Quando il conto lo rifà un altro
Alle undici e venti, in un corridoio, qualcuno dice a qualcun altro una frase che sta appena sotto la soglia in cui un adulto interviene. Chi la riceve abbassa gli occhi; due ridono; la campanella suona e la cosa finisce lì. Nessuno la riporterà a casa, e domani nessuno se ne ricorderà tranne uno.
A settembre, nelle scuole, torna un invito che somiglia sempre a sé stesso: parliamoci meglio, alleniamo i toni civili, prendiamoci cura delle parole. Chi lo rivolge ha ragione, e la frase delle undici e venti è esattamente ciò che vorrebbe evitare. La domanda che resta aperta è un’altra: cosa può fare, quell’invito, da solo.
Qualcuno ha provato a smontarli
I programmi contro il bullismo nelle scuole esistono da quarant’anni e sono stati contati. Riducono i comportamenti di prepotenza del 19-20% circa, e le esperienze di chi li subisce del 15-16% circa (Gaffney, Ttofi e Farrington, 2019). Poco, ma è un effetto reale, misurato su decine di valutazioni indipendenti.
A quel punto la domanda interessante smette di essere se funzionino, e diventa quale pezzo, dentro quei programmi, stia facendo il lavoro. Nel 2021 lo stesso gruppo di Cambridge ha preso i programmi che aveva già contato e li ha scomposti nei loro componenti (Gaffney, Ttofi e Farrington, 2021): la regola di classe, la sorveglianza nei punti dove le cose succedono, il lavoro con chi subisce, le attività sulle emozioni. E, per i genitori, due forme distinte: il foglio informativo mandato a casa, e la serata a scuola. Poi hanno guardato quali si accompagnassero agli effetti più grandi.
Il risultato sembrava netto. Gli studi che comprendevano regole di classe e approccio di scuola intera si accompagnavano a una riduzione della prepotenza di circa l’11%; quelli che non li comprendevano, del 5-6%. Il foglio compariva fra i componenti associati agli effetti maggiori; la serata, no. La sorveglianza nei punti caldi, invece, fra i componenti associati agli effetti maggiori non compariva — teniamola da parte, perché torna. E i programmi che non comprendevano le attività sulle competenze socio-emotive ottenevano riduzioni maggiori di quelli che le comprendevano. Su questo gli autori aggiungono una precisazione che vale la pena tenere separata, perché sono due cose diverse: nessuno studio ha registrato un peggioramento dove quelle attività c’erano. Non facevano danno; ottenevano meno.
Poi qualcun altro ha rifatto il conto in un altro modo
Nel 2022 un gruppo di Amsterdam si è messo dietro alla stessa domanda con dati diversi. Invece di confrontare i programmi fra loro, ha raccolto i dati dei singoli ragazzi: 39.793 bambini e adolescenti, dieci studi, nove interventi (Hensums e colleghi). È un disegno più potente su una cosa e più debole su un’altra, e la differenza spiega quasi tutto quello che segue.
Hanno trovato che i programmi funzionano, come i primi. Ma sulla domanda «quale componente», parole loro, non hanno trovato prove che l’inclusione di componenti specifiche si accompagni a effetti complessivi maggiori. Una sola eccezione, e va nella direzione opposta a quella che ci si aspetta: i programmi che usavano metodi disciplinari non punitivi ottenevano risultati peggiori di quelli che non ne usavano nessuno. Su questo gli autori mettono le mani avanti da soli, ed è il modo giusto di leggerlo: se si rifanno i conti togliendo quattro degli studi — un controllo che serve a vedere se un risultato vale in generale o se dipendeva proprio da quei pochi — il risultato non c’è più.
Poi hanno guardato dentro i sottogruppi — un’analisi che chiamano esplorativa, cioè che serve a formulare domande e non a chiuderle. Lì le assemblee di istituto e la sorveglianza nei cortili — quella tenuta da parte poco fa — si accompagnavano a più prepotenza in chi già ne faceva spesso, e a niente di diverso negli altri. Questo, a differenza del primo, resta in piedi quando si rifanno i conti togliendo uno studio alla volta. La spiegazione che avanzano si può soppesare da soli: rendere pubblica una cosa può insegnare modi nuovi di farla, o dare a chi la fa la reputazione che cercava.
Due misure che non concordano, e perché
La tentazione, davanti a due risultati così, è scegliere quello che conviene. Ma la differenza non è di opinione: è di disegno, ed è visibile.
