Le parole erano identiche
Nel 2017 tre ricercatori — Skinner, Meltzoff e Olson — hanno mostrato a dei bambini di quattro e cinque anni un video di trenta secondi.
Nel video ci sono due donne, in piedi una accanto all’altra. Non le conosce nessuno: sono lì per la prima volta, e l’unica cosa che le distingue è il colore della maglietta — una nera, una rosso scuro. Arrivano due attrici. Salutano. Poi porgono a ciascuna un giocattolo, due uova colorate identiche.
Prima di continuare, prova a immaginare cosa servirebbe per insegnare a quei bambini che una delle due donne vale meno dell’altra.
Verrebbe da pensare a una frase. Qualcosa detto sottovoce, o un commento, o un tono. Qualcosa da cui il bambino possa capire.
Nell’esperimento non c’era niente del genere. Le parole rivolte alle due donne erano identiche nel contenuto — stesso saluto, stesse frasi, e le due rispondevano allo stesso modo. Cambiava una cosa sola: verso una delle due le attrici sorridevano, si sporgevano in avanti, porgevano il giocattolo con slancio, avevano una voce calda. Verso l’altra facevano una smorfia, si allontanavano un poco, porgevano il giocattolo con riluttanza, avevano una voce fredda.
Trenta secondi. Poi ai bambini è stato chiesto quale delle due preferissero.
Cosa hanno risposto
Il 67% ha indicato quella che aveva ricevuto i sorrisi. E in un secondo esperimento, con altri ottantuno bambini, la preferenza si è estesa ad altre persone — non solo alla donna del video.
Gli effetti sono piccoli, ed è giusto dirlo: in termini tecnici, fra 0,17 e 0,25. Non è un travaso, è una spinta.
Ma guarda su cosa quella spinta si è formata. Non su un gruppo reale, con una storia alle spalle e delle parole che circolano. Su due sconosciute distinte da una maglietta, in mezzo minuto, senza che venisse detta una sola parola diversa sull’una o sull’altra.
Se basta questo, la domanda su cosa insegniamo ai nostri figli cambia forma.
L’altro canale
Perché è sulle parole che ho lavorato, quando ho provato a insegnare questa cosa.
Dico a mia figlia che siamo tutti uguali. Le spiego che non si giudica dall’aspetto, che le differenze sono una ricchezza, che chi arriva da lontano ha diritto allo stesso rispetto. Sono cose vere, e dirle è giusto.
Solo che quell’esperimento le mette in una luce scomoda: lì le parole erano identiche, e non hanno impedito niente. Non dice che le parole non contino — non le ha nemmeno messe alla prova, le ha tenute ferme apposta. Dice che, anche restando identiche, non bastano a impedire che un bambino impari qualcos’altro nello stesso momento.
Attenzione a cosa non sto dicendo. Non sto dicendo che siamo ipocriti — nell’esperimento non c’era nessun ipocrita, c’erano delle attrici che si comportavano in un certo modo, e basta. Il meccanismo non ha bisogno della malafede per funzionare.
I tre ricercatori, nel titolo del loro studio, hanno scelto una parola e l’hanno messa fra virgolette: un pregiudizio si prende. Come si prende un raffreddore — standoci vicino, mentre nessuno ha deciso di darcelo.
Anzi, funziona meglio in perfetta buona fede: chi crede di aver già fatto il lavoro dicendo la frase giusta smette di guardare l’altro canale. È quello che ho fatto io: la parte detta con cura era l’unica che stavo sorvegliando.
Fin dove arriva questo studio
Vale la pena essere precisi, perché su questo tema l’esagerazione viene facile e fa danno.
Gli autori dichiarano tre limiti, e sono seri. I bambini vedevano segnali positivi verso una e negativi verso l’altra, quindi non si sa quale dei due guidi l’effetto. I segnali nel video erano volutamente evidenti, mentre nella vita reale sono sottili — e se anche i segnali sottili diffondano il bias, scrivono, «resta una domanda aperta». E non si sa se i bambini esposti riproducano poi quegli stessi segnali con altri.
C’è anche un confine dentro i dati: nel secondo esperimento la preferenza si è estesa ad altre persone, ma non in modo significativo all’amico della donna preferita. La cosa si propaga, e a un certo punto si ferma.
E l’estensione ai pregiudizi veri — quelli etnici, religiosi, di classe — gli autori la presentano come un argomento, non come un risultato dimostrato. Citano Allport, che nel 1954 parlava di un’«atmosfera infetta» senza spiegare come funzionasse. Questo studio mostra un modo in cui potrebbe funzionare. Non dimostra che sia quello che succede in una piazza.
Cosa si può fare
Qui la tentazione sarebbe dire: controlla la tua faccia. È un consiglio quasi impossibile da rispettare — pochi governano il proprio tono per ventiquattro ore — e trasformerebbe ogni incontro in un esame, il che di solito peggiora quello che si vorrebbe migliorare.
E nemmeno «frequenta persone diverse»: in un paese piccolo, dove ti conoscono già tutti, quella frase non è un consiglio, è una misura che qualcuno fallisce leggendola.
Quello che si può fare non è un’azione in più. È toglierne una:
Smettere di considerare chiusa la faccenda perché la frase giusta è stata detta.
Non costa niente, non richiede tempo, non richiede di avere accanto nessuno in particolare. Chiede solo di togliere una spunta da una casella che credevamo spuntata.
Perché un figlio, mentre ascolta l’opinione, sta guardando anche la faccia di chi gliela dice.
Fonti scientifiche (1)
- Skinner, A.L., Meltzoff, A.N. & Olson, K.R. (2017). "«Catching» Social Bias: Exposure to Biased Nonverbal Signals Creates Social Biases in Preschool Children." Psychological Science, 28(2), 216-224 . ↗︎ fonte Letto al full-text (copia depositata dagli autori, Institute for Learning & Brain Sciences, University of Washington). Due esperimenti su bambini di 4-5 anni. Video di circa 30 secondi: due attrici salutano due donne sconosciute, distinte solo dal colore della maglietta, e danno a entrambe un giocattolo identico. «Il linguaggio rivolto ai due bersagli era identico nel contenuto» e i bersagli rispondevano allo stesso modo; cambiavano solo i segnali non verbali (sorriso contro smorfia, sporgersi contro allontanarsi, entusiasmo contro riluttanza nel porgere il giocattolo, tono caldo contro freddo). Tutto controbilanciato. ESPERIMENTO 1 (N=67): il 67% preferisce il bersaglio dei segnali positivi, p = .007, g = .17. ESPERIMENTO 2 (N=81): i bambini generalizzano la preferenza ad altri individui, p < .001, g = .25. LIMITI DICHIARATI DAGLI AUTORI, riportati nel corpo: i bambini vedevano segnali sia positivi sia negativi, quindi non si sa quale dei due guidi l'effetto; i segnali erano volutamente evidenti e «resta una domanda aperta se segnali non verbali sottili possano diffondere bias sociali»; non è noto se i bambini esposti riproducano poi quei segnali. Nell'Esperimento 2 la generalizzazione ha un confine: i bambini NON hanno preferito in modo significativo l'amico del bersaglio positivo (56%). L'estensione a bias razziali, etnici o religiosi è presentata dagli autori come argomento («we argue that… may have implications»), non come risultato