La Regina Rossa
Aggiornato il 9 agosto 2026
Quando il terreno accelera
La Regina Rossa dice ad Alice: «Qui devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto.»
Per gran parte della nostra storia abbiamo corso abbastanza. Il cricchetto culturale girava nella direzione giusta: ogni generazione partiva da dove la precedente si era fermata. Conoscenza accumulata, non ripetuta. Strumenti trasmessi, non reinventati. Storie raccontate, attenzione condivisa, tempo per stare nel vuoto.
Poi il terreno ha accelerato. E correre alla stessa velocità di prima ha smesso di bastare.
Questo è l’ultimo capitolo prima degli strumenti. Tiene insieme tutto quello che le parti precedenti hanno costruito: il cervello che nasce incompleto, il fuoco, la narrazione, le funzioni esecutive, i bias. Non per allarmare. Per mettere a fuoco la posta in gioco — e poi, nella Parte 9, fare qualcosa.
8.1 Cervello lento, mondo veloce
C’è un dato di fondo, e regge senza bisogno di gonfiarlo: il cervello umano si finisce tardi. Le spine sinaptiche della corteccia prefrontale — la regione che pianifica, frena gli impulsi, regge l’attenzione — continuano a essere rimodellate fino alla terza decade di vita, molto più a lungo che in qualsiasi altro primate (Petanjek et al., 2011). Gli autori la chiamano neotenia: una lentezza che è il nostro vantaggio, non il nostro difetto. Restiamo plasmabili a lungo perché è dentro quella finestra lunga che l’ambiente ci costruisce.
Le funzioni esecutive — memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva — si sviluppano dentro quella finestra, e si sviluppano se l’ambiente le allena (Diamond, 2013). Non sono un dono che arriva da solo a una certa età. Sono una competenza che cresce con l’uso, come un muscolo.
Qui sta il punto. Per migliaia di anni l’ambiente che incontrava quel cervello lento forniva, senza progettarlo, le condizioni che lo allenavano:
Il tempo vuoto — ore senza niente da fare, in cui la mente si parla da sola, consolida, immagina. L’assenza di stimoli che costringe a generarli dall’interno. La narrazione condivisa, che chiede di tenere a mente una trama, non interrompere, cambiare prospettiva. L’attesa — volevi qualcosa, dovevi aspettarlo — che allena la tolleranza alla frustrazione.
L’ambiente digitale non è “troppo tempo davanti a uno schermo”. Il problema non è la quantità. È che quelle quattro condizioni sono state, una a una, rese facoltative. Il tempo vuoto si riempie al primo segnale di noia. L’attesa è quasi sparita. La narrazione condivisa cede al consumo individuale, ognuno sul proprio schermo.
Ecco la dinamica della Regina Rossa applicata allo sviluppo. Finché era l’ambiente a fornire da sé quelle condizioni, bastava lasciar fare: il muscolo si allenava da solo. Ora che l’ambiente le toglie, restare fermi non basta più. Serve correre — allenare di proposito ciò che prima si allenava da sé — anche solo per restare nello stesso posto.
In Svizzera, lo studio MIKE (ZHAW, su oltre mille bambini fra i 6 e i 13 anni, ripetuto ogni due anni) documenta un aumento netto dell’uso dei media con l’età: intorno ai dieci-undici anni una quota che le diverse edizioni collocano fra la metà e i due terzi ha già un telefono proprio, e l’uso quotidiano di quasi tutte le funzioni è nettamente più alto rispetto ai bambini di sei-sette anni. (Le cifre esatte variano da un’edizione all’altra e vanno lette sul rapporto dell’anno che interessa, non sui riassunti.) Un dato puntuale sul tempo-schermo dei bambini ticinesi fra gli 8 e i 12 anni, in ore, non esiste in modo verificabile — e non serve gonfiarlo per vedere il fenomeno: le condizioni che allenavano l’attenzione sono diventate l’eccezione invece della regola.
Non è una colpa dei bambini, né dei genitori. È un ambiente che ha tolto l’allenamento, e si stupisce che il muscolo sia debole.
