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Il prezzo della velocità
Il Secondo Bipedismo

Il prezzo della velocità

Episodio 11 di 13 · 13 minuti di lettura ·

Aggiornato il 9 agosto 2026

Le tre vulnerabilità

Il cricchetto culturale è un trionfo. Accumulo esponenziale, molto più veloce dell’evoluzione genetica. Ogni generazione che parte da dove la precedente si è fermata. Spirale verso l’alto.

Poi abbiamo scoperto su cosa poggia: un substrato neurologico accrocchiato (Jacob, 1977: il bricolage evolutivo), strati evolutivi distinti che convivono senza un’integrazione perfetta (Levi-Montalcini, 1988): non ogni tratto è un adattamento ottimale, molti sono sottoprodotti di vincoli storici (Gould & Lewontin, 1979). La plasticità che ci rende educabili ci rende anche indottrinabili. Il cervelletto — che per milioni di anni ha coordinato soltanto il movimento, e che secondo un’ipotesi accreditata (non un fatto stabilito) ci serve oggi anche per tenere il filo di una storia — funziona finché l’ambiente resta stabile.

Tre vulnerabilità strutturali sono nascoste dentro questo successo. Dormienti per millenni.

Ora le vediamo una per una.


Biologia insufficiente senza cultura

Un’ape arriva al mondo con moltissimo già scritto: costruire celle esagonali, indicare una direzione danzando, riconoscere la regina. Non deve imparare quasi niente di tutto questo, e le sue istruzioni sono calibrate per una nicchia rimasta stabile per milioni di anni.

(Nemmeno lì, per la verità, è tutto istinto: api allevate in isolamento vanno a bottinare meno e peggio delle altre, e il passaggio dal fare la nutrice al fare la bottinatrice è regolato anche dai feromoni della regina e delle larve. La colonia insegna qualcosa alle sue api. Ma è una frazione minuscola di quello che serve a un bambino.)

Homo sapiens sta all’altro capo, e molto lontano.

Un neonato umano non cammina per 12 mesi. Non parla per 18. Non può procurarsi cibo autonomamente fino a 6-8 anni. Cervello a circa un quarto-un terzo della dimensione adulta. Praticamente tutto da apprendere.

Questa dipendenza dall’apprendimento è il prezzo della plasticità. Un cervello che può imparare qualsiasi cosa è un cervello che viene programmato interamente dall’ambiente culturale.

L’esempio che si porta sempre, a questo punto, è la Tasmania — e vale la pena raccontarlo per intero, perché la storia di come è stato discusso insegna più della storia in sé.

La versione che circola. Popolazione aborigena isolata dall’Australia continentale per circa diecimila anni. Quando arrivarono gli europei, i tasmaniani non avevano più tecnologie che i loro antenati possedevano: ami da pesca, imbarcazioni complesse, abbigliamento cucito. La spiegazione proposta da Joseph Henrich nel 2004, poi divulgata nel suo libro del 2015, è demografica: una popolazione piccola e frammentata non ha abbastanza trasmettitori per correggere gli errori di apprendimento, e le tecniche più difficili si degradano di generazione in generazione. Il cricchetto gira all’indietro.

Perché non si può usarla come prova. Nel 2016 Krist Vaesen, Mark Collard, Richard Cosgrove e Wil Roebroeks — un filosofo della tecnologia e tre archeologi — hanno contestato quel modello su una delle riviste scientifiche più autorevoli che esistano. Due obiezioni. La prima è tecnica: il modello regge solo assumendo che ciascuno impari dal membro più abile del gruppo e che questa tendenza resti identica man mano che il livello medio sale — condizioni che nei gruppi reali non si osservano. La seconda è empirica, e pesa di più: fra i cacciatori-raccoglitori effettivamente studiati non si trova la relazione prevista fra numero di persone e complessità degli strumenti (Vaesen et al., 2016). Henrich e colleghi hanno risposto; Vaesen e i suoi hanno replicato con un articolo intitolato «L’effetto Tasmania e altre piste false». Il dibattito dura da vent’anni — le prime obiezioni sono del 2006 — e non ha un vincitore.