Il primo gruppo aveva molti programmi e pochi dati per programma; poteva confrontare componenti diverse, perché ne aveva viste tante, ma vedeva ogni studio da fuori, come una media. Il secondo aveva molti ragazzi e pochi programmi — nove, e con uno che pesa più degli altri, come dichiarano loro stessi; poteva vedere dentro ciascun ragazzo, ma aveva poche varianti di programma da confrontare. Il primo ha potenza dove il secondo ne ha poca, e il secondo dove il primo non ne ha.
Nessuno dei due ha assegnato le componenti a caso. In entrambi i casi si guarda quali programmi avevano una certa parte, non cosa succede quando la si aggiunge — e a scriverlo sono gli autori dello studio del 2021, prima di chiunque altro: la correlazione non è la causa.
Cosa resta in piedi
Che i programmi funzionino, poco e realmente: su questo i due gruppi concordano, con metodi diversi e su corpi di dati diversi. È il tipo di accordo che vale più di ciascuno dei due risultati presi da solo, perché i due disegni sbagliano in modo diverso: se avessero lo stesso punto cieco, essere d’accordo non direbbe granché.
E due cose che il secondo studio trova, con solidità diversa fra loro — e la differenza vale quanto i risultati. Che gli interventi riducano la prepotenza più sotto i dodici anni che sopra regge al controllo più severo che hanno applicato: si tolgono gli studi uno per volta, e il risultato resta. Più tardi arriva il programma, meno riduce la prepotenza. Che funzionino meglio su chi era più bersagliato prima che cominciassero si perde invece togliendone quattro — ed è il risultato che pesa di più, perché dice se il programma arriva a chi ne ha più bisogno. Il meno stabile dei due è quello che conta.
Quale parte del lavoro faccia il lavoro, invece, oggi non lo sa nessuno. Le due misure migliori che esistono si contraddicono, e non per sciatteria: per il limite di ciò che ciascun disegno può vedere. È un’informazione, non un buco — e cambia cosa si può chiedere a settembre.
Quello che resta da guardare
Un invito a parlarsi meglio non è sbagliato; è la parte del problema su cui esistono meno prove di quante sembri. Chi lo rivolge non sta esagerando: sta proponendo l’unica leva che si può proporre in un discorso di dieci minuti.
Quello che si può guardare, quando la fiducia si posa su un programma o su una campagna, non è quanto sia convincente chi la presenta. È se qualcuno abbia misurato cosa succede a chi ne ha più bisogno, e se il conto torni anche quando lo rifà un altro con un metodo diverso. Nel caso del bullismo il conto è stato rifatto, e ha dato un risultato diverso; il primo non è stato ritirato, il secondo non ha chiuso la questione, e le due cose stanno insieme.
In quel corridoio, intanto, alle undici e venti, la campanella suona ancora. Cosa serva perché quella frase non venga detta, oggi nessuno lo sa con precisione. Quello che si può fare, prima di affidarsi a una risposta, è chiedere chi l’ha contata — e se qualcun altro l’ha contata di nuovo.
Una nota di trasparenza: la scena d’apertura è composita e non si riferisce a persone reali.
