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Caldo da record e solstizio: l'errore di scala che ci inganna

Copertina: il domino, e accanto la mappa della temperatura del SUOLO durante l'ondata di fine maggio 2026 — un'altra ondata della stessa estate, non i giorni del solstizio di cui parla il pezzo, e un'altra grandezza rispetto alle temperature dell'aria citate qui. Elaborazione su dati Copernicus Sentinel-3 processati da ESA — CC BY-SA 3.0 IGO.

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Caldo da record e solstizio: l'errore di scala che ci inganna

6 minuti di lettura ·

Aggiornato il 19 settembre 2026

Domenica 21 giugno 2026, alle 10:24, è stato il solstizio d’estate: il giorno più lungo dell’anno, quello in cui l’emisfero nord riceve più sole. A fine giugno il caldo è atteso. Ma quei giorni hanno superato l’attesa: la Svizzera ha toccato i 37,2°C a Buchs-Aarau, la temperatura più alta mai misurata nel Paese in un giorno di giugno — il record precedente resisteva dal 1947 (MeteoSvizzera, 2026). Il 24 giugno la Francia ha vissuto il giorno più caldo della sua storia, in media su tutto il territorio (Organizzazione meteorologica mondiale, 2026). E l’intero mese, sull’Europa occidentale, è stato il giugno più caldo mai registrato: 3 gradi sopra la media del trentennio 1991-2020 (Copernicus, 2026).

E qui arriva, puntuale come ogni stagione storta, la frase. La versione invernale la twittò Donald Trump nel dicembre 2017, durante un’ondata di gelo (Trump, 2017; traduco): «Forse ci servirebbe un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale. Copritevi bene.» La versione estiva è il suo specchio rovesciato: fa caldo da sempre, figurati se è un problema. Stessa mossa, segno opposto.

Capire il clima, si scopre, non è soprattutto un problema di informazioni che mancano. È un problema di come la mente costruisce le relazioni tra le cose. E quella capacità — il pensiero sistemico — non è un dono: si coltiva, nel cervello che cresce e anche nel nostro.

Il caldo previsto e il caldo di troppo

Il solstizio aiuta a vedere la distinzione che è il cuore della faccenda. Il solstizio è il caldo prevedibile: dipende dall’inclinazione dell’asse terrestre — 23 gradi e mezzo, praticamente fissi sulla scala di una vita umana — che ogni 21 giugno espone l’emisfero nord al massimo della luce. È un ritmo astronomico regolare, che torna identico ogni anno. Su quel ritmo atteso, però, si è sommato un di più che non era previsto: tre gradi sopra la media, tenuti per un mese intero. Il primo è ciclo; il secondo è anomalia.

Tenere insieme i due livelli — il ritmo regolare e lo scarto anomalo — è proprio ciò che il pensiero sistemico chiede. È, in fondo, il mestiere di chi studia il cielo: distinguere il moto che torna ogni anno dal segnale che invece sta cambiando.

L’ultimo domino

Quando le cose vanno storte, la mente cerca il colpevole più vicino. Tina Grotzer, che a Harvard studia come impariamo a ragionare sulle cause, in un libro del 2012 lo dice con un’immagine: davanti a una fila di tessere del domino che cade, attribuiamo l’effetto all’ultima tessera, quella appena prima del crollo. È la nostra impostazione di fabbrica: A causa B, lineare, immediato, locale. Funziona benissimo per schivare un’auto o togliere la mano dal fuoco: pericoli vicini e rapidi, dove la causa sta sotto gli occhi — ed è lì, probabilmente, che quel modo di ragionare si è allenato.

Il clima è l’opposto. È un sistema: tante parti che si influenzano, con ritardi e accumuli. «Oggi fa caldo» (o freddo) è l’ultima tessera; il riscaldamento del pianeta è la spinta lontana, distribuita su decenni, che non vediamo cadere. Confonderli non è stupidità. È la causalità lineare che fa il suo mestiere dove non dovrebbe.

