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«Non toccare, è sporco»
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«Non toccare, è sporco»

5 minuti di lettura ·

Su una spiaggia qualsiasi, in agosto, questa frase si sente dire di continuo: «Non toccare, è sporco.»

Vale la pena guardare cosa la fa scattare. Un’alga spiaggiata. Un guscio con dentro ancora qualcosa. Una formica sul telo. Una foglia di posidonia — che è una pianta marina, non un rifiuto. E quando quelle foglie si accumulano sulla battigia trattengono la sabbia e proteggono la spiaggia dall’erosione: portarle via significa portare via anche la sabbia, tanto che poi i comuni devono ricomprarla (ISPRA).

E vale la pena guardare cosa non la fa scattare. Il tappo di plastica a mezzo metro. Il vetro smerigliato in mezzo alla sabbia, che nessuno chiama vetro rotto perché ormai è liscio. Il mozzicone, i cento mozziconi.

Quelli non sono sporchi. Quelli sono paesaggio.

Una categoria, non una proprietà

«Sporco» sembra una cosa che le cose hanno, come il peso. Non lo è: è una categoria, e i bambini la imparano guardandoci.

Un bambino di quattro anni non sa che un’alga è viscida-e-quindi-sgradevole. Lo scopre dalla faccia che facciamo noi. Non sa che una formica sul telo è un problema e una bottiglia sotto la sabbia no: glielo insegniamo senza dirlo, ogni volta che una delle due ci fa scattare e l’altra no. Non serve una lezione: basta la reazione.

E se metto in fila le due liste, quello che rischio di aver insegnato somiglia molto a questo: pulito significa privo di vita. Una spiaggia rastrellata, l’acqua senza foglie, la sabbia senza insetti. Il posto ideale, quello delle fotografie, è quello dove non c’è niente di vivo tranne noi.

Non è un modo di dire

Questo processo ha un nome in letteratura e viene studiato da anni: biofobia — paura, disgusto o forte avversione verso gli organismi viventi.

Una rassegna del 2024 (Soga e Evans, People and Nature) mette insieme quello che si sa su come si acquisisce, e la riga che conta per un genitore è questa: gli atteggiamenti e i comportamenti negativi degli adulti verso gli animali sono fra i predittori più potenti del livello di biofobia dei bambini. Vale per i genitori e vale per gli insegnanti.

Non è qualcosa che riguarda un domani lontano: fra i predittori c’è la faccia che fai davanti a un ragno, mentre tuo figlio ti guarda.

E prima di continuare vale la pena dire una cosa, perché il seguito è più facile da leggere sapendola: quella faccia non l’hai scelta. L’hai imparata a tua volta, da qualcuno che a sua volta l’aveva imparata. Qui non c’è niente da farsi perdonare — c’è solo una cosa che, una volta vista, si può smettere di passare avanti.

Gli autori descrivono anche il circuito che si autoalimenta. Chi evita un organismo segnala agli altri che quell’organismo va evitato. Meno lo si incontra, meno lo si conosce; meno lo si conosce, più fa paura — e più si diventa disposti a credere qualunque cosa venga detta su di lui. Il risultato è la paura di cose che non si sono mai viste da vicino.

E gli stessi autori dichiarano dove finisce quello che sanno: come funzionino esattamente questi circuiti «resta poco documentato», e l’idea che l’educazione riduca le fobie irrazionali «non è stata formalmente testata». Quindi: il legame fra quello che facciamo vedere e la paura dei bambini è documentato. Che basti spiegare per far passare una paura già presa, invece, non è documentato — ed è una cosa diversa da quella di cui parla questo pezzo, che riguarda ciò che succede prima, quando la categoria si sta ancora formando.

Il pezzo che nessuno guarda

Torniamo alla spiaggia, perché c’è una cosa che si vede solo mettendo le due liste una accanto all’altra.

La lamentela contro l’alga è impossibile da soddisfare: quell’alga ci sarà sempre, perché è il mare che funziona. Chi pretende un mare senza foglie sta chiedendo un mare morto, e non lo otterrà mai — quindi avrà sempre motivo di lamentarsi. È una lamentela costruita per non poter essere smentita, come quella sul tempo.

La sporcizia vera, intanto, è lì. Solo che non attiva niente, perché l’abbiamo lasciata noi e le cose che lasciamo noi non entrano nella categoria.

Non è ipocrisia, ed è più interessante dell’ipocrisia: l’anomalia si vede, l’abitudine no. Un insetto sul telo è un evento; cento mozziconi sono lo sfondo. A me non è mai capitato di lamentarmi dell’aria, e non perché sia sempre pulita.

Cosa si può fare stasera

Qui la tentazione sarebbe dirti di portare i bambini nella natura, più spesso, più a lungo. È un consiglio che presuppone tempo libero, un’auto, un posto dove andare e la forza di organizzarlo — e chi non ha quelle cose lo legge come l’ennesima misura che non raggiunge.

Quello che si può cambiare è più piccolo e sta interamente dentro una frase già detta.

La prossima volta che sta per uscire «non toccare, è sporco», esiste una versione che costa meno parole e apre molto di più:

«Cos’è?»

Due parole in meno, e fanno il contrario. La prima frase chiude una categoria — questo appartiene alle cose da cui stare lontani. La seconda apre una domanda, e per rispondere bisogna guardare.

Funziona su un balcone, in un cortile di città, in una pozzanghera. Non richiede una spiaggia, e nemmeno che tu sappia cosa sia quella cosa: «non lo so, guardiamo» è una risposta migliore di quasi tutte le altre.

E se la risposta è che è davvero un vetro rotto, «non toccare» resta la frase giusta. Il punto non è smettere di proteggere: è accorgersi di quante volte la usiamo per qualcosa che non fa male a nessuno — e di cosa impara, chi ci guarda, sul mondo in cui è appena arrivato.

Fonti scientifiche (2)
Approfondisci La lamentela che nessun tempo può smentire