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Non Sopporto Più I Miei Figli: Cosa Ti Sta Succedendo
Guide per Genitori

Non Sopporto Più I Miei Figli: Cosa Ti Sta Succedendo

5 minuti di lettura ·

Aggiornato il 27 luglio 2026

Sono le 22. I bambini dormono. Finalmente.

E nella testa arriva il pensiero. Quello che non dici a nessuno: “Non li sopporto più.”

Subito dopo, il secondo: “Cosa c’è che non va in me?”

Poi il ciclo. Pensiero. Colpa. Silenzio. Il pensiero torna più forte. Più colpa. Ogni volta giuri che è l’ultima volta che lo pensi. Ogni volta torna.

Non lo dici a nessuno. Perché le brave madri non pensano queste cose. I bravi padri non si sentono così. E più lo nascondi, più ti sembra di essere l’unica persona al mondo che lo pensa. Sul punto la ricerca è tranquillizzante in modo quasi banale: il burnout genitoriale è stato trovato in tutti e quarantadue i Paesi in cui è stato cercato (Roskam et al., 2021).

Quel pensiero non significa quello che credi.


Non è quello che pensi

“Non sopporto più i miei figli” ≠ “Non amo i miei figli.”

Sembra la stessa cosa. Non lo è.

Se questo pensiero è ricorrente e associato a esaurimento e distanza emotiva, è un segnale d’allarme del burnout. Non ogni pensiero isolato “non li sopporto più” significa burnout — ma se torna spesso, il quadro è chiaro.

Quella distanza ha un nome nella ricerca: distanziamento affettivo. E vale la pena raccontare come ci sono arrivati, perché dice qualcosa. Il primo strumento per misurare il burnout dei genitori era ricalcato su quello del burnout da lavoro, e restituiva tre dimensioni (Roskam et al., 2017; ne risulta colpito fra il 2 e il 12% dei genitori). Poi gli stessi ricercatori hanno rifatto il lavoro al contrario: invece di dedurre dal lavoro, sono partiti dalle testimonianze dei genitori esausti e hanno costruito lo strumento sulle loro parole. Ne sono uscite quattro cose, non tre — l’esaurimento nel ruolo di genitore, il contrasto con il genitore che eri prima, la sensazione di esserne saturo, e l’allontanamento emotivo dai figli (Roskam et al., 2018, su 901 genitori).

Quel secondo elemento è quello che spesso fa più male, e nella prima versione dello strumento non c’era: non è solo che sei stanco, è che non ti riconosci.

Va detto anche cosa la ricerca non dice, perché è dove si esagera facilmente. Che il cervello «stacchi la corrente» per proteggerti è un’immagine, non un meccanismo misurato: quegli studi descrivono come si presenta il fenomeno e quanto è diffuso, non cosa succede dentro la tua testa mentre succede. Quello che regge è la descrizione — e basta a spostare la domanda.

Il dolore non è il problema. È il segnale che c’è una ferita.

Questo pensiero non è il problema. È il segnale che sei a secco.

Il punto è questo: non c’è niente che non va in te.

La vera domanda è: da quanto tempo stai funzionando a vuoto?


Due cose diverse che si somigliano

Il burnout genitoriale e la depressione si somigliano, e c’è una ragione per tenerli distinti. Quando il burnout dei genitori è stato messo alla prova contro la depressione misurata con uno strumento standard, le due cose sono risultate legate da correlazioni basse o moderate (Roskam et al., 2017): si sovrappongono in parte, non coincidono.

Il modo pratico di distinguerli passa da due domande — ed è descrizione clinica corrente, non il risultato di quello studio. Dove: il vuoto da burnout è legato al ruolo, quindi con loro lo senti e in altri contesti puoi stare meglio; nella depressione è ovunque. Quando: il primo oscilla, ha giornate migliori e peggiori; la seconda è costante, ogni giorno, da settimane, e porta con sé pensieri negativi su di sé, sonno e appetito che cambiano, a volte pensieri di farsi male.

Le due cose possono coesistere. Se ti riconosci in entrambi i quadri, o se hai dubbi, parlarne con il medico di famiglia o uno psicologo è precisione, non debolezza. In Ticino la consulenza per genitori di Pro Juventute è gratuita e risponde 24 ore su 24, in italiano: 058 261 61 61.

