Lo stesso silenzio, due case
Terza volta in un mese, e la scena è già scritta prima di cominciare. Uno dei due dice che così non si va avanti, che questa cosa va affrontata adesso. L’altro guarda un punto sul tavolo, risponde a monosillabi, poi si alza a mettere via qualcosa che poteva restare lì.
Più tardi, da un post o da una serie di video visti a letto, arriva la spiegazione: uno è ansioso, l’altro evitante, e viene da come sono stati cresciuti. È diventata la spiegazione di default per i litigi che si ripetono, e circola anche in una versione più netta — la maggior parte delle coppie non ha problemi di coppia: ha problemi d’infanzia dentro due corpi da adulti.
Si capisce perché piaccia. Toglie la colpa a tutti e due, spiega perché la stessa discussione torna ogni mese, e mette ordine in una cosa che ordine non ne ha.
Dice anche un’altra cosa, che non dice apertamente: che il problema è dentro di voi, e che ce l’avevate già prima di conoscervi. Se è così, la vostra cucina non è il posto dove si risolve qualcosa. È il posto dove si scopre cosa vi hanno fatto.
Vale la pena prenderla sul serio, e vedere quanto regge.
Come faresti a verificarlo
Per sapere se quello che siete stati da bambini decide come state in coppia adesso, non basta guardarsi intorno: si scelgono gli esempi che confermano quello che si crede già.
Servono persone seguite per davvero. Misurare da piccole che rapporto avevano con chi le accudiva, aspettare vent’anni, e guardare che adulti sono diventati. Costa molto e dura una vita professionale intera, e per questo studi così sono pochi — abbastanza però perché nel 2002 uno psicologo, Chris Fraley, li mettesse insieme tutti per farne il conto.
Il legame c’è: chi sostiene che l’infanzia non conti dice una cosa che i dati non sostengono. Ma è debole. Sapere quanto era sicuro un bambino a un anno aiuta a indovinare come starà nelle relazioni a diciannove, e aiuta poco: quasi tutto quello che sarà non è lì dentro.
E c’è un secondo passaggio, che nei riassunti non compare mai. Fraley scrive che perfino quella somiglianza potrebbe non venire da una struttura dentro la persona: potrebbe venire dalle condizioni che le sono state intorno da bambina, e che spesso continuano a esserle intorno da adulta. La stessa casa, lo stesso quartiere, lo stesso tipo di lavoro.
Cioè: anche la parte di verità che quella frase contiene potrebbe non parlare di ciò che avete dentro.
Quello che si vede, invece
Se la biografia spiega poco, cosa spiega la lite di ieri sera?
Una cosa che si può guardare. Uno dei due chiede un cambiamento; l’altro si sottrae — cambia argomento, minimizza, si alza. Più il secondo si sottrae, più il primo insiste; più il primo insiste, più il secondo si sottrae. È la sequenza più studiata di tutta la ricerca sulle coppie, e ha una qualità che l’infanzia non ha: succede adesso, davanti a voi.
Nessuno l’ha chiesta alle coppie per sentito dire. Sono andati a casa loro con una telecamera — cinquecento famiglie — le hanno filmate mentre discutevano, e poi altre persone, che non le avevano mai viste, hanno dato un punteggio a quello che facevano: quanto uno chiedeva, quanto l’altro si toglieva. Diciotto mesi dopo, una telefonata per sapere come andava (Ross e colleghi, 2019).
Prima del risultato, un dettaglio che ne cambia il senso: erano tutte famiglie in difficoltà economica, negli Stati Uniti, e otto su dieci vivevano con meno del doppio di ciò che lì si considera il minimo per non essere poveri. Quello che segue non è un confronto fra ricchi e poveri: è fra chi stava un po’ meglio e chi stava peggio, dentro lo stesso mondo.
Nelle case un po’ meno in difficoltà è andata come ci si aspettava: dove lei chiedeva molto e lui si chiudeva molto, dopo diciotto mesi lei stava peggio di prima.
Nelle case più in difficoltà è successo il contrario. Dove lui si chiudeva, quel peggioramento non c’è stato. A stare peggio erano le donne il cui marito restava nella discussione.
Rileggila, perché è il punto in cui la frase da cui siamo partiti si rompe. Lo stesso identico gesto — sottrarsi mentre ti si chiede di cambiare qualcosa — accompagna il logorio in una casa e non nell’altra. Non può essere un difetto scritto dentro la persona che lo fa: sarebbe lo stesso difetto in tutte e due.