8.2 Quando i freni sono meno allenati
Nella Parte 6 abbiamo incontrato l’apofenia: la tendenza del cervello a vedere connessioni dove ci sono solo coincidenze. Non è un difetto, è un’eredità. Per chi viveva nella savana, scambiare un cespuglio per un predatore costava poco; non vedere il predatore costava tutto. Il cervello ha imparato a vedere pattern in eccesso.
Vedere pattern è automatico e veloce. Verificarli no: chiede di fermarsi, distinguere correlazione da causa, tollerare l’incertezza di un «non lo so ancora». È un lavoro che poggia sulle funzioni esecutive — sull’attenzione che regge e sul controllo che frena la risposta immediata.
Qui la ricerca dice qualcosa, ma meno di quanto si racconti. E vale la pena vedere come è andata.
Uno studio del 2008 diventato molto famoso (Whitson e Galinsky, su Science) riportava che le persone messe in condizione di scarso controllo vedevano più schemi illusori: immagini nel rumore, correlazioni inesistenti, persino cospirazioni. È il tipo di risultato che si cita da allora in ogni discorso sul complottismo. Dieci anni dopo, due ricercatori hanno provato a ritrovarlo: sette esperimenti, nessun effetto su nessuna delle misure. E hanno fatto una cosa in più che conta. Di solito, quando un esperimento non trova niente, si può solo dire «noi non l’abbiamo visto» — che è diverso da «non c’è», come non trovare le chiavi non vuol dire che siano sparite. Esiste però un modo di fare i conti che permette di distinguere le due cose, e con quello hanno ottenuto un risultato a favore della seconda: quell’effetto, probabilmente, non c’è. Poi sono andati a guardare tutti gli studi sul tema, e hanno trovato un forte indizio che quelli che l’effetto lo trovavano fossero stati pubblicati più facilmente di quelli che non lo trovavano (van Elk & Lodder, 2018).
Questa cosa ha un nome, e conviene averlo perché serve ben oltre questo caso: crisi della replicazione. Nel 2015 un consorzio di oltre duecento ricercatori ha ritentato cento studi pubblicati su tre riviste importanti di psicologia. Ne ha ritrovati poco più di un terzo, e con effetti mediamente grandi la metà di quelli riportati in origine (Open Science Collaboration, 2015). Da allora è la domanda che vale la pena fare a qualunque risultato citato come definitivo: qualcuno ha provato a rifarlo, e cos’è successo?
E per coerenza va detto anche il resto: pure quel lavoro è stato contestato, con un commento pubblicato sulla stessa rivista che sostiene fosse troppo pessimista. La domanda non smette di valere per chi la pone.
Quindi quel legame non è materiale su cui costruire. Regge meglio Pennycook e Rand (2019): chi tende a un pensiero più riflessivo distingue meglio le notizie false da quelle vere.
E poiché la domanda giusta, a questo punto, è «regge in che senso?» — ed è la stessa che vale la pena fare a chiunque, me compreso — ecco la risposta. Lo studio originale è su tremilaquattrocento persone reclutate online, che non sono un campione rappresentativo di nessuno. Ma è stato rifatto in Ungheria su un campione rappresentativo di quasi mille persone, e l’osservazione centrale si ritrova: chi ragiona di più distingue meglio (Faragó et al., 2023).
Con una correzione, però, che sta nel titolo di quel lavoro — pigri e anche di parte. Non è che lo schieramento si aggiunga come secondo fattore: interagisce con il ragionamento. Nel campione ungherese gli elettori d’opposizione usavano le proprie capacità analitiche per mettere in dubbio le notizie false più di quanto facessero gli altri — comprese quelle che davano loro ragione.
E c’è un lavoro più recente che chiude il quadro, ed è il più solido di tutti: una meta-analisi che rimette insieme i dati individuali di trentuno esperimenti — oltre undicimila persone, un quarto di milione di valutazioni di singole notizie. Trova due cose insieme, e sono tutte e due vere (Sultan et al., 2024). Chi ha più capacità di ragionamento analitico distingue meglio il vero dal falso: la parte di Pennycook e Rand regge. Ma quelle stesse persone mostrano anche un effetto più forte di congruenza ideologica — cioè tendono di più a dare per buono ciò che si allinea con quello che già pensano. Gli autori lo chiamano riflessione motivata.
