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«Non sopporto più i miei figli»: cosa ti sta succedendo
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«Non sopporto più i miei figli»: cosa ti sta succedendo

5 minuti di lettura ·

Aggiornato il 4 settembre 2026

Sono le 22. I bambini dormono. Finalmente.

E arriva il pensiero, quello che tieni per te: «non li sopporto più».

Subito dopo arriva il secondo: «cosa c’è che non va in me?».

Poi il giro. Pensiero, colpa, silenzio. Il pensiero torna più forte, la colpa aumenta. Ogni volta giuri che è l’ultima. Ogni volta torna.

Lo tieni per te perché si crede che l’amore per i figli escluda quel pensiero. E più lo tieni per te, più ti sembra di essere l’unico al mondo ad averlo. Su questo la ricerca è rassicurante in modo quasi banale: il burnout genitoriale è stato trovato in tutti e quarantadue i Paesi in cui l’hanno cercato (Roskam et al., 2021).

Quasi sempre, quel pensiero misura l’energia che ti è rimasta. È un indicatore di livello, e sta segnando basso. Più avanti trovi come riconoscere i casi in cui sta segnando altro.


Che cosa misura, esattamente

Fra «non li sopporto più» e «non li amo» c’è la stessa distanza che passa fra la spia della benzina e la destinazione. La spia dice quanto ne hai, e tace su dove sei diretto.

Quella distanza che senti ha un nome nella ricerca: distanziamento affettivo. E il modo in cui ci sono arrivati dice qualcosa.

Il primo strumento per misurare il burnout dei genitori era ricalcato su quello del burnout da lavoro, e restituiva tre dimensioni (Roskam et al., 2017; ne risulta colpito fra il 2 e il 12% dei genitori). Poi gli stessi ricercatori hanno rifatto il lavoro al contrario: invece di dedurre dal lavoro, sono partiti dalle testimonianze dei genitori esausti e hanno costruito lo strumento sulle loro parole.

Ne sono uscite quattro cose — l’esaurimento nel ruolo di genitore, il contrasto con il genitore che eri prima, la sensazione di esserne saturo, e l’allontanamento emotivo dai figli (Roskam et al., 2018, su 901 genitori).

Il secondo è quello che di solito fa più male, ed è comparso solo quando hanno cominciato ad ascoltare i genitori: la fatica la mettevi in conto, il fatto di non riconoscerti no.

Una cosa la ricerca la lascia fuori, e conviene dirla perché è dove si esagera facilmente. Che il cervello «stacchi la corrente» per proteggerti è un’immagine, non un meccanismo misurato: quegli studi descrivono come si presenta il fenomeno e quanto è diffuso, e tacciono su cosa accade nella tua testa mentre accade. Quello che regge è la descrizione — e basta a cambiare la domanda.

Il dolore segnala una ferita. Questo pensiero segnala un serbatoio vuoto.

Il modello che la descrive parla di uno squilibrio prolungato fra quello che il ruolo chiede e quello che hai per starci dietro (Mikolajczak & Roskam, 2018).

E allora la domanda utile diventa: da quanto tempo stai funzionando a vuoto?


Due cose che si somigliano, e conviene tenere distinte

Il burnout genitoriale e la depressione si assomigliano. Quando il burnout dei genitori è stato messo alla prova contro la depressione misurata con uno strumento standard, le due cose sono risultate legate da correlazioni basse o moderate (Roskam et al., 2017): si sovrappongono in parte, e restano due cose.

Il modo pratico di distinguerle passa da due domande. Questa è descrizione clinica corrente, e va presa per tale: quello studio misurava altro.

Dove. Il vuoto da burnout è attaccato al ruolo: con loro lo senti, e in altri contesti puoi respirare. Nella depressione è ovunque, anche dove il ruolo finisce.

Quando. Il primo oscilla: ha giornate migliori e giornate peggiori. La seconda è costante, ogni giorno, da settimane, e porta con sé pensieri duri su di sé, il sonno e l’appetito che cambiano, a volte pensieri di farsi del male.

