Un tipo pratico
«Lui impara facendo. È un tipo pratico.»
È una frase che si dice con affetto, quasi sempre per proteggere: serve a spiegare perché quel bambino a scuola fatica, e a dire che non è colpa sua — funziona in un altro modo, ecco tutto.
Proviamo a prenderla sul serio, cioè proviamo a verificarla.
Come faresti
Il primo modo che viene in mente è guardarlo. Gli spieghi una cosa a parole, poi gliela fai fare con le mani, e vedi con quale delle due impara meglio. Ragionevole.
Solo che così non stai misurando il suo stile: stai misurando quale delle due volte è andata meglio. E può essere andata meglio perché quella cosa lì era più interessante, perché lui era meno stanco, o perché somigliava a qualcosa che sapeva già fare. Serve un confronto vero.
Allora prendi due bambini. Uno «pratico» e uno «visivo», la stessa cosa da imparare, e a ciascuno il metodo che gli corrisponde. Anche questo non basta: se il pratico va meglio, magari quel bambino andava meglio comunque.
Quindi serve la mossa completa: prendere bambini di entrambi i tipi, dare a metà di ciascun gruppo il metodo «giusto» e all’altra metà quello «sbagliato», e guardare se i pratici vanno meglio col fare e i visivi meglio col vedere. Ci si arriva togliendo di mezzo una spiegazione alternativa alla volta, e una volta vista sembra ovvia. Se lo stile conta, le due linee devono incrociarsi.
Quell’esperimento non è un’idea nuova: è il test che l’ipotesi degli stili di apprendimento dovrebbe superare. Ed è esattamente ciò che una rassegna commissionata nel 2008 a quattro ricercatori — Pashler, McDaniel, Rohrer e Bjork — è andata a cercare in tutta la letteratura disponibile, dopo aver stabilito che quell’incrocio era la condizione minima perché l’idea reggesse.
Non l’hanno trovato: la loro conclusione fu che non esiste una base adeguata per introdurre la valutazione degli stili nella pratica educativa.
E aggiunsero una cosa che di solito non viene riportata, ed è quella che rende la loro una posizione e non una crociata: sarebbe un errore concludere che tutte le versioni possibili dell’idea siano state testate e bocciate — molte, semplicemente, non sono mai state provate.
E allora cos’è che vediamo
Perché qualcosa lo vediamo, ed è vero: quel bambino con le mani si accende e sul quaderno si spegne. Non lo sto contestando.
Ma «gli piace di più» e «impara di più» sono due cose diverse, e solo la seconda è quella che l’etichetta promette. Le preferenze esistono e sono reali. Che assecondarle faccia imparare meglio è la parte che non si trova, per quanto la si cerchi.
Ed è qui che la frase mostra la sua natura: non c’è niente che possa succedere in classe e che ti faccia dire «mi sbagliavo». Se va bene con le mani, conferma. Se va male anche con le mani, era stanco, o l’attività non era adatta, o è il tipo di pratico che ha bisogno di muoversi. L’affermazione si è messa al riparo da ogni verifica possibile, e per questo sembra sempre confermata. Correre quel rischio — dire in anticipo cosa ti smentirebbe — ha un nome: si chiama falsificabilità, ed è l’unica cosa che separa una descrizione da un’impressione.
Cosa mi farebbe cambiare idea
Studi che mostrino l’incrocio: pratici che imparano davvero di più col fare, e visivi davvero di più col vedere, sulla stessa materia e con la stessa misura.
E qui la risposta onesta è meno netta di quanto farebbe comodo, perché quegli studi in parte esistono. Una meta-analisi del 2024 (Clinton-Lisell e Litzinger) ha messo insieme 21 ricerche, 1712 partecipanti: nel complesso un piccolo vantaggio dell’insegnamento «abbinato» c’è. Ma l’incrocio vero — quello che serve — compare solo nel 26% delle misure di apprendimento, e le autrici concludono che i benefici sono troppo piccoli e troppo rari per giustificare l’adozione, considerati il tempo e i soldi che costa metterla in pratica.
Quindi la domanda giusta non è «vero o falso». È: quanto deve essere grande, un vantaggio, per valere una classificazione che ci portiamo dietro per anni?
La parte che non mi aspettavo
Fin qui sembra una faccenda di metodi didattici, e uno potrebbe pensare che in fondo non faccia male a nessuno.
Nel 2023 tre ricercatori — Sun, Norton e Nancekivell — hanno provato una cosa diversa. Invece di chiedersi se gli stili funzionino, hanno chiesto a genitori, insegnanti e bambini di giudicare studenti descritti come «visivi» o come «pratici». Nient’altro: solo l’etichetta.
I visivi sono stati giudicati più intelligenti. Dai genitori, dagli insegnanti, e anche dai bambini fra i sei e i dodici anni. In un terzo esperimento — preregistrato, cioè con le previsioni depositate prima di guardare i dati — gli adulti hanno previsto che i visivi sarebbero andati meglio in matematica, lingua e scienze sociali, e i pratici in ginnastica, musica e arte.
Rileggi la frase da cui siamo partiti, quella detta per proteggere.
