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La lista dell'idiota vale per due
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La lista dell'idiota vale per due

8 minuti di lettura ·

Immagina la chat dei genitori di una prima media, una sera di ottobre. Qualcuno propone di chiedere alla direzione di ritirare i telefoni all’ingresso, qualcun altro risponde che è una misura inutile, e in mezz’ora i messaggi diventano quaranta. Chiudi l’app con una certezza: con certa gente ragionare è tempo perso. L’altro ha letto a metà, ha capito il contrario di quello che hai scritto, e davanti ai link che hai mandato è rimasto esattamente dov’era.

In questi giorni gira un video che a quella sera dà un nome. Spiega come difendersi verbalmente dagli idioti, e comincia da come riconoscerli. L’idiota, dice, è qualcuno che «non ascolta, non cambia idea davanti alle prove, travisa ciò che dici, sposta continuamente il discorso, ti costringe a giustificare l’ovvio». Poi dà tre regole. Prima: chiediti perché dovresti accettare quella discussione. Seconda: rimanda indietro l’onere della prova con una domanda, «Come sei arrivato a questa conclusione? Sentiamo». Terza: argomenta meno, perché «l’idiota non puoi convincerlo», puoi solo farti rispettare. Ne circola da anni anche una versione più corta, con un’immagine: discutere con un idiota è come giocare a scacchi con un piccione impettito, che alla fine ti fa i suoi bisogni sulla scacchiera.

La lista calza come un guanto, e poggia su due premesse: che l’idiota si riconosca da quei segni, e che la domanda della seconda regola gli tolga terreno. Vale la pena guardarle da vicino tutte e due.

Chi sta usando la lista?

Adesso immagina il genitore all’altro capo della chat, che chiude l’app alla stessa ora. Dal suo telefono, sei tu quello che ha letto a metà, che ha travisato, che davanti ai suoi argomenti è rimasto fermo. Può darsi benissimo che la stessa lista, quella sera, la stia applicando a te.

Una rassegna di Emily Pronin, Thomas Gilovich e Lee Ross descrive come le persone, davanti a chi giudica una questione diversamente, tendano a vederlo più condizionato da pregiudizi e interessi di quanto vedano sé stesse (Pronin, Gilovich & Ross, 2004). Alla radice mettono il realismo ingenuo: la convinzione di vedere le cose come sono, per cui chi vede altro dev’essere disinformato o di parte. In tre studi precedenti, la stessa spiegazione a proprio favore sembrava di parte detta dal compagno, ragionevole detta da sé; e chi mostrava una distorsione continuava a dirsi obiettivo anche dopo aver letto come avrebbe potuto esserne influenzato (Pronin, Lin & Ross, 2002). Il fenomeno ha un nome che si può cercare: punto cieco sui bias.

Ecco perché la lista funziona così bene, e serve così poco. Descrive quello che ciascuno dei due vede nell’altro, e quindi lascia aperta proprio la domanda che conta: chi dei due, quella sera, stava ragionando peggio.

Anche il piccione, a guardarlo da vicino, vale per due. L’aforisma nasce, secondo chi ne ha ricostruito le tracce, in un commento su Amazon a un libro su evoluzione e creazionismo, e nella versione originale finisce così: il piccione butta giù i pezzi, la fa sulla scacchiera, e torna dal suo stormo a dichiararsi vincitore. È quello che, finita la partita, può fare anche chi lo ha chiamato piccione. Accanto ci metto un fatto che, per quanto ho trovato, nessuno gli ha mai accostato. Jonathan Sarfati, autore di testi creazionisti, ha vinto il campionato di scacchi della Nuova Zelanda nell’edizione 1987/88 ed è maestro FIDE. Sulla scacchiera, il piccione di sicuro non era lui; sull’evoluzione il titolo di campione conta zero, perché lì decidono le prove, a partire dai fossili. Quello che mostra è più piccolo, e serve: per chi resta fermo, «non sa ragionare» è la spiegazione più comoda, e non sempre quella giusta.

Restano vere due cose, e il video le coglie. La malafede esiste, e c’è chi entra in una discussione solo per vincerla. E lasciar perdere è una scelta legittima, a volte la più sana. Per riconoscere il primo caso aiutano di più i fatti su come quella persona si è comportata che un giudizio su com’è fatta. (Perché un giudizio di carattere sfugga a qualunque smentita, l’ho raccontato in Il vetro e la maleducazione.)

Cosa succede quando chiedi le ragioni?

Torniamo alla domanda della seconda regola: «Come sei arrivato a questa conclusione?». Il video la propone per riportare l’onere della prova sull’altro, e chiude con l’idea che l’idiota sia impossibile da convincere. Resta da vedere cosa fa a chi la riceve. In pratica gli chiede le ragioni della sua convinzione, e su questo esistono alcuni esperimenti.

