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Quando il conto lo rifà un altro
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Quando il conto lo rifà un altro

6 minuti di lettura ·

Alle undici e venti, in un corridoio, qualcuno dice a qualcun altro una frase che sta appena sotto la soglia in cui un adulto interviene. Chi la riceve abbassa gli occhi; due ridono; la campanella suona e la cosa finisce lì. Nessuno la riporterà a casa, e domani nessuno se ne ricorderà tranne uno.

A settembre, nelle scuole, torna un invito che somiglia sempre a sé stesso: parliamoci meglio, alleniamo i toni civili, prendiamoci cura delle parole. Chi lo rivolge ha ragione, e la frase delle undici e venti è esattamente ciò che vorrebbe evitare. La domanda che resta aperta è un’altra: cosa può fare, quell’invito, da solo.

Qualcuno ha provato a smontarli

I programmi contro il bullismo nelle scuole esistono da quarant’anni e sono stati contati. Riducono i comportamenti di prepotenza del 19-20% circa, e le esperienze di chi li subisce del 15-16% circa (Gaffney, Ttofi e Farrington, 2019). Poco, ma è un effetto reale, misurato su decine di valutazioni indipendenti.

A quel punto la domanda interessante smette di essere se funzionino, e diventa quale pezzo, dentro quei programmi, stia facendo il lavoro. Nel 2021 lo stesso gruppo di Cambridge ha preso i programmi che aveva già contato e li ha scomposti nei loro componenti (Gaffney, Ttofi e Farrington, 2021): la regola di classe, la sorveglianza nei punti dove le cose succedono, il lavoro con chi subisce, le attività sulle emozioni. E, per i genitori, due forme distinte: il foglio informativo mandato a casa, e la serata a scuola. Poi hanno guardato quali si accompagnassero agli effetti più grandi.

Il risultato sembrava netto. Gli studi che comprendevano regole di classe e approccio di scuola intera si accompagnavano a una riduzione della prepotenza di circa l’11%; quelli che non li comprendevano, del 5-6%. Il foglio compariva fra i componenti associati agli effetti maggiori; la serata, no. La sorveglianza nei punti caldi, invece, fra i componenti associati agli effetti maggiori non compariva — teniamola da parte, perché torna. E i programmi che non comprendevano le attività sulle competenze socio-emotive ottenevano riduzioni maggiori di quelli che le comprendevano. Su questo gli autori aggiungono una precisazione che vale la pena tenere separata, perché sono due cose diverse: nessuno studio ha registrato un peggioramento dove quelle attività c’erano. Non facevano danno; ottenevano meno.

Poi qualcun altro ha rifatto il conto in un altro modo

Nel 2022 un gruppo di Amsterdam si è messo dietro alla stessa domanda con dati diversi. Invece di confrontare i programmi fra loro, ha raccolto i dati dei singoli ragazzi: 39.793 bambini e adolescenti, dieci studi, nove interventi (Hensums e colleghi). È un disegno più potente su una cosa e più debole su un’altra, e la differenza spiega quasi tutto quello che segue.

Hanno trovato che i programmi funzionano, come i primi. Ma sulla domanda «quale componente», parole loro, non hanno trovato prove che l’inclusione di componenti specifiche si accompagni a effetti complessivi maggiori. Una sola eccezione, e va nella direzione opposta a quella che ci si aspetta: i programmi che usavano metodi disciplinari non punitivi ottenevano risultati peggiori di quelli che non ne usavano nessuno. Su questo gli autori mettono le mani avanti da soli, ed è il modo giusto di leggerlo: se si rifanno i conti togliendo quattro degli studi — un controllo che serve a vedere se un risultato vale in generale o se dipendeva proprio da quei pochi — il risultato non c’è più.

Poi hanno guardato dentro i sottogruppi — un’analisi che chiamano esplorativa, cioè che serve a formulare domande e non a chiuderle. Lì le assemblee di istituto e la sorveglianza nei cortili — quella tenuta da parte poco fa — si accompagnavano a più prepotenza in chi già ne faceva spesso, e a niente di diverso negli altri. Questo, a differenza del primo, resta in piedi quando si rifanno i conti togliendo uno studio alla volta. La spiegazione che avanzano si può soppesare da soli: rendere pubblica una cosa può insegnare modi nuovi di farla, o dare a chi la fa la reputazione che cercava.

Due misure che non concordano, e perché

La tentazione, davanti a due risultati così, è scegliere quello che conviene. Ma la differenza non è di opinione: è di disegno, ed è visibile.

Il primo gruppo aveva molti programmi e pochi dati per programma; poteva confrontare componenti diverse, perché ne aveva viste tante, ma vedeva ogni studio da fuori, come una media. Il secondo aveva molti ragazzi e pochi programmi — nove, e con uno che pesa più degli altri, come dichiarano loro stessi; poteva vedere dentro ciascun ragazzo, ma aveva poche varianti di programma da confrontare. Il primo ha potenza dove il secondo ne ha poca, e il secondo dove il primo non ne ha.

Nessuno dei due ha assegnato le componenti a caso. In entrambi i casi si guarda quali programmi avevano una certa parte, non cosa succede quando la si aggiunge — e a scriverlo sono gli autori dello studio del 2021, prima di chiunque altro: la correlazione non è la causa.

Cosa resta in piedi

Che i programmi funzionino, poco e realmente: su questo i due gruppi concordano, con metodi diversi e su corpi di dati diversi. È il tipo di accordo che vale più di ciascuno dei due risultati presi da solo, perché i due disegni sbagliano in modo diverso: se avessero lo stesso punto cieco, essere d’accordo non direbbe granché.

E due cose che il secondo studio trova, con solidità diversa fra loro — e la differenza vale quanto i risultati. Che gli interventi riducano la prepotenza più sotto i dodici anni che sopra regge al controllo più severo che hanno applicato: si tolgono gli studi uno per volta, e il risultato resta. Più tardi arriva il programma, meno riduce la prepotenza. Che funzionino meglio su chi era più bersagliato prima che cominciassero si perde invece togliendone quattro — ed è il risultato che pesa di più, perché dice se il programma arriva a chi ne ha più bisogno. Il meno stabile dei due è quello che conta.

Quale parte del lavoro faccia il lavoro, invece, oggi non lo sa nessuno. Le due misure migliori che esistono si contraddicono, e non per sciatteria: per il limite di ciò che ciascun disegno può vedere. È un’informazione, non un buco — e cambia cosa si può chiedere a settembre.

Quello che resta da guardare

Un invito a parlarsi meglio non è sbagliato; è la parte del problema su cui esistono meno prove di quante sembri. Chi lo rivolge non sta esagerando: sta proponendo l’unica leva che si può proporre in un discorso di dieci minuti.

Quello che si può guardare, quando la fiducia si posa su un programma o su una campagna, non è quanto sia convincente chi la presenta. È se qualcuno abbia misurato cosa succede a chi ne ha più bisogno, e se il conto torni anche quando lo rifà un altro con un metodo diverso. Nel caso del bullismo il conto è stato rifatto, e ha dato un risultato diverso; il primo non è stato ritirato, il secondo non ha chiuso la questione, e le due cose stanno insieme.

In quel corridoio, intanto, alle undici e venti, la campanella suona ancora. Cosa serva perché quella frase non venga detta, oggi nessuno lo sa con precisione. Quello che si può fare, prima di affidarsi a una risposta, è chiedere chi l’ha contata — e se qualcun altro l’ha contata di nuovo.

Una nota di trasparenza: la scena d’apertura è composita e non si riferisce a persone reali.

Fonti scientifiche (3)