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Un tipo pratico
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Un tipo pratico

5 minuti di lettura ·

«Lui impara facendo. È un tipo pratico.»

È una frase che si dice con affetto, quasi sempre per proteggere: serve a spiegare perché quel bambino a scuola fatica, e a dire che non è colpa sua — funziona in un altro modo, ecco tutto.

Proviamo a prenderla sul serio, cioè proviamo a verificarla.

Come faresti

Il primo modo che viene in mente è guardarlo. Gli spieghi una cosa a parole, poi gliela fai fare con le mani, e vedi con quale delle due impara meglio. Ragionevole.

Solo che così non stai misurando il suo stile: stai misurando quale delle due volte è andata meglio. E può essere andata meglio perché quella cosa lì era più interessante, perché lui era meno stanco, o perché somigliava a qualcosa che sapeva già fare. Serve un confronto vero.

Allora prendi due bambini. Uno «pratico» e uno «visivo», la stessa cosa da imparare, e a ciascuno il metodo che gli corrisponde. Anche questo non basta: se il pratico va meglio, magari quel bambino andava meglio comunque.

Quindi serve la mossa completa: prendere bambini di entrambi i tipi, dare a metà di ciascun gruppo il metodo «giusto» e all’altra metà quello «sbagliato», e guardare se i pratici vanno meglio col fare e i visivi meglio col vedere. Ci si arriva togliendo di mezzo una spiegazione alternativa alla volta, e una volta vista sembra ovvia. Se lo stile conta, le due linee devono incrociarsi.

Quell’esperimento non è un’idea nuova: è il test che l’ipotesi degli stili di apprendimento dovrebbe superare. Ed è esattamente ciò che una rassegna commissionata nel 2008 a quattro ricercatori — Pashler, McDaniel, Rohrer e Bjork — è andata a cercare in tutta la letteratura disponibile, dopo aver stabilito che quell’incrocio era la condizione minima perché l’idea reggesse.

Non l’hanno trovato: la loro conclusione fu che non esiste una base adeguata per introdurre la valutazione degli stili nella pratica educativa.

E aggiunsero una cosa che di solito non viene riportata, ed è quella che rende la loro una posizione e non una crociata: sarebbe un errore concludere che tutte le versioni possibili dell’idea siano state testate e bocciate — molte, semplicemente, non sono mai state provate.

E allora cos’è che vediamo

Perché qualcosa lo vediamo, ed è vero: quel bambino con le mani si accende e sul quaderno si spegne. Non lo sto contestando.

Ma «gli piace di più» e «impara di più» sono due cose diverse, e solo la seconda è quella che l’etichetta promette. Le preferenze esistono e sono reali. Che assecondarle faccia imparare meglio è la parte che non si trova, per quanto la si cerchi.

Ed è qui che la frase mostra la sua natura: non c’è niente che possa succedere in classe e che ti faccia dire «mi sbagliavo». Se va bene con le mani, conferma. Se va male anche con le mani, era stanco, o l’attività non era adatta, o è il tipo di pratico che ha bisogno di muoversi. L’affermazione si è messa al riparo da ogni verifica possibile, e per questo sembra sempre confermata. Correre quel rischio — dire in anticipo cosa ti smentirebbe — ha un nome: si chiama falsificabilità, ed è l’unica cosa che separa una descrizione da un’impressione.

Cosa mi farebbe cambiare idea

Studi che mostrino l’incrocio: pratici che imparano davvero di più col fare, e visivi davvero di più col vedere, sulla stessa materia e con la stessa misura.

E qui la risposta onesta è meno netta di quanto farebbe comodo, perché quegli studi in parte esistono. Una meta-analisi del 2024 (Clinton-Lisell e Litzinger) ha messo insieme 21 ricerche, 1712 partecipanti: nel complesso un piccolo vantaggio dell’insegnamento «abbinato» c’è. Ma l’incrocio vero — quello che serve — compare solo nel 26% delle misure di apprendimento, e le autrici concludono che i benefici sono troppo piccoli e troppo rari per giustificare l’adozione, considerati il tempo e i soldi che costa metterla in pratica.

Quindi la domanda giusta non è «vero o falso». È: quanto deve essere grande, un vantaggio, per valere una classificazione che ci portiamo dietro per anni?

La parte che non mi aspettavo

Fin qui sembra una faccenda di metodi didattici, e uno potrebbe pensare che in fondo non faccia male a nessuno.

Nel 2023 tre ricercatori — Sun, Norton e Nancekivell — hanno provato una cosa diversa. Invece di chiedersi se gli stili funzionino, hanno chiesto a genitori, insegnanti e bambini di giudicare studenti descritti come «visivi» o come «pratici». Nient’altro: solo l’etichetta.

I visivi sono stati giudicati più intelligenti. Dai genitori, dagli insegnanti, e anche dai bambini fra i sei e i dodici anni. In un terzo esperimento — preregistrato, cioè con le previsioni depositate prima di guardare i dati — gli adulti hanno previsto che i visivi sarebbero andati meglio in matematica, lingua e scienze sociali, e i pratici in ginnastica, musica e arte.

Rileggi la frase da cui siamo partiti, quella detta per proteggere.

«È un tipo pratico» non è una descrizione neutra di come qualcuno impara. Nella testa di chi ascolta — insegnanti compresi, e gli autori annotano che essere insegnanti di per sé non protegge — è già una previsione su quanto quel bambino andrà lontano, e su quali porte gli conviene provare.

Quei tre esperimenti sono stati fatti negli Stati Uniti, su campioni in prevalenza bianchi e di ceto medio. Che qui vada esattamente così non è dimostrato.

Quanti ci credono

Il 89% degli educatori, in 18 Paesi, crede che adattare l’insegnamento allo stile del bambino funzioni: è la media di 37 studi su oltre quindicimila insegnanti (Newton e Salvi, 2020). Fra chi si sta formando adesso per insegnare, il 95%. La convinzione non sta calando.

Non è ignoranza: è un’idea gentile, che spiega le difficoltà senza colpevolizzare nessuno, e che in classe un insegnante non ha mai motivo di controllare — perché ogni giorno che passa sembra darle ragione, e nessun giorno può darle torto.

Prima di dire di un bambino che è fatto in un certo modo, conviene chiedersi una cosa sola:

Cosa dovrebbe fare, ed entro quando, perché io dica che mi ero sbagliato?

E vale anche all’indietro, per la frase che hai già detto cento volte: quella domanda te la puoi fare stasera, non solo la prossima volta. Farsela adesso costa quanto farsela domani.

Se non c’è risposta, quella non è una cosa che sai su di lui.

È una cosa che ormai gli sta addosso.

Fonti scientifiche (4)
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