Difficile da sentire, non solo da capire

C’è un secondo motivo. Una minaccia può sembrare lontana in quattro modi: nel tempo (succederà), nello spazio (altrove), nelle persone che colpisce (altri) e nella certezza (forse). Uno studio molto citato su un campione rappresentativo britannico (Spence e colleghi, Risk Analysis, 2012) ha misurato il clima su tutti e quattro, e ha trovato un quadro misto: lontano su alcuni assi, vicino su altri. E dove la distanza si accorcia, la preoccupazione cresce. Per questo, immagino, una mappa del caldo sulla Svizzera tocca più di una che mostra l’Australia: vedere casa propria accorcia la distanza nello spazio.

Ma allora basta spiegare meglio?

Sentire poco il problema porta a una conclusione tentatrice: se la gente non se ne preoccupa, forse non ha capito — e allora basta spiegare meglio. Negli Stati Uniti Dan Kahan, a Yale, ha messo alla prova questa idea e l’ha trovata fragile: tra le persone più competenti in scienza e matematica la divisione sul clima cresce, invece di ridursi (Kahan e colleghi, Nature Climate Change, 2012). Più strumenti hai, meglio difendi la posizione del gruppo a cui senti di appartenere.

Da noi il quadro è un altro. Una verifica su oltre quarantamila persone in 23 Paesi, Svizzera compresa, ha cercato lo stesso effetto e l’ha trovato debole (Pröpper e colleghi, 2022): l’appartenenza politica e i valori del proprio gruppo, messi insieme, spiegano meno del 4% di ciò che si pensa sul clima, e chi ha studiato di più lo prende più sul serio, da destra come da sinistra. Qui la partita si gioca soprattutto sul terreno del ragionamento, che è anche quello dove si può lavorare.

Ed è qui che il bambino e il presidente si separano. Un bambino che chiede «ma se a gennaio gelava?» fa un errore in buona fede: gli manca, per ora, la forma mentale, e gliela si può costruire. Quando Trump dice «copritevi bene», invece, somiglia più a una mossa che a un errore. È la mossa di chi isola il singolo inverno freddo, o il singolo anno, per insinuare il dubbio: si chiama cherry-picking, scegliere la ciliegia che conviene e lasciare l’albero dov’è. Tenere distinte le due cose — l’errore onesto e lo sfruttamento dell’errore — è il modo più sicuro per rispondere bene a entrambi.

Cosa c’entra il cervello che cresce

Torniamo ai figli, perché è lì che questa storia diventa pratica. Il pensiero sistemico — tenere insieme più cause, vedere i ritardi, distinguere il ciclo dall’anomalia — non è un interruttore che si accende a una certa età. È una competenza, e come tutte si allena. Grotzer non descrive solo il limite: mostra che in classe i bambini imparano a risalire dall’ultima tessera alle spinte lontane, se qualcuno li accompagna.

Un genitore non ha bisogno di spiegare la climatologia a tavola. Ha bisogno di allenare un gesto mentale, su qualunque cosa: «E poi cosa succede?», «Cosa c’è prima di quello che vedi?», «Cosa non stiamo guardando?». Sono, in piccolo, lo stesso esercizio che Grotzer porta in classe: risalire dall’ultima tessera alle spinte lontane. Si può fare con una pianta che appassisce, con un litigio tra amici, con la paghetta. Ogni volta che un figlio risale di un anello nella catena delle cause, costruisce la stessa architettura che un giorno gli servirà davanti a un grafico del clima — o davanti a chi quel grafico prova a piegarlo.

E vale anche per noi. Il cervello non chiude i cantieri con l’infanzia: cambia e impara finché siamo vivi. Non è la promessa che chi nega oggi cambierà idea domani — l’identità è dura da spostare, e prometterlo sarebbe disonesto. È qualcosa di più sobrio: pensare per sistemi non è un tratto che si ha o non si ha. È un lavoro che possiamo ancora fare, sui figli e su noi stessi.

La differenza che conta non è tra chi sa e chi non sa. È tra dare a un figlio le risposte giuste sul clima e dargli la mente per costruirsele.

Fonti scientifiche (8)