccio fatica a vederlo persino io, per ora.

La seconda è che allontanarsi è il suo compito. Costruire un’identità separata passa dal tenersi uno spazio privato: è sviluppo, non rifiuto (ne parlo qui). Su quello spazio, una domanda che suona come una richiesta di rendiconto incontra una porta che si chiude.

C’è poi il lato scomodo che Mastroianni mette a fuoco: a volte la domanda «che hai fatto?» è solo un rito, di cui già ci aspettiamo la risposta — «bene», «matematica», «normale». Il ragazzo lo sente. E dà al rito la risposta che il rito merita.

Da dove arriva la confidenza di un figlio

Qui arriva la parte controintuitiva, ed è la più solida. La tentazione, quando «niente» ci ferisce, è affinare la tecnica: fare domande più aperte, più furbe, più insistenti. Ma la ricerca punta altrove.

Lo studio che ha riscritto il modo di pensare la questione ha messo a confronto settecento quattordicenni svedesi e i loro genitori: quello che i genitori sapevano dei figli dipendeva quasi tutto dalla confidenza spontanea dei ragazzi, e molto poco dall’interrogarli o dal sorvegliarli. La conclusione degli autori è netta: la sorveglianza «non è la ricetta migliore» per un genitore (Stattin & Kerr, 2000). Non si estrae la vita di un figlio con le domande giuste; si riceve, quando lui decide di darla.

Vent’anni dopo, una rassegna che mette insieme trentadue studi conferma il quadro e aggiunge la cosa più utile: la confidenza spontanea batte ogni strategia del genitore tranne una, il calore — che è anche quella che tiene più a lungo (Liu et al., 2020). Con un’avvertenza sulla forza del legame: negli studi che seguono le famiglie nel tempo gli effetti risultano più piccoli che in quelli che fotografano un momento solo, e lo studio svedese è del secondo tipo.

E cosa lo fa decidere? Un clima, più che un interrogatorio riuscito. Uno studio che ha filmato madri e adolescenti mentre parlavano degli amici ha osservato che dove la madre sosteneva l’autonomia del ragazzo — dava spazio, non premeva, accoglieva il punto di vista — il ragazzo si confidava di più e più volentieri (Wuyts et al., 2018). Sono sessantadue coppie osservate, solo madri e in maggioranza con figlie: il legame è misurato, ma non dimostra da sé che sia il clima a produrre la confidenza, e riguarda un argomento preciso più che il raccontarsi in generale. È comunque coerente con quello che regge gran parte dello sviluppo di un ragazzo: il contesto relazionale, più della singola mossa (Lo Spazio Relazionale).

Una cosa va detta, perché qui il rischio è prendere un risultato e farne una legge. Quei quattordicenni erano svedesi, in un contesto tranquillo — e non vale per tutti. Uno studio longitudinale su settecentocinquanta ragazzi statunitensi in quartieri difficili trova il quadro rovesciato: là il predittore più forte di quanto i genitori sanno sono le loro conversazioni attive sulla giornata, mentre quello che il ragazzo racconta da sé non sposta molto (Bendezú et al., 2018). Quei ragazzi erano anche più grandi — sedicenni — e due anni a quell’età non sono pochi: parte della differenza potrebbe stare lì, non solo nel quartiere. Gli autori lo spiegano così: dove la vita è più dura, i genitori sono meno disponibili all’ascolto, e i ragazzi che avrebbero più da raccontare evitano di farlo — per non caricare chi è già sotto pressione, o per paura della reazione. Il che significa che quanto segue vale per una famiglia che ha margine, non è una ricetta universale.

In pratica, cosa fa la differenza

Se il canale è la confidenza spontanea e il clima è la leggerezza, il lavoro dell’adulto cambia forma. È essere raggiungibile quando la confidenza arriva, più che trovare la domanda che sblocca — e arriva quasi sempre nei momenti che capitano da sé: in auto, mentre si cucina, la sera a luce spenta, di fianco invece che faccia a faccia. Vale la pena esserci, in quei momenti laterali, con la bocca meno piena di domande. L’istinto, davanti a un figlio chiuso, è accendere la luce: spiegare, rassicurare, fare chiarezza. Serve più spesso qualcuno che regga di restare lì dove ancora si vede poco.

In concreto, tre spostamenti:

Una cosa, però, va distinta dal resto. Tutto questo riguarda il «niente» ordinario, quello di sempre. Un silenzio nuovo è un’altra faccenda: se un ragazzo che parlava si chiude di colpo, se il ritiro arriva con il sonno che cambia, i voti che crollano, gli amici che scompaiono, allora non è la forma della tua domanda a essere il problema — e lì aspettare che si confidi spontaneamente non è la mossa giusta. Si chiede, anche in modo diretto, e se serve si chiede aiuto.

Va detto con onestà, perché il contrario sarebbe vendere un’illusione: niente di tutto questo è una tecnica che “fa parlare”. Non togli la pressione per ottenere la confidenza in cambio — la togli e basta, e a volte «niente» resterà «niente» a lungo. Col tempo, quello che cresce è la probabilità di essere la persona a cui un figlio si rivolge quando ne avrà davvero bisogno — più dell’esito della serata di oggi. È una scommessa lenta, senza garanzie sul singolo giorno.

Tornare a «niente»

La prossima volta che senti quel «niente», puoi leggerlo per quello che è: la risposta esatta a una domanda che chiedeva la cosa sbagliata — un resoconto a chi ha appena attraversato una tempesta.

Un adolescente, il più delle volte, non ha bisogno di qualcuno che gli illumini il buio. Ha bisogno di qualcuno che si sieda al buio, accanto a lui. Il compito, allora, è smettere di stare sulla soglia con il blocco delle domande in mano, e mettersi lì: disponibile, senza pretendere il racconto. Forse resterà in silenzio comunque. Ma un ragazzo che sa di avere accanto una presenza che non lo interroga sa anche, quando verrà il momento, dove tornare.

Fonti scientifiche (5)
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