E se qualcuno chiede: allora perché sono spariti gli ami? La risposta onesta è che non si sa, ma non è la stessa cosa che dire che nessuno ci ha pensato. Intanto la cronologia va corretta: l’abbandono del pesce con le squame è datato a circa tremilacinquecento anni fa, non all’arrivo degli europei — la storia, così come viene raccontata, comprime tre millenni in un incontro. Le spiegazioni in campo sono almeno tre oltre a quella di Henrich. Una ambientale: intorno a quella data si sarebbero verificate fioriture di alghe tossiche, che avrebbero reso il pesce pericoloso (l’ipotesi esiste, il legame resta speculativo). Una culturale: non una capacità perduta ma un divieto, forse nato da un disastro — barche perse in una tempesta, e da lì una regola. Una pratica: la scelta di puntare su risorse più facili da procurare, che è quello che farebbe chiunque.

Nessuna delle tre è dimostrata. Ma un ragazzo che le sente tutte impara qualcosa di più utile della risposta giusta: che davanti allo stesso buco archeologico si possono costruire spiegazioni diverse, e che sceglierne una perché è la più elegante è esattamente il modo di sbagliare.

E cosa resta in piedi, tolto quel caso. Conviene essere precisi su cosa è caduto e cosa no, perché non è la stessa cosa. È caduto un meccanismo specifico: l’idea che sia il numero di persone a determinare quanto una cultura riesce a tenere. Non è caduto che la trasmissione serva — su questo nessuno discute, ed è verificabile da chiunque abbia provato a insegnare qualcosa di complicato a qualcuno. Non è caduto che alcune conoscenze siano più fragili di altre: un mestiere che vive in poche mani si perde quando quelle mani si fermano, e di questo la storia dà esempi che nessuno contesta. Quello che non possiamo più dire è la versione con la formula: tot persone in meno, tot tecniche perse. Il legame c’è, la ricetta no.

Quello che regge senza bisogno di quel caso è più modesto e più difficile da contestare: nessuna generazione umana ricostruisce da sola ciò che sa. Un bambino non riderivare il linguaggio, la matematica o il modo di stare al mondo osservando la natura; li riceve, o non li ha. La «natura umana» che diamo per scontata — la razionalità, il senso morale, le competenze che chiamiamo trasversali — arriva attraverso quindici o vent’anni di immersione in altri esseri umani. Non è un’ipotesi contestata: è la condizione ordinaria della nostra specie, ed è per questo che l’interruzione della trasmissione è un problema anche quando non produce catastrofi visibili.

La cultura non è un extra. È infrastruttura di sopravvivenza. Senza trasmissione, regreditiamo.


Perdere tutto in due generazioni

Il timore che la Tasmania ha fatto nascere è comunque legittimo, e si può argomentare senza appoggiarsi a quel caso: l’interruzione della trasmissione può essere rapida, e alcune conoscenze sono più fragili di altre.

Normalmente pensiamo all’accumulo culturale come irreversibile — una volta inventata la ruota, non la dimenticheremo. Ma questo presuppone popolazione ampia, reti sociali dense, trasmissione continua. Rimuovi uno di questi fattori e il castello di carte inizia a crollare.

La conoscenza altamente specializzata è particolarmente fragile. Metallurgia complessa, navigazione astronomica, agricoltura su terreni marginali: ogni pezzo richiede competenze che pochi individui possiedono. Se quei pochi muoiono senza trasmettere, la conoscenza sparisce.

Tre esempi storici documentati.

Ferro di Damasco: acciaio siriaco con struttura ondulata distintiva e resistenza superiore a qualsiasi lega europea contemporanea. Il processo andò perso intorno al XVIII secolo, tra i fattori documentati l’interruzione della catena di trasmissione fra maestri e apprendisti e il venir meno delle fonti di materia prima con la composizione specifica necessaria. La metallurgia moderna ha ricostruito parzialmente il processo, ma la tecnica originale resta probabilmente irrecuperabile.

Cemento romano: l’opus caementicium è durato oltre duemila anni — Pantheon, acquedotti, porti marini ancora in piedi. Qui però la versione che si racconta di solito — «la ricetta andò perduta» — è più complicata di così. Un segreto non lo è mai stato: Vitruvio la mette per iscritto intorno al 25 a.C., proporzioni comprese, una parte di calce e tre di pozzolana per gli edifici, una a due per le opere sott’acqua. Solo che quel trattato smette di circolare, e torna disponibile in Europa quando un umanista lo ritrova in una biblioteca svizzera nel Quattrocento. Nel frattempo erano sparite anche le condizioni: le cave di pozzolana con la composizione giusta, l’organizzazione dei cantieri, la scala imperiale che rendeva sensato costruire così.

