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Utøya, quindici anni dopo: l'odio si impara, e per questo si può interrompere
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Utøya, quindici anni dopo: l'odio si impara, e per questo si può interrompere

9 minuti di lettura ·

Il 22 luglio 2011, su una piccola isola norvegese, era in corso un campo estivo. Ragazzi e ragazze, in gran parte adolescenti, erano lì per discutere, fare gruppo, preparare l’anno della loro organizzazione giovanile. Quel pomeriggio un uomo travestito da poliziotto sbarcò sull’isola e in circa settanta minuti uccise sessantanove persone; poco meno di due ore prima, una bomba nel quartiere governativo di Oslo ne aveva uccise altre otto. Settantasette morti in un giorno. La più giovane aveva quattordici anni (Il Post, 2021).

Quindici anni dopo, la domanda che vale la pena tenere non è come sia potuto succedere — la dinamica la conosciamo fin troppo bene. È cosa quei ragazzi stessero facendo, quando sono stati uccisi. Stavano imparando la democrazia: a stare insieme, a essere in disaccordo senza distruggersi. Era esattamente ciò che il loro assassino voleva cancellare. E l’odio che gli aveva messo in mano un fucile non era nato quella mattina: era stato costruito, pezzo per pezzo, per anni, in buona parte online. Se la radicalizzazione è un percorso, allora ha dei punti in cui la si può interrompere. Uno di quei punti ha un nome: educazione.

Un’isola dove si imparava la democrazia

Utøya non era un posto qualunque. Da decenni ospitava il campo estivo dell’AUF, l’organizzazione giovanile del partito laburista norvegese: una settimana in cui adolescenti da tutto il Paese si riunivano per parlare di politica, litigare su come dovrebbe essere il mondo, e poi tornare a casa con la sensazione di contare qualcosa. La responsabile del campo, Monica Bøsei, ci lavorava da così tanti anni che i ragazzi la chiamavano “mamma Utøya”; fu tra i primi a essere uccisa, insieme a Trond Berntsen, che curava la sicurezza dell’isola (Al Jazeera, 2011).

È un dettaglio che dice cosa fosse quell’isola: un luogo concreto dove si esercitava la cosa più fragile e più preziosa che una società possiede — la capacità di stare in disaccordo restando insieme. La stessa cosa che si prova a fare in una buona aula scolastica.

Settanta minuti

Alle 15:25 esplode l’autobomba nel quartiere dei palazzi governativi di Oslo: otto morti. Poco dopo, l’attentatore raggiunge Utøya spacciandosi per un agente arrivato a fare controlli dopo l’esplosione. Per circa settanta minuti spara sui ragazzi che cercano di nascondersi o di raggiungere la riva a nuoto. Quando le forze speciali sbarcano e lo arrestano, i morti sull’isola sono sessantanove, le vittime totali settantasette, i feriti oltre trecento (Il Post, 2021).

Non scrivo il suo nome. Cercava notorietà — distribuì un manifesto per costruirsela — e non ha bisogno che gliela dia anch’io. Di lui contano solo tre cose, e contano perché servono al resto: aveva trentadue anni; non era mai stato segnalato come pericoloso, benché mostrasse apertamente le sue idee; e al processo, nel 2012, fu condannato a ventuno anni di detenzione preventiva, prolungabili finché resterà un pericolo (Il Post, 2021). Il resto — le sue richieste, le sue pose in aula — è rumore che ha già avuto troppo spazio.

L’odio non è un fulmine

Quello che chiamiamo “follia improvvisa” quasi sempre ha una lunga storia dietro. È un processo.

Il manifesto lasciato dall’attentatore — millecinquecento pagine intitolate 2083 — non era l’opera originale di una mente isolata. L’analista Arun Kundnani, in uno studio per l’International Centre for Counter-Terrorism, lo descrive per quello che è: un copia-incolla, largamente assemblato da testi presi dalla cosiddetta blogosfera counter-jihad — siti come Gates of Vienna, autori come Fjordman, Robert Spencer, la teorica della cospirazione “Eurabia” (Kundnani, 2012). Interi passaggi di quei blog finirono, copiati quasi parola per parola, dentro quelle pagine. Dietro c’era un ambiente: forum, sezioni commenti sempre attive, una comunità che confermava a ciascuno che la propria paura era realtà.

Perché una comunità così faccia presa dentro di noi ha una spiegazione, che ho già raccontato altrove: il cervello tende a fidarsi di ciò che gli viene ripetuto (Nati per credere nell’Algoritmo), e un ecosistema chiuso — dove ogni voce ripete la stessa cosa — trasforma un’opinione in una certezza che sembra ovvia (Vedere non è capire).