Messa insieme, la frase da portarsi via è meno confortante e più utile di entrambe le versioni semplici: ragionare di più non rende immuni. Rende più capaci di distinguere, e insieme più bravi a costruire buone ragioni per ciò in cui si crede già. Il che vale per i ragazzi in classe, e vale per chi sta scrivendo questa pagina.
Anche lì, però, si tratta di correlazioni: nessuno ha dimostrato una catena che parte dagli schermi e arriva al complottismo. Quello che resta, ed è meno spettacolare ma non banale, è che la capacità di reggere l’incertezza e di verificare prima di credere si appoggia su attenzione e riflessione — esattamente le cose che un ambiente senza tempo vuoto allena di meno.
Conviene tenere separate due frasi. La prima è ciò che i dati dicono, ed è limitata ma solida: la verifica è un lavoro, e quel lavoro si appoggia su attenzione e riflessione. La seconda è ciò che da lì possiamo ipotizzare, e va tenuta per ipotesi: se le condizioni che allenano attenzione e riflessione si assottigliano, è ragionevole attendersi che quel lavoro diventi più raro e più faticoso. Non è una previsione dimostrata, e nessuno degli studi citati la dimostra. È la posta in gioco — e basta a giustificare di occuparsene, senza bisogno di trasformarla in un allarme che i dati non reggono.
8.3 Tre terreni dove si vede la stessa cosa
Tre esempi, da leggere come illustrazioni di una lente — non come prove di una catena causale.
La crescita esponenziale. Il cervello ragiona per linee rette: dieci oggi, venti domani, trenta dopodomani. I contagi, all’inizio di un’epidemia, non vanno così: raddoppiano. Durante la pandemia di COVID-19, Lammers, Crusius e Gast (2020) hanno mostrato sperimentalmente che le persone sottostimano sistematicamente la crescita esponenziale, immaginandola lineare — e che bastano poche righe di spiegazione per correggere quella percezione e aumentare il sostegno alle misure di contenimento. Non è stupidità. È un cervello tarato su un mondo che cambiava piano, davanti a numeri che cambiano in fretta.
Il rischio graduale. Un pericolo che cresce poco alla volta — un grado in più nel corso di decenni — non attiva la stessa risposta di una minaccia immediata. Il cervello “sente” ciò che è acuto e vicino, fatica con ciò che è lento e lontano. È lo stesso limite di percezione della crescita esponenziale, applicato al tempo lungo. Non rende le persone cieche; rende la proiezione un lavoro che va fatto con metodo, perché l’istinto da solo non lo fa.
Le risposte semplici a problemi complessi. Una crisi economica ha cause molteplici e intrecciate. Una spiegazione a colpevole unico è più facile da afferrare, emotivamente più soddisfacente, e quasi sempre falsa. Che questo dipenda dal sentirsi senza controllo è precisamente l’ipotesi che le repliche non hanno confermato (vedi sopra): la si trova ancora ovunque, e conviene non appoggiarcisi. Quello che resta in piedi è più semplice e non ha bisogno di esperimenti: una spiegazione a colpevole unico costa meno fatica di una spiegazione a cause intrecciate, e la democrazia chiede ai cittadini il lavoro opposto: reggere la complessità, tollerare l’ambiguità, valutare le prove. È un lavoro che costa, e che si appoggia sulle stesse capacità — attenzione, memoria di lavoro, controllo inibitorio — di cui parla questa serie (Diamond, 2013).
Tre terreni diversi, una posta comune: in tutti, la differenza la fa la capacità di fermarsi a ragionare invece di seguire la prima impressione. Non è un destino. È una competenza — allenabile.
8.4 Una classe, in controluce
Pensa a una classe. Non una in particolare: il ritratto composito di ciò che molti docenti ticinesi descrivono, quando parlano onestamente fra colleghi.