Se ti riconosci nel primo quadro, c’è una cosa che vale più di tutto il resto di questa pagina: su questo si interviene, e funziona. Una sintesi del 2025 ha messo insieme quindici studi — 1.380 genitori, dodici gruppi assegnati a caso — e trova riduzioni del burnout da moderate ad ampie rispetto a chi non riceve nulla, che reggono ad almeno tre mesi di distanza (Urbanowicz et al., 2025). Nessun approccio è risultato superiore agli altri. Continua.


Adesso che sai cos’è, puoi smettere di combattere il pensiero e iniziare a leggere il segnale.

Il Termometro

Non ti chiederò di cambiare niente oggi.

Ti chiederò solo di osservare un numero.

Ogni sera, prima di dormire, dai un numero da 1 a 10 alla giornata:

Non giudicare il numero. Non cercarne uno “giusto”. Solo registralo mentalmente.

Dopo cinque giorni, rileggi la fila di numeri. Cinque non è una soglia: è il minimo per distinguere un andamento da una giornata storta.

Cosa vedrai: non il numero in sé, ma cosa c’era nelle giornate alte e cosa mancava in quelle basse. Il pensiero “cosa c’è che non va in me” diventa “cosa c’era o non c’era oggi”. È una domanda diversa. E ha risposte.

Se la fila resta bassa a lungo, quella è l’informazione da portare a qualcuno — il medico di famiglia, uno psicologo. Sul resto sono esplicito: questa scala è nostra, non viene da uno strumento validato, e nessun numero che scrivi qui dice se hai un burnout. Serve a guardarti, non a classificarti. Gli strumenti che una misura ce l’hanno stanno in mano ai professionisti, ed è a loro che vanno le domande diagnostiche.

Il numero non è un voto: è una mappa. Dice dove sei adesso, e tanto basta.


Leggi anche: Genitore che urla sempre | «E adesso?» Diventare genitori è una metamorfosi | Termometro Genitoriale — la versione da compilare | Test burnout genitoriale


Perché il serbatoio si svuota così?

Il Termometro ti dice a che punto sei.

Ma non spiega perché nessuno ricarica niente. E cosa succede quando versi da un serbatoio vuoto per settimane, mesi, anni.

Ha a che fare con come funziona il tuo sistema. E con il fatto che nessuno te lo ha mai spiegato.

La Tazza Vuota — Prima di Tutto EP01


Quel pensiero non ti rende un cattivo genitore. Ti rende un genitore a secco. La differenza è tutto.


Nota metodologica: il distanziamento affettivo compare come dimensione del burnout genitoriale in entrambi gli strumenti costruiti per misurarlo. Il primo (PBI, Roskam et al., 2017; prevalenza stimata fra il 2 e il 12%) era ricalcato sul burnout professionale e ne restituiva tre; il secondo (PBA, Roskam et al., 2018), costruito a partire dalle testimonianze dei genitori invece che per deduzione, ne individua quattro, aggiungendo il contrasto con il sé genitoriale precedente e la sensazione di saturazione. Questo articolo usa la seconda struttura, che è quella corrente. Nello stesso studio il costrutto è stato confrontato con la depressione misurata con uno strumento standard: le correlazioni sono risultate da basse a moderate, il che sostiene la distinzione fatta qui sopra ma non autorizza a trattarle come fenomeni separati in ogni caso — possono coesistere. Il modello BR² di Mikolajczak e Roskam (2018) descrive la condizione come squilibrio cronico fra richieste e risorse: è una cornice esplicativa, non la misura di un meccanismo cerebrale, e in questo articolo è usata solo per questo. Le descrizioni pratiche del “dove” e “quando” (vuoto legato al ruolo, andamento oscillante) sono descrizione clinica corrente, non risultati di quegli studi. Sull’efficacia degli interventi il riferimento è una meta-analisi preregistrata del 2025 (Urbanowicz et al., 15 studi, N=1.380, 12 bracci randomizzati): riduzioni da moderate ad ampie mantenute a tre mesi, con eterogeneità moderata fra gli studi. Il Termometro, invece, è uno strumento di auto-osservazione con una scala nostra, non validata: non misura il burnout e non sostituisce una valutazione professionale.


Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026 e di nuovo nel luglio 2026. Nella revisione di luglio è cambiato il peso dato alla spiegazione: il testo raccontava il distanziamento affettivo come un meccanismo cerebrale («il sistema stacca la corrente per proteggerti»), che nessuno degli studi citati misura. Al suo posto c’è ciò che quelle ricerche mostrano davvero — come si presenta il fenomeno, quanto è diffuso, e in che modo si distingue dalla depressione. È stata tolta anche la soglia numerica del Termometro, che era nostra e veniva presentata come segnale di burnout.

Fonti scientifiche (6)