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La lamentela che nessun tempo può smentire
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La lamentela che nessun tempo può smentire

5 minuti di lettura ·

Per settimane, in Ticino, la frase è stata «non si respira». Poi è arrivata la pioggia, e la lamentela ha cambiato oggetto nel giro di un giorno: i disagi, le strade, l’estate rovinata proprio adesso.

Fermiamoci un secondo su cos’ha di speciale «il tempo fa schifo».

È vera con qualunque tempo. Non esiste una giornata che la smentisca: se fa caldo è insopportabile, se piove è un disastro, se è mite dura poco. Una frase che nessun fatto può contraddire ha un vantaggio enorme — non perde mai — e un difetto che quel vantaggio si porta dietro: non dice niente sul mondo. Dice qualcosa su chi la pronuncia.

Le affermazioni che rischiano qualcosa hanno una forma diversa. Il 15 agosto MeteoSvizzera ha scritto che dal 20 sarebbe finita l’alta pressione, e ha aggiunto che l’entità delle piogge restava incerta. Quella frase poteva sbagliare: aveva una data, e alla scadenza il verdetto è arrivato. Correre quel rischio ha un nome — si chiama falsificabilità — e la lamentela sul tempo è costruita esattamente per non correrlo.

Poi c’è la seconda parte, ed è quella che mi interessa

La lamentela non resta in bocca a chi la pensa. Va detta, scritta, postata. E quando la si dice, non si sta cercando qualcuno che risponda «guarda che ad agosto pioveva anche nel 2014».

Si sta cercando chi dice «eh, hai ragione».

Detto così sembra un difetto degli altri. Non lo è: è la forma più comoda che il pensiero trova, e l’ho usata anch’io prima di accorgermene. Ogni «hai ragione» che arriva rinnova la frase; ogni obiezione la lascia intatta, perché chi obietta viene archiviato come uno che non capisce, o che ha altri interessi, o che sta sul lato sbagliato. Il conto si tiene da una parte sola. È il motivo per cui una lamentela, invecchiando, non si consuma: si rinforza.

E fin qui parliamo di pioggia

Il problema è che la stessa identica forma la usiamo sulle persone che abbiamo vicino.

«Non cambierà mai.» «È fatto così.» «Con lui è sempre la stessa storia.» Prova a cercare il fatto che le smentirebbe. Se stasera quella persona si comporta come dici, la frase si conferma. Se si comporta diversamente, la frase resta comunque in piedi: è stata una buona giornata, gli conveniva, vediamo domani. Non c’è niente che possa succedere e che ti faccia dire «mi ero sbagliato».

E come per la pioggia, la portiamo fuori. La diciamo a qualcuno che conosce la situazione, e quel qualcuno annuisce, perché è la cosa gentile da fare. Da quel momento in due la pensiamo così.

Perché non basta essere in buona fede

Qui c’è una cosa che non è colpa di nessuno, ed è misurata da un secolo. Nel 1920 Thorndike fece valutare 137 cadetti aviatori dai loro ufficiali, su qualità che dovevano essere indipendenti l’una dall’altra. Le valutazioni risultarono «troppo alte e troppo uniformi»: chi giudicava non riusciva a tenere separate le qualità di una persona, la colorava tutta con l’impressione generale. È il lavoro che ha dato un nome a quel meccanismo: effetto alone. Erano ufficiali, addestrati a valutare. Non è servito.

Un secolo dopo il fenomeno regge, e un lavoro del 2024 (Westbury e King) propone che una parte di quel trascinamento stia nelle parole. Attenzione a cosa hanno misurato, perché cambia quanto possiamo farci: hanno chiesto a delle persone quanto fosse probabile che due tratti stessero insieme — non hanno giudicato nessuno in carne e ossa. Su quelle coppie, quanto le due parole si somigliano prevedeva i giudizi meglio di quanto i due tratti si somiglino nella realtà. Il loro esempio: sicurezza e credibilità sembrano parenti, e invece esistono persone assurdamente sicure di sé e prive di qualunque credibilità.

Gli autori si fanno da soli l’obiezione più dura, e non la chiudono: forse quelle parole si somigliano perché l’effetto alone esiste già, e non il contrario. Quindi il massimo che si può dire è questo — i termini con cui giudichiamo viaggiano in gruppo, e stargli vicino nella lingua non è la stessa cosa che stargli vicino nella realtà. Il salto alla persona che hai davanti lo fai tu, con la tua esperienza, non io con la loro tabella.

E se hai mai avuto la sensazione di essere stato inchiodato a una prima impressione — di non riuscire più a smuoverla per quanto lavorassi bene — quell’esperienza la conosci meglio di qualunque tabella, e sai anche quanto è stata ingiusta.

Senza sconti

Le due cose insieme fanno questo: usiamo su una persona che vive con noi una frase costruita per non poter essere smentita, la rinforziamo cercando chi ce la conferma, e ci arriviamo attraverso parole che si tirano dietro altre parole.

Poi la chiamiamo «conoscerla bene».

Non è che quella frase sia sbagliata. È che nessuno l’ha più controllata da un pezzo, e nel frattempo la persona è andata avanti — mentre noi la trattiamo secondo una versione di lei che a questo punto non sappiamo nemmeno di che anno sia.

Non serve smettere di farsi idee sulle persone: è impossibile, e nemmeno desiderabile. Serve una cosa sola, e costa una domanda:

Cosa dovrebbe fare, ed entro quando, perché io dica «mi sbagliavo»?

Se non ti viene in mente niente, non hai un’opinione su quella persona. Hai una lamentela sul tempo.

E la prossima volta che qualcuno si lamenterà del tempo che fa — qualunque tempo faccia — la tentazione sarà di pensare che quella persona è fatta così.

Fonti scientifiche (3)
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