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Ti hanno messo a fare la mamma
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Ti hanno messo a fare la mamma

6 minuti di lettura ·

Lei ha quattro mesi e dorme nella fascia, la guancia schiacciata contro la camicia del padre. Al parco, vicino alle altalene, un conoscente lo saluta, guarda la fascia, ride: «Ti hanno messo a fare la mamma».

Lui ride anche. Poi la giornata va avanti.

La frase torna la sera, nel corridoio, mentre cammina avanti e indietro con la bambina in braccio. Cullare, cambiare, distinguere il pianto della fame da quello del sonno: e se per un maschio tutto questo fosse una cosa imparata a forza, contro natura?

Da qualche parte, in un fiume, un pesce maschio difende un nido pieno di uova. Fra le famiglie di pesci, i grandi gruppi in cui gli zoologi raccolgono le specie, in quelle dove qualcuno si occupa dei piccoli in metà o più a farlo è soltanto il padre.

Quante volte è comparsa la cura dei padri?

Nei pesci la cura dei piccoli riguarda una minoranza: la maggior parte delle famiglie affida uova e larve all’acqua. Dove la cura c’è, il più delle volte la fa un genitore solo; e in metà o più di quelle famiglie quel genitore è il padre, mentre la sola madre e i due insieme sono meno frequenti (Goldberg et al., 2020; Balshine & Sloman, 2024). È una forma nata più volte, in modo indipendente, in rami diversi dell’albero dei pesci (Mank et al., 2005). Una spiegazione che regge bene è che il maschio difende già un territorio per accoppiarsi, le femmine depongono lì, e difendere anche le uova gli costa poco di più (Balshine & Sloman, 2024).

Fuori dai pesci, la cura dei padri ricompare in forme diverse. Nei cavallucci marini e in molti pesci ago è il maschio a portare gli embrioni, in una struttura del proprio corpo dove vengono protetti, ossigenati e con ogni probabilità nutriti (Stölting & Wilson, 2007): sono fra i pochi vertebrati in cui si parla di gravidanza maschile (Whittington & Friesen, 2020). Negli anfibi, quando c’è cura, padri e madri la fanno in proporzioni simili, e la cura del solo padre è nata più volte (Furness & Capellini, 2019); nella rana di Darwin il maschio tiene i girini appena nati nel sacco vocale, la sacca della gola con cui canta, e lì passa loro nutrimento (Ringler et al., 2023). Negli uccelli, a nutrire i piccoli dopo la schiusa sono maschio e femmina insieme in quasi nove specie su dieci (Wang et al., 2023).

Sono esempi da tenere come esempi: animali lontanissimi da un uomo, da guardare e lasciare dove sono. Dicono una cosa sola, e la dicono forte: la cura dei padri è comparsa molte volte, in linee indipendenti, nella storia della vita animale.

E nei mammiferi?

Qui il conoscente del parco sembra avere ragione. Fra i mammiferi i maschi aiutano ad allevare i piccoli in poche specie: in un confronto su 529, in 65 (West & Capellini, 2016). La spiegazione da cui partono gli studi sta nel corpo della femmina, che porta il piccolo dentro di sé e poi lo allatta (Opie et al., 2013). La storia, con il testosterone dei padri, è raccontata in Il padre che resta.

Dietro la battuta del parco si può leggere un argomento: siamo mammiferi, quindi i figli sono cosa delle madri. Vale la pena seguirlo fino in fondo, un passo alla volta.

Primo passo: in una specie di mammiferi dove il maschio accudisce, che cosa fa? In una specie di scimmie titi del Sudamerica, seguendo dieci coppie selvatiche per 1’300 ore, i ricercatori hanno visto i padri portare il piccolo addosso il 65% del tempo e le madri il 14%; i padri lo pulivano e ci giocavano di più, e partecipavano a ogni compito tranne l’allattamento (Wood & Fernandez-Duque, 2026). In quella specie il confine passa dal latte, e il resto lo può fare un maschio.

E nella nostra specie?

Secondo passo, quello decisivo: per capire un padre umano, il riferimento più informativo è la specie umana. Una rassegna che guarda le società umane attraverso le culture e la storia conclude che nella maggior parte di esse i figli li crescono più persone oltre alla madre, e che in antropologia evolutiva è ormai ampiamente accettato che la nostra specie alleva i figli in modo cooperativo (Sear, 2021). Sul nome si discute: c’è chi fa notare che da noi chi aiuta viene spesso da fuori della parentela, e che a stabilirlo è soprattutto la cultura (Bogin et al., 2014). E chi aiuta cambia. A volte è il padre, e allora fa anche una cosa che fra le grandi scimmie fanno soltanto i padri umani: portare cibo ai figli (Alger et al., 2020). In una rassegna di 45 studi sulla sopravvivenza dei bambini, le nonne materne tendono a migliorarla, il padre in circa un terzo degli studi (Sear & Mace, 2008).

Seguito fino in fondo, dunque, l’argomento «siamo mammiferi» perde la conclusione che sembrava avere. Nella nostra specie chi alleva i figli accanto alla madre cambia con le condizioni, e quegli studi non trovano una regola che li affidi alle sole madri.

E il cavalluccio, allora?

Serve la stessa cautela nell’altro verso. Verrebbe da girare l’argomento: il cavalluccio porta i figli, nella nostra specie i figli li cresce più di una persona, quindi un padre con la fascia è naturalissimo e chi ride sbaglia. È la mossa del conoscente, rovesciata, e ha lo stesso difetto.

Un gruppo di ricercatori ha analizzato 102 spiegazioni «evoluzionistiche» circolate negli ambienti online della cosiddetta manosfera, e ha trovato che il richiamo alla natura vi sembra usato a scelta: quando un comportamento piace, è «naturale»; quando dispiace, agli stessi lettori si dice di andare «contro la propria natura» (Bachaud et al., 2025). Quei ricercatori studiavano un altro ambiente, ma l’errore ha la stessa forma, e ha un nome: appello alla natura, cioè dedurre ciò che è giusto da ciò che si suppone biologico. Da un tratto evoluto segue un fatto, mai un dovere. Vale per chi ride al parco, e vale per chi gli risponde con il cavalluccio.

Una lettura solida, in biologia evolutiva, è che i comportamenti legati a un sesso abbiano sempre una parte che risponde alle condizioni (Ah-King & Nylin, 2010). La natura racconta che cosa è successo, molte volte; che cosa fare stasera con sua figlia lo decide lui, guardando lei.

Il corridoio

Quando qualcuno ti dice che una cosa è «naturale», le domande sono due: che cosa ha guardato per dirlo, e se da quel fatto segue davvero un dovere. La prima l’hai appena vista lavorare: per un padre umano, guardare la nostra specie invece di un mammifero qualunque.

Vale anche lontano da una culla. Un nonno potrebbe dire al nipote di sei anni, che piange dopo una caduta: «I maschi non piangono, è la natura». Che cosa ha guardato per dirlo: i bambini che ha visto cadere, o un’idea di come dovrebbero essere? E anche se avesse ragione sul fatto, perché dovrebbe diventare una regola per quel bambino?

E la domanda della sera, quella sulla cura «imparata a forza», si guarda allo stesso modo: che una cosa si impari racconta come ci si arriva, e lascia intatta la seconda domanda.

La bambina dorme adesso. Lui cammina ancora un po’, per sicurezza.

Da qualche parte, in un fiume, il pesce è ancora sul suo nido.


La scena del parco e del corridoio è composita: tiene insieme situazioni comuni ai primi mesi, e non racconta un padre preciso.

Fonti (17)
Approfondisci Il padre che resta