E quello che separa le due case non è la ricchezza. Sono dieci domande sì o no — l’età, la scuola finita o interrotta, il lavoro, i sussidi — e fra queste una che con i soldi c’entra poco: se in un’emergenza ciascuno dei due abbia qualcuno da chiamare.
Nella stessa ricerca c’è una riga che vale da sola: quelle condizioni prevedono l’andamento della soddisfazione più regolarmente di quanto lo prevedano i comportamenti filmati.
Non è un carattere: è una posizione
Qui le due metà si chiudono. Fraley dice che la somiglianza col bambino di allora potrebbe venire da ciò che gli sta intorno; l’altra ricerca dice che il comportamento di adesso significa cose diverse a seconda di ciò che vi sta intorno. Dai due lati arriva la stessa risposta: quello che si ripete non è chiuso dentro nessuno dei due.
E se non è un carattere, non è nemmeno un ruolo fisso. Nella ricerca su chi chiede e chi si sottrae, a chiedere è quasi sempre lei — ma quando sono i mariti a portare il peso del cambiamento, lo schema si presenta dalla parte opposta (Eldridge e colleghi, 2007). Non esiste il tipo che chiede: c’è chi, in quel momento, vuole che qualcosa cambi. Su chi, nelle case con bambini, abbia più spesso qualcosa da chiedere, non serve una ricerca.
Quello che sembra il carattere di due persone è, in buona parte, la posizione che occupano dentro una scena. Cambia la posta, e le posizioni si scambiano. Cambia la stanza, e lo stesso gesto cambia significato.
Cosa mi farebbe cambiare idea
Gli stessi ricercatori hanno rifatto il conto su un secondo gruppo di coppie appena sposate: il ribaltamento è ricomparso guardando i dati in un modo e non nell’altro. Ha retto una volta su due. Se altri non lo ritrovassero, questo pezzo avrebbe dato peso a un effetto che non c’è.
E nessuno ha rifatto quella ricerca qui. Un lavoro precario a Los Angeles e un lavoro precario in Ticino non sono la stessa cosa.
Cosa cambia stasera
Che l’infanzia lasci un segno resta vero, e quel filo è raccontato altrove con quello che se ne sa.
Quello che non regge è il passo successivo, quello che si fa senza accorgersene: siccome viene da lì, per cambiare qualcosa bisognerebbe prima disfare due biografie. Nessuno può farlo — ed è la ragione per cui quella spiegazione, per quanto consoli, lascia sempre le cose come stanno.
La posizione invece si sposta, perché ha un primo movimento e un secondo movimento, e il secondo lo fa qualcuno che è nella stanza adesso.
Se in casa vostra il margine c’è — turni che si incastrano, un lavoro che regge, qualcuno da chiamare — non c’è nessuno sconto: lì chi si sottrae sta davvero togliendo qualcosa all’altro. Ma la domanda utile non è chi dei due sia l’ansioso e chi l’evitante: è di chi sia il cambiamento in gioco stasera, e cosa succede se per una volta lo porta l’altro.
E se il margine è poco, c’è una cosa che i manuali non dicono: chiudersi non è un difetto del carattere di nessuno. È quello che si fa quando una richiesta non ha dove andare a finire.
La domanda che resta, allora, è quanto di quella lite stia parlando di voi due, e quanto della stanza in cui vi trovate.
Una nota di trasparenza: la scena d’apertura è composita e non si riferisce a persone reali.
Fonti scientifiche (3)
- Fraley, R.C. (2002). "Attachment Stability From Infancy to Adulthood: Meta-Analysis and Dynamic Modeling of Developmental Mechanisms." Personality and Social Psychology Review, 6(2), 123-151 . ↗︎ fonte Meta-analisi degli studi longitudinali sull'attaccamento. Corrispondenza media fra la sicurezza misurata a un anno e quella misurata a diciannove: r ponderato = .27 (mediana 43 partecipanti per studio, 218 in totale su quel confronto). Il modello che descrive meglio i dati — quello «prototipo» — stima una stabilità asintotica equivalente a r ≈ .39 (R² = .78, contro .17 del modello alternativo). Sulla corrispondenza fra sicurezza col genitore e sicurezza col partner, Fraley riporta due stime attorno a .30: Owens et al. 1995 (r ≈ .29, 45 coppie di fidanzati, con intervista) e uno studio di Fraley e Shaver del 1999 che era ancora NON PUBBLICATO al momento della rassegna (r = .30, 215 studenti, autovalutazione). Limite dichiarato dall'autore, e riportato nel corpo dell'articolo: la stabilità osservata «può essere dovuta a fattori sociali stabili esterni all'individuo piuttosto che a strutture interne di tipo prototipico», oppure a fattori genetici. Il modello viene inoltre indebolito dai dati sui bambini di sei anni, che cadono fuori dall'intervallo previsto. Letto al full-text.