Quindi non è che qualcuno avesse dimenticato una formula: si erano perse insieme la copia del libro e il mondo che rendeva utile leggerlo. Quanto allo studio del 2017, spiega perché quel calcestruzzo si autoripara nell’acqua di mare (Jackson et al.): è una scoperta sul meccanismo chimico, non il ritrovamento di una formula perduta. La distinzione conta, perché è la differenza fra una conoscenza dimenticata e una conoscenza rimasta senza le condizioni per essere usata.

Fuoco greco: arma incendiaria bizantina che bruciava sull’acqua. Composizione custodita come segreto di stato. La formula andò perduta nel tardo Medioevo e non è mai stata ricostruita con certezza.

Boyd e Richerson (1985) hanno costruito i modelli matematici di questo tipo di processo: la conoscenza culturale si degrada quando il tasso di trasmissione scende sotto quello di perdita. Sono modelli — descrivono cosa succederebbe date certe premesse, e sono precisamente le premesse che il dibattito degli ultimi vent’anni mette in discussione.

E qui c’è una riga che si supera facilmente senza accorgersene. Dai casi tecnici si passa a una conclusione più grande: che anche le capacità cognitive si perdano allo stesso modo, che «se il contesto sociale si interrompe l’allenamento delle funzioni esecutive decade in una generazione», che gli adulti impoveriti producano bambini impoveriti in una spirale.

Nessuno l’ha misurato. È un’analogia, e per giunta un’analogia costruita su un caso — la Tasmania — che è esso stesso conteso. Vale la pena tenerla come domanda, perché è una buona domanda; non vale niente come previsione, e chi la usa per prevedere il futuro dei bambini di oggi sta facendo un salto di due gradini in una volta.

Quello che si può dire senza saltare: le funzioni esecutive non sono istinti, si sviluppano in un ambiente che le chiede, e un ambiente che non le chiede mai non le sviluppa. Quanto questo si accumuli di generazione in generazione, e a che velocità, non lo sappiamo — e nel dubbio conviene guardare quello che si può osservare in una classe quest’anno, non quello che si teme fra due generazioni.


Il mismatch

E qui arriviamo al concetto che lega tutto.

Un principio consolidato della biologia evolutiva: i tratti sono modellati dall’ambiente del passato, non da quello presente. Quando l’ambiente cambia più in fretta di quanto l’evoluzione possa inseguire, ciò che era un vantaggio può diventare una vulnerabilità. È il mismatch evolutivo.

Il nostro cervello si è formato in quello che viene chiamato l’ambiente di adattamento evolutivo: per convenzione la savana africana, fra due milioni e diecimila anni fa. (La formula è comoda e discussa: parlare di «un» ambiente originario semplifica milioni di anni e continenti diversi. Regge come ordine di grandezza, non come indirizzo.) Quell’ambiente aveva caratteristiche specifiche: cibo scarso e ad alto valore calorico, predatori visibili, gruppi sociali piccoli, stimoli rari e salienti.

Ogni predisposizione che ci ha tenuti in vita là diventa un potenziale problema qui:

L’attrazione per zuccheri e grassi — vantaggiosa quando il cibo era raro — produce obesità quando ogni angolo di strada offre calorie dense. La tendenza a cercare schemi nei dati ambigui — essenziale per riconoscere un predatore nel fogliame — alimenta il complottismo quando applicata a flussi informativi incontrollati. L’attenzione automatica agli stimoli salienti — vitale per la sopravvivenza in savana — diventa vulnerabilità quando qualcuno progetta stimoli salienti artificiali in serie infinita.

Il mismatch non è un difetto. È la conseguenza inevitabile di un ambiente che cambia più velocemente dell’evoluzione.

L’evoluzione genetica lavora su scale di decine di migliaia di anni; l’evoluzione culturale può cambiare il contesto in una generazione. Ed è qui che si inserisce di solito una cifra comoda: che la corteccia prefrontale «matura a venticinque anni», o a venti, e che quello sia il limite biologico che la cultura non può forzare.

Quella cifra non regge come sembra, e vale la pena saperlo perché circola dappertutto: non esiste una definizione condivisa di «maturità cerebrale», né un modo unico di misurarla. A seconda di cosa si guarda — spessore della corteccia, sostanza bianca, connettività — le curve si appiattiscono in momenti diversi, in persone diverse, e alcune continuano a cambiare oltre i trent’anni (Somerville, 2016). Il numero venticinque nasce dall’appiattirsi di alcune di quelle curve, ed è diventato una scadenza che nessuno studio ha mai fissato.