I bambini funzionano — non è una questione di intelligenza. Ma le finestre di attenzione sostenuta si sono accorciate. L’istruzione in due passaggi ne lascia per strada uno. La lettura di poche pagine torna indietro con un «non ho capito» detto prima di averci provato. La metafora che gira nelle aule docenti è quasi sempre la stessa: motori che funzionano, ma con finestre di funzionamento corte. Non «non possono». «Possono per poco, e poi il motore si spegne.»
C’è un paradosso che molti riconoscono. Sai cosa servirebbe — meno frammentazione, più tempi lenti, spazi per pensare. Ma quando rallenti, il vuoto non si riempie di riflessione: si riempie di disagio, e il disagio cerca subito uno stimolo, qualunque stimolo. Così acceleri di nuovo, frammenti, tieni tutti occupati. La classe regge. E sai di star facendo l’opposto di ciò in cui credi.
Non è un fallimento del docente. È un sistema che chiede a una persona di compensare da sola, in venti ore a settimana, condizioni che il resto della giornata smonta.
Di quel quadro, una sola parte è misurata — e conviene essere precisi su quale. Che le finestre di attenzione si siano accorciate resta un’impressione condivisa fra chi sta in aula: nessuno l’ha misurata in Ticino, e questo articolo ha già detto poco sopra che quel dato non esiste in forma verificabile. Quello che invece è stato misurato è il costo per chi insegna: la ricerca SUPSI-DFA Lavorare a scuola (2017, su 2741 docenti ticinesi) ha rilevato che circa un docente su cinque è sopra la soglia di vigilanza per il rischio di esaurimento. È un dato sul disagio degli adulti, non una conferma di quello che succede ai bambini — e serve a dire una cosa sola: chi dovrebbe compensare sta già pagando. Non quattro su dieci «in esaurimento clinico» — quella cifra, che a lungo è circolata, non aveva una fonte. Un docente su cinque è già un numero che pesa, e non ha bisogno di essere gonfiato per chiedere attenzione.
Una nota su questa scena. La classe descritta sopra è composita: non è un caso documentato, ma il ritratto di osservazioni ricorrenti. I dati istituzionali citati (SUPSI 2017) sono invece verificati. La scena è un dispositivo onesto; il numero che la accompagna è reale.
8.5 I semi, raccolti
Questa serie ha piantato dei semi, parte dopo parte. È il momento di raccoglierli — non come rivelazione, ma come messa a fuoco.
Il paradosso del docente della Parte 0 ora ha una spiegazione: chi insegna chiede ai bambini capacità che l’ambiente fuori dall’aula allena sempre meno. Non è incoerenza dell’insegnante; è uno scarto fra ciò che la scuola richiede e ciò che il resto della giornata costruisce.
L’apofenia ha un nome, un’eredità evolutiva e una posta: vedere pattern è automatico, verificarli è lavoro, e quel lavoro poggia su attenzione e riflessione.
Il vantaggio della narrazione — ricordiamo le storie meglio dei dati — resta un vantaggio, ma diventa vulnerabilità quando una storia emotivamente potente è anche falsa, e manca l’abitudine a fermarsi e verificare.
E il filo lungo «tre milioni di anni fa»: dall’australopiteco al dilemma ostetrico, dalla neotenia al fuoco, dal fuoco alla narrazione, dalla narrazione alle funzioni esecutive. Stessa traiettoria, stessa vulnerabilità, stessa necessità — condizioni adeguate perché un cervello lento si costruisca bene.
La candela di cui parlava Sagan — la scienza come piccola luce contro il buio — non si spegne da sola. Resta accesa finché qualcuno tiene allenata la capacità di distinguere il segnale dal rumore. Questo, non un destino, è ciò che è in gioco.
8.6 La via d’uscita: equipaggiare, non proteggere
Non possiamo togliere l’ambiente digitale dalla vita dei bambini. Sarà il loro mondo. Possiamo equipaggiarli: funzioni esecutive allenate, capacità di distinguere ciò che regge da ciò che non regge, strumenti per scegliere invece di essere scelti.