«È un tipo pratico» non è una descrizione neutra di come qualcuno impara. Nella testa di chi ascolta — insegnanti compresi, e gli autori annotano che essere insegnanti di per sé non protegge — è già una previsione su quanto quel bambino andrà lontano, e su quali porte gli conviene provare.
Quei tre esperimenti sono stati fatti negli Stati Uniti, su campioni in prevalenza bianchi e di ceto medio. Che qui vada esattamente così non è dimostrato.
Quanti ci credono
Il 89% degli educatori, in 18 Paesi, crede che adattare l’insegnamento allo stile del bambino funzioni: è la media di 37 studi su oltre quindicimila insegnanti (Newton e Salvi, 2020). Fra chi si sta formando adesso per insegnare, il 95%. La convinzione non sta calando.
Non è ignoranza: è un’idea gentile, che spiega le difficoltà senza colpevolizzare nessuno, e che in classe un insegnante non ha mai motivo di controllare — perché ogni giorno che passa sembra darle ragione, e nessun giorno può darle torto.
Prima di dire di un bambino che è fatto in un certo modo, conviene chiedersi una cosa sola:
Cosa dovrebbe fare, ed entro quando, perché io dica che mi ero sbagliato?
E vale anche all’indietro, per la frase che hai già detto cento volte: quella domanda te la puoi fare stasera, non solo la prossima volta. Farsela adesso costa quanto farsela domani.
Se non c’è risposta, quella non è una cosa che sai su di lui.
È una cosa che ormai gli sta addosso.
Fonti scientifiche (4)
- Pashler, H., McDaniel, M., Rohrer, D. & Bjork, R. (2008). "Learning Styles: Concepts and Evidence." Psychological Science in the Public Interest, 9(3), 105-119 . ↗︎ fonte LETTO AL FULL-TEXT (copia depositata dagli autori sul sito del laboratorio Bjork, UCLA). Rassegna commissionata per valutare se gli stili di apprendimento abbiano una base sperimentale. Individua la condizione che servirebbe per validarli — un disegno fattoriale randomizzato che mostri l'interazione fra stile del discente e metodo — e conclude testualmente che «non esiste una base di evidenza adeguata per incorporare la valutazione degli stili di apprendimento nella pratica educativa generale». CAVEAT DEGLI AUTORI STESSI, riportato nel corpo dell'articolo perché cambia la portata della conclusione: «sarebbe un errore concludere che tutte le possibili versioni degli stili di apprendimento siano state testate e trovate mancanti; molte semplicemente non sono mai state testate»
- Clinton-Lisell, V. & Litzinger, C. (2024). "Is it really a neuromyth? A meta-analysis of the learning styles matching hypothesis." Frontiers in Psychology, 15, 1428732 . ↗︎ fonte Letto al primario. 21 studi, 101 effect size, 1712 partecipanti. Vantaggio complessivo dell'insegnamento abbinato allo stile: g = 0,31 (SE 0,12; IC 95% 0,05-0,57; p = 0,02) — piccolo ma statisticamente significativo. MA l'interazione crossover, che è la condizione vera perché l'ipotesi regga, compare solo nel 26% delle misure di apprendimento (e nel 25% di altri 12 studi privi di statistiche sufficienti). Le autrici concludono che i benefici sono «troppo piccoli e troppo infrequenti per giustificare un'adozione diffusa», considerati i costi di tempo e denaro e la bassa qualità degli studi. È il GIRO LATERALE sulla fonte portante (onesta-proporzionale.md), segnalato dall'audit e mancante nella prima stesura: senza, l'articolo affermava che studi con l'incrocio non esistono, mentre in parte esistono
- Newton, P.M. & Salvi, A. (2020). "How Common Is Belief in the Learning Styles Neuromyth, and Does It Matter? A Pragmatic Systematic Review." Frontiers in Education, 5, 602451 . ↗︎ fonte Revisione sistematica di 37 studi, 15'405 educatori in 18 Paesi, dal 2009 al 2020: il 89,1% (media ponderata, intervallo 58-97,6%) dichiara di credere che adattare l'insegnamento allo stile del discente sia efficace. Nessuna evidenza che la convinzione stia calando; fra gli insegnanti in formazione la percentuale sale al 95,4%
- Sun, X., Norton, O. & Nancekivell, S.E. (2023). "Beware the myth: learning styles affect parents', children's, and teachers' thinking about children's academic potential." npj Science of Learning, 8, 46 . ↗︎ fonte Letto al full-text. Tre esperimenti. (1) Genitori (N=94) e bambini di 6-12 anni (N=73) giudicano più intelligenti gli studenti descritti come «visivi» rispetto a quelli descritti come «pratici». (2) Lo schema si replica con genitori e insegnanti (N=172). (3) Preregistrato: genitori e insegnanti (N=200) prevedono che i «visivi» riescano meglio nelle materie centrali — matematica, lingua, scienze sociali — e i «pratici» in ginnastica, musica e arte. Gli autori annotano che essere insegnanti «di per sé non protegge» dal considerare gli stili predittori informativi. Limiti dichiarati: campioni statunitensi, in prevalenza bianchi e di ceto medio; i campioni di genitori e insegnanti non sono mutuamente esclusivi