Quello che resta vero è più semplice: lo sviluppo di quelle capacità è lungo, molto più lungo di quanto duri una moda tecnologica, e non lo si può comprimere per decreto.


Tre volte, in questo articolo, una spiegazione attraente non ha retto alla verifica: la Tasmania, il decadimento delle funzioni esecutive in una generazione, la scadenza dei venticinque anni. Non è un caso che siano tre, e conviene avere il nome della cosa. Gould e Lewontin — gli stessi citati all’inizio per i sottoprodotti dell’evoluzione — chiamavano «just-so story», storia del proprio così, una spiegazione che si adatta perfettamente ai fatti dopo averli visti, e che sembra ovvia solo perché nessuno l’ha messa alla prova prima.

Le storie di questo tipo non sono bugie: sono ipotesi che hanno saltato il turno della verifica. E si riconoscono da un segnale abbastanza affidabile — spiegano tutto, non lasciano niente di scomodo fuori, e per questo si raccontano così bene.

I vantaggi evolutivi che abbiamo descritto lungo tutto questo percorso — la plasticità neotenìca, la noia che spinge la creatività, la narrativa reciproca, il tempo liberato dal fuoco — funzionano solo se l’ambiente fornisce le condizioni appropriate.


Il cricchetto può girare all’indietro

Abbiamo costruito il quadro completo.

Partenza australopitecina, neotenia, fuoco, narrativa, cricchetto culturale, substrato accrocchiato, tre vulnerabilità.

La dominanza globale umana non è biologica. È culturale. E la cultura non si auto-mantiene. Richiede popolazione ampia e connessa, reti sociali dense, un ambiente stabile per l’allenamento delle funzioni esecutive, trasmissione generazionale continua. Ogni generazione deve re-imparare come usare il cervello plastico che eredita.

I vantaggi evolutivi — plasticità neotenìca, tempo liberato, noia creativa, narrativa reciproca — non sono garanzie automatiche. Sono condizioni ambientali. Se le condizioni cambiano, il vantaggio si inverte.

Il ferro di Damasco scomparve. Il cemento romano fu dimenticato per sedici secoli. Il fuoco greco evaporò con l’impero che lo custodiva — e sul caso tasmaniano, che è quello che si cita sempre, gli specialisti discutono ancora.

Quelli, comunque, erano incidenti circoscritti: mestieri custoditi da pochi, catene interrotte per ragioni locali.

Cosa succede se l’interruzione diventa sistematica? Se un intero ambiente — globale, pervasivo, progettato per catturare attenzione — lavora contro la trasmissione culturale?


Questo articolo è stato riscritto nell’agosto 2026, in un giro di verifica delle fonti.

Il caso della Tasmania era presentato come una dimostrazione — «documenta in modo brutale» — di come una popolazione piccola perda le proprie tecnologie. È invece un’ipotesi contestata: nel 2016 quattro ricercatori hanno mostrato sui Proceedings of the National Academy of Sciences che i modelli demografici su cui poggia reggono solo in condizioni implausibili e confliggono con l’evidenza archeologica, e il dibattito che ne è seguito non ha un vincitore (Vaesen et al., 2016). Ora l’articolo racconta il caso e la sua contestazione, che insieme insegnano più della sola storia.

Da lì dipendeva un secondo passaggio, ancora più esposto: l’idea che le funzioni esecutive «decadano in una generazione» quando il contesto sociale si interrompe, in una spirale fra adulti e bambini. Nessuno l’ha misurato, ed era un’analogia costruita sopra un caso già conteso. Resta come domanda, non come previsione.

È stato tolto anche l’esempio di Victor de l’Aveyron: dagli anni Novanta in poi diversi studiosi hanno riletto quel caso come possibile condizione del neurosviluppo, e i «bambini selvaggi» risultano spesso bambini abbandonati poco prima del ritrovamento o con disabilità preesistenti. Non è materiale da cui dedurre come funziona la trasmissione culturale.

Infine la soglia dei «20-25 anni» per la maturazione della corteccia prefrontale, la stessa già corretta in un altro articolo di questa serie: non esiste una definizione condivisa di maturità cerebrale né un modo unico di misurarla (Somerville, 2016).

Fonti scientifiche (9)
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