C’è però un ingranaggio più profondo, e vale la pena nominarlo perché è lo stesso in contesti che sembrano lontanissimi tra loro. Ogni comunità chiusa che chiede di sospendere il giudizio critico — fidati del gruppo, non della tua domanda — e che divide il mondo in un “noi dentro” e un “loro fuori” abbassa le difese della singola persona. Il collante può essere politico, religioso, o soltanto una chat: il meccanismo è lo stesso. E più quel confine si fa netto e morale, più chi sta “fuori” smette di essere persone e diventa categoria. È il passaggio decisivo: su una categoria si arriva a fare ciò che a una persona, guardata in faccia, non si farebbe mai. La radicalizzazione è anche questo — il lento spegnersi della domanda individuale dentro la voce del gruppo.

Quello che ha voluto colpire

Un attacco a un campo di adolescenti che discutono di politica colpisce un’idea precisa: che si possa essere profondamente in disaccordo — su immigrazione, cultura, futuro — e continuare a decidere insieme, con le parole e con il voto, invece che con le armi. Il bersaglio era proprio quello: l’apertura, la disponibilità a includere, il pluralismo che quei ragazzi stavano imparando a praticare.

La risposta della Norvegia è diventata giustamente famosa. Due giorni dopo, nel Duomo di Oslo, Stoltenberg rispose con qualcosa di diverso dalla vendetta. Disse: “La nostra risposta è più democrazia, più apertura e più umanità. Ma mai ingenuità” (Stoltenberg, 2011). Quell’ultima frase — mai ingenuità — è la parte che di solito si dimentica, ed è la più importante: la democrazia come risposta non è buonismo, è una scelta che sa di avere dei nemici.

E ha lasciato una traccia misurabile. Nella cosiddetta “generazione Utøya”, la partecipazione dei più giovani è cresciuta invece di crollare: alle elezioni del 2013 votò il 67% dei diciotto-ventunenni, dieci punti in più rispetto al 2009 (The Conversation, 2021). Migliaia di ragazzi che avrebbero avuto ogni ragione per ritirarsi nella paura scelsero l’opposto di ciò che l’attentatore voleva: si presero più democrazia.

L’argine è educare — e i suoi limiti

Da qui la parte pratica, quella che riguarda chi cresce dei figli e chi insegna. Se la radicalizzazione passa per come stiamo dentro un gruppo e dentro la rete, allora il lavoro più utile è a monte: educare al pensiero. Aiutare un ragazzo a riconoscere quando un ambiente online ha smesso di mostrargli il mondo e ha cominciato a mostrargli solo se stesso. A tenere viva la domanda — chi lo dice, come fa a saperlo, cosa ci guadagna — anche quando tutto il gruppo intorno ha già smesso di farla. A restare capace di stare con chi la pensa diversamente senza sentirlo come una minaccia. È la “palestra del pensiero” — in fondo, la stessa cosa che quei ragazzi stavano praticando sull’isola.

Ma qui serve dire la verità, senza vendere illusioni. L’educazione non è un vaccino. Non avrebbe “fermato” quell’uomo con certezza, e sostenerlo sarebbe disonesto: a dieci anni dalla strage, i servizi di sicurezza norvegesi avvertivano che le idee che lo armarono erano ancora “una forza motrice” per l’estremismo, e una sopravvissuta, la leader dell’AUF Astrid Hoem, diceva che la Norvegia non aveva “fermato l’odio” — un odio che, sono sue parole, “vive su internet e attorno al tavolo di cucina” (Al Jazeera, 2021). Lo stesso esempio dell’attentatore ha ispirato altre stragi negli anni successivi, fino a Christchurch nel 2019 (The Conversation, 2021). Educare al pensiero riduce il terreno di coltura; non lo azzera. Sposta la media, non garantisce il singolo caso.

Tenere insieme queste due cose — l’educazione è l’argine più solido che abbiamo, ed è comunque senza garanzie — è esattamente il mai ingenuità di Stoltenberg applicato a scuola e a casa. Chi promette che basterebbe “insegnare il pensiero critico” per non avere più mostri vende la stessa scorciatoia rassicurante di chi dà tutta la colpa agli algoritmi: sposta il problema fuori da noi. Il lavoro vero è più lento, meno consolante, e non finisce mai.

Quello che stavano imparando

Torno all’isola, perché è lì che sta la cosa da tenere. Quei ragazzi non erano vittime perché passavano di lì per caso. Erano vittime perché stavano facendo proprio la cosa che il loro assassino non sopportava: imparare a costruire una società con chi non la pensa come loro.

È il compito che passa a chi resta — genitori, insegnanti, chiunque abbia a che fare con un ragazzo e uno schermo. Allenarlo a reggere il disaccordo; dargli gli strumenti per abitare la rete senza esserne preda. Quindici anni dopo, il modo più concreto per ricordare i ragazzi di Utøya è prendere sul serio ciò che stavano imparando, e continuare a insegnarlo.

Fonti scientifiche (6)
Approfondisci Nati per credere (nell'Algoritmo)