La Regina Rossa insegna che stare fermi significa arretrare. Per gran parte della nostra storia abbiamo corso abbastanza — non per genetica, ma per trasmissione culturale: ogni generazione costruiva sulle condizioni che la precedente le aveva lasciato. L’ambiente digitale ha accelerato il terreno. E se quelle condizioni si erodono, il cricchetto può girare nella direzione opposta — non in millenni, in poche generazioni.
C’è una differenza, però, e cambia tutto. Nei casi storici di conoscenze perdute — il ferro di Damasco, il calcestruzzo romano — la catena si è interrotta per ragioni che nessuno aveva scelto: cave esaurite, imperi caduti, mestieri finiti con chi li sapeva. Noi rischiamo di perdere allenamento cognitivo per come abbiamo organizzato l’ambiente, cioè per comodità e non per disgrazia. «Per come l’abbiamo organizzato» vuol dire che possiamo organizzarlo diversamente.
Non serve tornare al fuoco. Serve capire cosa il fuoco forniva — tempo, attenzione condivisa, storie, attesa — e ricreare quelle condizioni con altri mezzi: controambienti, alleanze fra scuola e famiglia, istituzioni che sostengono invece di lasciare soli. Sono parole ancora vaghe, e restano vaghe qui di proposito: la Parte 9 prova a tradurle in cosa fare davvero, in classe, in famiglia, nel sistema.
La scelta è nostra.
Lo studio più citato del pezzo non ha retto. Whitson e Galinsky (2008), su Science, sosteneva che chi si sente senza controllo percepisce più schemi illusori: è il risultato che da vent’anni compare in quasi ogni discorso sul complottismo, e reggeva qui due passaggi. Sette esperimenti successivi non lo ritrovano, con un risultato che sostiene l’assenza dell’effetto e non solo la sua mancata osservazione, e la meta-analisi rifatta mostra che gli studi positivi venivano pubblicati più facilmente (van Elk & Lodder, 2018). Il legame è stato tolto dall’argomentazione e raccontato per quello che è: un caso di come un’idea diventa senso comune senza aver mai retto.
Da qui è cambiato anche il resto. Pennycook e Rand, che ora regge da solo quel passaggio, è dichiarato con il suo grado di solidità — replicato su campione rappresentativo, ma con una correzione che la formulazione originale non aveva. E il riferimento alla Tasmania come esempio di tecnologie perdute è stato sostituito: quel caso è a sua volta conteso, come racconta per esteso Il prezzo della velocità in questa stessa serie.
Cosa cambia per chi legge: un articolo in meno da cui prendere una certezza, e una domanda in più da portarsi via — qualcuno ha provato a rifarlo, e cos’è successo?
Fonti scientifiche (11)
- Diamond, A. (2013). "Executive Functions." Annual Review of Psychology, 64, 135-168 . ↗︎ fonte
- Lammers, J., Crusius, J., & Gast, A. (2020). "Correcting misperceptions of exponential coronavirus growth increases support for social distancing." Proceedings of the National Academy of Sciences, 117(28), 16264-16266 . ↗︎ fonte
- Petanjek, Z., Judaš, M., Šimić, G., Rašin, M. R., Uylings, H. B. M., Rakic, P., & Kostović, I. (2011). "Extraordinary neoteny of synaptic spines in the human prefrontal cortex." Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(32), 13281-13286 . ↗︎ fonte
- Faragó, L., Krekó, P. & Orosz, G. (2023). "Hungarian, lazy, and biased: the role of analytic thinking and partisanship in fake news discernment on a Hungarian representative sample." Scientific Reports, 13(1), 178 . ↗︎ fonte Replica di Pennycook & Rand su campione rappresentativo ungherese (N = 991), con esito duplice. La maggior parte delle osservazioni originali è confermata: chi ha un pensiero più analitico distingue meglio la disinformazione. Ma il partigianismo INTERAGISCE con la riflessione cognitiva invece di sommarvisi — gli elettori d'opposizione usavano le capacità analitiche per mettere in dubbio le notizie false più degli elettori filogovernativi, incluse quelle che davano loro ragione. Lo studio trova inoltre che l'alfabetizzazione digitale aumenta il rilevamento, mentre la salienza della fonte non incide.