Nel 2013 Philip Fernbach e colleghi chiesero ad alcune persone di elencare le ragioni della propria posizione su temi politici, e le posizioni restarono dov’erano (Fernbach et al., 2013). Quasi dieci anni dopo Steven Sloman, uno degli autori, l’ha rifatto con Marc-Lluís Vives: spostamento di fatto zero (Sloman & Vives, 2022). Una replica indipendente, invece, ha trovato che giustificare le proprie convinzioni le rafforza (Crawford & Ruscio, 2021). I risultati oscillano fra «nessun effetto» e «un po’ più di convinzione», e in tutti l’altro resta della sua idea.

Chi rimanda la palla con quella domanda, quindi, lascia l’altro dov’era; e almeno in una replica gli offre l’occasione per mettere in fila i suoi argomenti e uscirne più sicuro. Come mossa per togliergli terreno, gliene consegna.

Fernbach però chiedeva anche di spiegare, passo per passo, come funziona la misura politica che si sosteneva. Dopo averlo fatto, le persone dichiaravano di capirla meno di prima. È l’illusione di profondità esplicativa: la sensazione di sapere come funziona una cosa regge finché qualcuno chiede di raccontarne gli ingranaggi (Fernbach et al., 2013). Il calo della comprensione dichiarata è ricomparso nelle repliche che l’hanno misurato (Crawford & Ruscio, 2021; Sloman & Vives, 2022).

Fernbach ne traeva anche una seconda conclusione, più ottimista: che spiegare rendesse le posizioni più moderate. Questa ha ceduto alle verifiche: posizioni invariate in tre repliche preregistrate (Crawford & Ruscio, 2021), più estreme in una serie su oltre cinquemila persone a Hong Kong (Walker et al., 2023), appena più moderate, e solo sui temi che si giudicano dalle conseguenze, nella replica di Sloman e Vives (Sloman & Vives, 2022).

Una lite o tre?

Dentro una sola lite sui telefoni ne convivono almeno tre, e ognuna ha i suoi criteri.

La prima riguarda come funzionerebbe il ritiro: chi raccoglie gli apparecchi, dove li tiene, come si chiama casa se un ragazzo sta male. Lì raccontare i passaggi aiuta a vedere dove manca un pezzo. La seconda riguarda cosa produrrebbe: più attenzione in classe, meno conflitti in pausa, o niente di misurabile. Lì contano i dati, quando ci sono. La terza riguarda cosa conta di più: la protezione dei ragazzi, la loro autonomia, il diritto della famiglia di decidere. Qui si parla di valori. Sloman e Vives chiamano valori protetti quelli che una persona rifiuta di scambiare con qualunque vantaggio, e su quei temi, dopo la spiegazione, l’estremità delle posizioni restava la stessa.

Chi sovrappone le tre discussioni ottiene una rissa, e a fine serata ciascuno ha la prova che l’altro è impermeabile alle ragioni. Chi le tiene separate ottiene tre conversazioni più piccole. La stessa scomposizione vale a cena, quando si litiga su una nuova tassa: come verrebbe riscossa, cosa cambierebbe davvero, cosa è giusto chiedere a chi. Prima di rispondere, la domanda utile è in quale delle tre ci si trova.

A chi conviene fare la domanda?

Di tutte le domande provate in questi esperimenti, «come funziona, passo per passo?» è quella con l’effetto meglio replicato sulla comprensione che ci si attribuisce. E quell’effetto ricade su chi prova a rispondere. Allora la prima persona a cui porre quella domanda sono io, prima di decidere chi è l’idiota.

Quando mi accorgo di avere in testa la lista, posso provare a raccontarmi gli ingranaggi della misura che difendo. Chi ritira i telefoni, a che ora, e cosa succede il primo giorno in cui un docente è assente. Se il racconto si inceppa, ho trovato un punto in cui la mia sicurezza superava quello che so. E la sensazione si allarga: in tre esperimenti preregistrati, chi aveva appena provato a spiegare come funziona una cerniera lampo dichiarava di sapere meno anche su come si forma la neve (Meyers et al., 2023).

Sono risultati di laboratorio, su politiche e oggetti raccontati a un ricercatore, e una chat di genitori è un’altra cosa. Quello che autorizzano ad aspettarsi è poco, e di una sola specie: un po’ meno certezza, mai una vittoria.

Se poi decido di entrare nella discussione, posso chiedere all’altro la stessa cosa: il meccanismo al posto delle ragioni. Conta anche come la chiedo. «Come funziona?» detto in tono d’esame è il «Sentiamo» del video con un’altra parola; detto per capire davvero, invita a costruire qualcosa insieme. Sul tono gli studi citati qui tacciono, e il rischio si vede da sé. Da lui mi aspetto poco: forse un po’ meno senso di aver capito tutto, e la sua posizione al suo posto. E quando la discussione arriva ai valori, posso riconoscerla per quello che è: lì due persone possono restare ciascuna dove stava, e almeno sapere su cosa.

Quella sera, dopo la chat, è possibile che siano tornati in due dal proprio stormo, ciascuno a dichiararsi vincitore. La lista dell’idiota funziona in entrambe le direzioni; la domanda sugli ingranaggi pure, e il primo a sentirne l’effetto è chi la rivolge a sé.

Fonti scientifiche (7)
Approfondisci Il vetro e la maleducazione