- Ross, J.M., Karney, B.R., Nguyen, T.P. & Bradbury, T.N. (2019). "Communication that is maladaptive for middle-class couples is adaptive for socioeconomically disadvantaged couples." Journal of Personality and Social Psychology, 116(4), 582-597 . ↗︎ fonte Due studi longitudinali con osservazione video a domicilio e codifica indipendente (Iowa Family Interaction Rating Scales). Studio 1: 515 coppie con figli o in attesa, tutte a basso reddito (l'81% sotto il doppio della soglia di povertà federale statunitense), soddisfazione rilevata di nuovo a diciotto mesi. Fra le coppie relativamente meno esposte, lei-chiede per lui-si-ritira predice il calo di soddisfazione di lei (β = −1,21, p < .01); fra le più esposte il segno si inverte, con la soddisfazione stabile a ritiro alto (β = 0,43, non significativo) e in calo a ritiro basso (β = −1,56, p < .01); differenza fra le pendenze significativa (β = −1,67, p < .05). Il rischio è un indice di dieci domande sì/no: età sotto i 23 anni, istruzione sotto la maturità, disoccupazione, reddito sotto la soglia di povertà, sussidi pubblici e assenza di qualcuno a cui chiedere aiuto in un'emergenza — per ciascuno dei due partner. Media 4,48 item su 10. LIMITI, dichiarati nel corpo: nello Studio 2 (431 sposi novelli, quattro rilevazioni in 27 mesi) la moderazione NON compare nel modello a cambiamento regredito (β = 0,07, non significativo) e regge solo nell'analisi entro-coppia; tutti gli effetti riguardano la soddisfazione delle mogli, e nessuna delle combinazioni alternative (lui chiede/lei si ritira, entrambi chiedono, entrambi si ritirano) produce effetti. Gli autori segnalano inoltre che il rischio socioeconomico predice il cambiamento della soddisfazione più regolarmente del comportamento osservato: quattro coefficienti affidabili su quattro (da −.16 a −.27) contro uno su otto (da −.01 a −.19). Letto al full-text.
- Eldridge, K.A., Sevier, M., Jones, J., Atkins, D.C. & Christensen, A. (2007). "Demand-withdraw communication in severely distressed, moderately distressed, and nondistressed couples: rigidity and polarity during relationship and personal problem discussions." Journal of Family Psychology, 21(2), 218-226 . ↗︎ fonte 182 coppie: 68 in crisi grave e 66 in crisi moderata che chiedevano una terapia, 48 non in crisi. Secondo gli autori la polarità di genere nei ruoli «varia in forza e direzione a seconda di chi ha scelto l'argomento della discussione», del livello di crisi e della durata del matrimonio; nelle discussioni su problemi personali i ruoli abituali si invertivano; e uno schema di polarità di genere compariva «quando erano i mariti a portare il peso del cambiamento». Verificato sull'abstract di PubMed (PMID 17605544), che è la sintesi degli autori; il testo completo è a pagamento e nessuna copia aperta risulta disponibile — quindi il peso dato a questo punto nel corpo è volutamente minimo. IL CONTRADDITTORIO, e va tenuto: la replica degli stessi autori nel 1993 su 29 coppie (Heavey, Layne & Christensen, J Consult Clin Psychol 61(1), 16-27, `10.1037/0022-006X.61.1.16`) NON ha ritrovato l'inversione simmetrica — sui temi portati dai mariti i due non differivano. L'argomento sposta le posizioni, non le capovolge a specchio. Lo studio capostipite è Christensen & Heavey 1990 (JPSP 59(1), 73-81, `10.1037/0022-3514.59.1.73`), 31 coppie, verificato su metadati CrossRef e non al full-text.