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Il vetro e la maleducazione
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Il vetro e la maleducazione

5 minuti di lettura ·

Immagina due frasi su un bambino di otto anni.

«Ha rotto il vetro della finestra.»

«È un maleducato.»

A prima vista sono due gradi della stessa cosa: la prima racconta un episodio, la seconda tira le somme. La seconda sembra perfino più seria, più profonda — dice qualcosa su chi è, non solo su cosa ha fatto.

Sono due cose diverse, e la differenza si vede provando a fare una cosa sola: contestarle.

Il vetro rotto si può contestare. Non è stato lui, o è stato lui ma la palla l’ha tirata un altro, o il vetro era già incrinato. C’è un vetro, ci sono dei testimoni, c’è un prima e un dopo. La frase si può smontare, e se è sbagliata si scopre.

«È un maleducato» non si può contestare. Non c’è niente da guardare. Se il bambino si comporta male, conferma; se si comporta bene, oggi era in giornata. Non esiste nessun episodio che possa dimostrarla falsa. Questa proprietà ha un nome: si chiama falsificabilità, ed è la stessa cosa che rende impossibile smentire anche «è un tipo pratico».

Dove il divario si accumula

Nel 2002 un gruppo di ricercatori guidato da Russell Skiba ha analizzato un anno di segnalazioni disciplinari in diciannove scuole medie di un grande distretto americano — undicimila studenti.

Cercavano di capire se il divario nelle punizioni fosse spiegato da differenze di comportamento. Sul genere, la risposta fu sì: i maschi mostravano più spesso comportamenti che disturbavano la classe. Sull’origine degli studenti, no: il divario restava senza una differenza di condotta a spiegarlo.

Ma la cosa che rende quel lavoro utile ancora oggi è dove il divario si concentrava.

Sull’origine, i due gruppi venivano segnalati per motivi diversi: gli uni soprattutto per fumo, uscita senza permesso, vandalismo; gli altri soprattutto per mancanza di rispetto, rumore eccessivo, gironzolare — e per minaccia.

Gli autori evitano la scorciatoia — scrivono che «è difficile giudicare quale di questi due insiemi sia più grave», e hanno ragione. Ma notano la differenza che conta: le prime sono infrazioni che poggiano su un evento oggettivo che lascia un prodotto permanente. Le seconde «richiedono molto più giudizio soggettivo da parte di chi segnala». E aggiungono la riga più affilata: perfino la più grave di quel secondo gruppo — la minaccia — dipende dalla percezione della minaccia di chi sta compilando il modulo.

Il divario, insomma, non si distribuiva a caso fra i tipi di infrazione. Si accumulava dove c’era da interpretare.

Questo è ciò che Skiba ha misurato: dove si concentra il divario. Che una frase-fatto lasci a un bambino qualcosa da fare e una frase-qualità no, invece, non l’ha misurato nessuno — è quello che ne deduco, e lo puoi verificare da te sulle frasi che senti.

Due cose vanno dette, altrimenti quel dato prova più di quanto può. Sono dati statunitensi, con categorie razziali statunitensi, e non descrivono una scuola di qui. E sono del 1994-95: quello che regge è il meccanismo — l’interpretazione ha più spazio dove il criterio è vago — non i numeri.

Perché riguarda te, e non solo i registri

Perché lo stesso doppio scaffale sta anche in cucina.

Le frasi del primo tipo sono noiose: specifiche, circoscritte, si esauriscono in fretta. Ha lasciato la giacca per terra. Ha risposto mentre parlavo. Ha preso la merenda della sorella.

Quelle del secondo tipo sembrano dire di più, e vengono più facili. È disordinato. È sfacciato. È egoista. Io la seconda lista la uso più della prima, e non credo di essere il solo.

E qui c’è la cosa che vale la pena portarsi via.

Sul fatto un bambino può lavorare. Sulla lettura può solo portarla.

Una giacca si raccoglie. Una merenda si restituisce. Una risposta si può rifare in un altro modo, e ci si può anche scusare. Ognuna di quelle frasi contiene, dentro, l’azione che la chiude.

«È egoista» non contiene niente. Non c’è nessun gesto che corrisponda, nessun modo di rimediare, nessuna soglia da raggiungere per smettere di esserlo. È una qualità — e le qualità non si riparano.

L’insegnante non è il problema

Un avvertimento, perché questo pezzo si potrebbe usare male.

Non serve a rispondere alla maestra che sta solo interpretando. Chi sta in classe deve giudicare in tempo reale, con venti bambini davanti, usando categorie che ha scritto qualcun altro — è la stessa difficoltà che hai tu a tavola, moltiplicata per venti e senza la possibilità di rimandare.

Il punto non è di chi sia la colpa. È che certe frasi lasciano una porta aperta e altre no, e questo vale per chiunque le pronunci.

Cosa si può fare

Non serve smettere di farsi un’idea di come è fatto tuo figlio: è impossibile, e ti serve.

Serve accorgersi di quale delle due stai dicendo. E quando arriva un giudizio su di lui — da scuola, da un parente, dalla tua testa alle sette di sera — c’è una domanda che costa poco e cambia il resto della conversazione:

Cos’è successo?

Prima di com’è fatto.

Non è una difesa e non mette nessuno contro nessuno: è la domanda che aiuta anche chi ti sta parlando a essere più preciso.

A volte la risposta che arriva è una cosa più piccola di quella che stava per diventare. Altre volte è più grossa, e allora almeno sai di cosa stai parlando.

Fonti scientifiche (1)
Approfondisci Un tipo pratico