Fonti scientifiche (3)
- Gaffney, H., Ttofi, M.M. & Farrington, D.P. (2021). "What works in anti-bullying programs? Analysis of effective intervention components." Journal of School Psychology, 85, 37-56 . ↗︎ fonte Smonta nei suoi componenti il corpus di programmi della rassegna 2019 (82 confronti per la perpetrazione, 86 per la vittimizzazione) e guarda quali si accompagnano a effetti maggiori. Sulla perpetrazione: approccio di scuola intera, regolamento antibullismo, regole di classe, informazione ai genitori, coinvolgimento informale dei pari, lavoro con le vittime. Sulla vittimizzazione: coinvolgimento informale dei pari e informazione ai genitori. Cifra usata nel pezzo, dalla discussione: gli studi che includevano regole di classe e approccio di scuola intera riducevano la perpetrazione di circa l'11%, quelli che non li includevano del 5-6%. L'ASSENZA delle competenze socio-emotive si accompagna a riduzioni maggiori, con la precisazione degli autori che includerle non ha prodotto esiti indesiderati. DUE PRECISAZIONI verificate sul manoscritto il 2026-08-29, perché il pezzo ci costruisce sopra. (a) La sorveglianza nei punti caldi È una componente codificata — «identifying specific areas of the school environment where bullying was more likely to occur and then increasing the presence of teachers in these areas» — e NON compare fra quelle associate a effetti maggiori: il pezzo la usa proprio per questo. (b) «Information for parents» è stata spezzata dagli autori in DUE livelli distinti («we divided the 'information for parents' variable evaluated by Farrington and Ttofi (2009) into the two independent levels»): il livello passivo — lettere e volantini mandati a casa — e il coinvolgimento attivo, riunioni serali e compiti da fare con i genitori. Nell'abstract il primo è fra i significativi su perpetrazione e vittimizzazione, il secondo no. È il rovescio dell'ipotesi che gli autori stessi avanzano nel metodo, e che vale la pena leggere per intero: «if anti-bullying information is provided to parents through letters or leaflets via their children, it is less likely to be translated communicated transmitted to parents, as these letters or leaflets may well stay in a child's schoolbag». Nessuna relazione fra efficacia e NUMERO di componenti (program richness: B = 0,007 perpetrazione; B = -0,003 vittimizzazione). LIMITE dichiarato dagli autori, testuale: «The main limitation of the present report is similar to that of most primary anti-bullying research; correlation is not causation», e non sanno quanto fedelmente i componenti siano stati applicati. Letto il manoscritto accettato depositato nel repository dell'Università di Cambridge, che porta ancora revisioni a vista: dove l'abstract pubblicato e la discussione elencano componenti in modo lievemente diverso, nel pezzo è usato l'abstract.
- Gaffney, H., Ttofi, M.M. & Farrington, D.P. (2019). "Evaluating the effectiveness of school-bullying prevention programs: An updated meta-analytical review." Aggression and Violent Behavior, 45, 111-133 . ↗︎ fonte La rassegna da cui il lavoro del 2021 prende i dati: i programmi riducono la perpetrazione del 19-20% circa e la vittimizzazione del 15-16% circa. LIMITE: verificata su CrossRef per autori, anno, rivista, volume e pagine; le due percentuali sono riportate dal lavoro del 2021, che le cita, non lette nel testo del 2019.
- Hensums, M., de Mooij, B., Kuijper, S.C. et al. (BIRC: the anti-Bullying Interventions Research Consortium) (2022). "What Works for Whom in School-Based Anti-bullying Interventions? An Individual Participant Data Meta-analysis." Prevention Science, 24(8), 1435-1446 — pubblicato online il 7 luglio 2022, fascicolo a stampa novembre 2023 . ↗︎ fonte Meta-analisi sui dati dei singoli partecipanti (IPD): 39.793 bambini e ragazzi fra 5 e 20 anni (età media 12,58), 10 studi che testano 9 interventi, prevalentemente europei. Gli interventi riducono la vittimizzazione (OR 0,77; d = -0,14) e la perpetrazione (OR 0,88; d = -0,07). Sulla domanda «quale componente», testuale: «Multilevel logistic regression models found no evidence supporting that interventions worked differently depending on the use of specific intervention components». UNA eccezione dichiarata: i metodi disciplinari non punitivi hanno effetto iatrogeno su perpetrazione e vittimizzazione, più forte per le ragazze — e gli autori scrivono che «this effect was affected by the exclusion of four individual studies», cioè NON regge al leave-one-out. Assemblee di istituto e sorveglianza nei cortili: effetto iatrogeno sulla perpetrazione in chi già faceva il prepotente da regolarmente a ogni giorno, «unaffected by the exclusion of almost all (n-1) studies» — robusto al leave-one-out, ma l'abstract lo colloca fra le «exploratory analyses» che «suggested… may have harmful effects». Le due qualificazioni vanno tenute insieme, ed è così che il pezzo le riporta. Robustezza dei due risultati sui sottogruppi: l'età (<12 anni, perpetrazione) resiste all'esclusione di quasi tutti gli studi (n-1); la vittimizzazione iniziale «was affected by the exclusion of four individual studies» e NON resiste. LIMITI dichiarati dagli autori: un solo programma (KiVa) è rappresentato in modo preponderante mentre altri mancano; nessun effetto a lungo termine misurato; le componenti non sono assegnate a caso, quindi le stime per singola componente non sono separabili dai pacchetti in cui compaiono; il livello di fedeltà dell'implementazione non è noto; insieme non rappresentativo di studi, da generalizzare con cautela fuori dall'Europa. Full-text letto su PMC10678813.