Le due cose possono stare insieme. Se ti riconosci in entrambi i quadri, o se resti nel dubbio, parlarne con il medico di famiglia o con uno psicologo è precisione.

In Ticino la consulenza per genitori di Pro Juventute è gratuita, in italiano, e risponde 24 ore su 24: 058 261 61 61.

E se quello che ti passa per la testa riguarda il farti del male, il numero da chiamare adesso è un altro: 143, Telefono Amico, anonimo e gratuito, 24 ore su 24. Nell’urgenza, il 144 mette in contatto con il picchetto psichiatrico.

Su questa condizione si interviene, ed è misurato

Se ti riconosci nel primo quadro, questa è la cosa che vale più del resto della pagina.

Una sintesi del 2025 ha messo insieme quindici studi — 1.380 genitori, dodici gruppi assegnati a caso — e trova riduzioni del burnout da moderate ad ampie rispetto a chi non riceve nulla, che reggono ad almeno tre mesi di distanza (Urbanowicz et al., 2025). Approcci diversi hanno funzionato in modo simile: nessuno è risultato superiore agli altri.

Detto in italiano comune: su questa condizione si interviene, e gli interventi provati finora funzionano.


Un numero, ogni sera

Da oggi ti chiedo una cosa sola: osservare un numero.

Ogni sera, prima di dormire, dai un voto da 1 a 10 alla giornata.

Segnalo e basta. Un numero qualsiasi va bene, perché serve la fila, non il singolo voto.

Dopo cinque giorni rileggi la sequenza. Cinque è il minimo per distinguere un andamento da una giornata storta.

Cosa vedrai: quello che c’era nelle giornate alte e quello che mancava in quelle basse. La domanda «cosa c’è che non va in me» diventa «cosa c’era, oggi, e cosa mancava». È un’altra domanda, e questa ha risposte.

Se la fila resta bassa a lungo, quella è l’informazione da portare al medico di famiglia o a uno psicologo.

Su questo sono esplicito: la scala è nostra, viene dalla pratica e non da uno strumento validato, e nessun numero che scrivi qui dice se hai un burnout. Serve a guardarti, e la misura vera sta in mano ai professionisti — è a loro che vanno le domande diagnostiche. Se vuoi uno strumento adattato dalle scale pubblicate, c’è il Termometro Genitoriale.

Il numero è una mappa, e dice dove sei adesso. Tanto basta per stasera.


Leggi anche: Genitore che urla sempre | «E adesso?» Diventare genitori è una metamorfosi | Test burnout genitoriale


Perché il serbatoio si svuota così

Il numero della sera ti dice a che punto sei.

Resta la domanda di sotto: perché si svuota, e cosa succede quando versi da un serbatoio vuoto per settimane, mesi, anni.

La Tazza Vuota — Prima di Tutto EP01


Quel pensiero dice che sei a secco. È un’informazione sul serbatoio, e il serbatoio si riempie.


Nota metodologica: gli strumenti che misurano il burnout genitoriale sono due. Il primo (Parental Burnout Inventory, Roskam et al., 2017) era ricalcato sul burnout professionale e restituiva tre dimensioni; il secondo (Parental Burnout Assessment, Roskam et al., 2018), costruito a partire dalle testimonianze dei genitori, ne individua quattro. Questo articolo usa il secondo.

Sulla distinzione dalla depressione: le correlazioni basse o moderate sostengono la distinzione fatta qui, e lasciano aperta la possibilità che le due cose coesistano nella stessa persona. Il «dove» e il «quando» sono descrizione clinica corrente, non risultati di quello studio.

Sull’efficacia degli interventi il riferimento è una meta-analisi preregistrata (Urbanowicz et al., 2025): quindici studi, N=1.380, dodici bracci randomizzati, eterogeneità moderata fra gli studi.

Il numero della sera è uno strumento di auto-osservazione con una scala nostra, che non è validata e non sostituisce una valutazione professionale.

Fonti scientifiche (6)