- Open Science Collaboration (2015). "Estimating the reproducibility of psychological science." Science, 349(6251), aac4716 . ↗︎ fonte Cento studi pubblicati su tre riviste di psicologia, ritentati da un consorzio di oltre duecento ricercatori con i materiali originali e disegni ad alta potenza statistica. Poco più di un terzo ha replicato l'effetto nella stessa direzione, e le dimensioni degli effetti replicati sono in media la metà di quelle originali. Il lavoro è stato a sua volta contestato da un commento sulla stessa rivista, secondo cui la stima sarebbe troppo pessimista: l'articolo lo riporta, perché la stessa domanda vale anche per chi la pone.
- Pennycook, G., & Rand, D. G. (2019). "Lazy, not biased: Susceptibility to partisan fake news is better explained by lack of reasoning than by motivated reasoning." Cognition, 188, 39-50 . ↗︎ fonte
- van Elk, M. & Lodder, P. (2018). "Experimental Manipulations of Personal Control do Not Increase Illusory Pattern Perception." Collabra: Psychology, 4(1), 19 . ↗︎ fonte Sette esperimenti su magical thinking, credenze cospirazioniste, credenze paranormali e rilevamento di agenti: nessun effetto della minaccia al controllo su nessuna delle misure. Con analisi bayesiane gli autori ottengono evidenza POSITIVA per l'ipotesi nulla — non semplice assenza di prova. Rifacendo una meta-analisi precedente trovano «strong evidence for publication bias» e un effetto complessivamente piccolo. È la ragione per cui in questo articolo il legame «poco controllo: più schemi illusori» non regge il ragionamento.
- Sultan, M., Tump, A. N., Ehmann, N., Lorenz-Spreen, P., Hertwig, R., Gollwitzer, A. & Kurvers, R. H. J. M. (2024). "Susceptibility to online misinformation: A systematic meta-analysis of demographic and psychological factors." Proceedings of the National Academy of Sciences, 121(47), e2409329121 . ↗︎ fonte Meta-analisi su dati individuali: 256.337 valutazioni di singole notizie fatte da 11.561 partecipanti in 31 esperimenti. Separa la capacità di discriminare il vero dal falso dal bias di risposta. Età più alta e maggiori capacità analitiche si associano a migliore discriminazione — la parte che conferma Pennycook & Rand. Ma la congruenza ideologica e la «riflessione motivata» (capacità analitiche più alte associate a un effetto di congruenza MAGGIORE) si associano a un bias verso il dare per vero. Cioè: le stesse persone distinguono meglio e insieme si allineano di più a ciò che già pensano. È la fonte che rende la conclusione di questo articolo meno confortante e più precisa.
- Whitson, J. A., & Galinsky, A. D. (2008). "Lacking control increases illusory pattern perception." Science, 322(5898), 115-117 . ↗︎ fonte Lo studio originale, molto citato: chi è messo in condizione di scarso controllo percepirebbe più schemi illusori. Le repliche non lo confermano — van Elk & Lodder (2018), sette esperimenti, trovano evidenza a favore dell'ipotesi nulla e forte indizio di publication bias nella letteratura sul tema. Citato qui come esempio di risultato famoso che non ha retto, non come sostegno di un'argomentazione.
- Zürcher Hochschule für Angewandte Wissenschaften (ZHAW) (2021). "MIKE-Studie 2021: Medien, Interaktion, Kinder und Eltern." Dipartimento di Psicologia Applicata, ZHAW. Campione: 1059 bambini 6-13 anni, rappresentativo per la Svizzera . ↗︎ fonte
- Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI-DFA) (2017). "Lavorare a scuola: indagine sul benessere e il disagio dei docenti nel Canton Ticino." SUPSI, Dipartimento formazione e apprendimento. Campione: 2741 docenti . ↗︎ fonte