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Ragionare dalla propria parte
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Ragionare dalla propria parte

17 minuti di lettura ·

Una domanda è stata fatta a millecentosettantaquattro ragazzi svizzeri fra i dodici e i diciannove anni, in tutte e tre le regioni linguistiche, mentre erano seduti in classe durante una lezione: quando ti arriva una notizia, come fai a sapere se è vera?

Le risposte, portate dentro un’aula di venticinque, si distribuiscono così.

Diciassette ne parlano con i genitori. Sedici con gli amici. Tredici la cercano su un giornale serio, dodici la confrontano con quello che già sanno, dodici guardano su altri siti. Nove controllano chi manda la notizia. Sette vanno a sensazione. Tre la condividono e guardano come reagiscono gli altri. Tre lasciano perdere. Due o tre aprono l’indirizzo del sito per vedere di chi è.

Due lo chiedono a te.

I dati sono del 2018 (Waller et al., 2019): sono autodichiarazioni, e portare percentuali nazionali dentro una classe è un modo di guardare, non una misura della tua.

Guarda i primi due della lista. Sono i controlli che i ragazzi fanno più spesso, e hanno una cosa in comune: passano da qualcuno. Anche il terzultimo — quello che condivide una notizia per vedere come reagiscono gli altri — sta facendo un esperimento con un disegno preciso: una domanda, un intervento, una misura. Solo che la variabile che osserva è il gruppo.

Il criterio di riserva

Per giudicare un’affermazione serve un criterio, e i criteri costano. Bisogna sapere qualcosa del tema, o sapere dove andare a guardare, o avere il tempo di farlo.

Quando il criterio manca, ne resta uno solo, ed è disponibile sempre: chi lo dice. È gratuito, si applica in un secondo a qualunque argomento, e in più regala un gruppo a cui appartenere. Chi lo usa sta facendo la cosa ragionevole con gli strumenti che ha in mano.

E sbaglia in tutte e due le direzioni, il che si vede bene nei numeri. In un esperimento tedesco su un campione nazionale rappresentativo (Oswald et al., 2026), i partecipanti che dichiaravano voto per il partito di estrema destra giudicavano attendibile il 45% delle fonti inattendibili. Nello stesso momento, giudicavano inattendibile il 39% di quelle attendibili. Il criterio della parte è una bussola che punta al gruppo, e sbaglia da tutte e due i lati con la stessa naturalezza.

Cosa spostano gli anni di scuola

La risposta che viene per prima è che serva più scuola. È la risposta che chi insegna spera, perché mette il rimedio dentro il proprio raggio d’azione.

I due studi più grandi che l’hanno misurata danno risposte diverse, e conviene guardarle tutte e due.

Il primo è una meta-analisi del 2024 che ha rimesso insieme i dati di ogni singolo partecipante di trentuno esperimenti: 11.561 persone, 256.337 giudizi su notizie vere e false. Gli anni di istruzione formale restano fuori dall’elenco dei predittori: l’effetto misurato è 0,07, con un intervallo che tocca lo zero. Chi ha studiato di più mostra semmai una piccola tendenza in più a giudicare vere le notizie che gli passano davanti (Sultan et al., 2024). Gli autori usano la parola striking, sorprendente, e la usano per il proprio risultato.

Il secondo ha guardato 66.242 persone in ventiquattro Paesi, con la prova standardizzata di venti titoli che circola in tutta questa letteratura. Lì l’istruzione compare, e in modo ordinato: ogni gradino in più vale 0,30 punti, e fra chi si è fermato alla scuola dell’obbligo e chi ha un titolo post-laurea la distanza è di 1,57 punti (Kyrychenko et al., 2025).

Su venti domande, 1,57 punti sono una domanda e mezza. È una distanza reale, misurata su un campione enorme. Ed è anche questa: chi ha un dottorato ne sbaglia in media due, chi ha finito l’obbligo tre e mezzo.

Cosa separa i due studi, per chi voglia farsi un’idea. Il primo è statunitense e misura la capacità di discriminare tenendola separata dalla tendenza a rispondere «vero»; il secondo copre ventiquattro Paesi e usa il punteggio complessivo. Il primo classifica l’istruzione su tre livelli, il secondo su quattro. Quale delle due differenze produca il disaccordo resta una domanda aperta — e finché lo è, chiunque citi uno dei due come risultato acquisito sta scegliendo quello che gli serve. Vale anche per questo articolo, che ha scelto di riportarli entrambi.

Tieni da parte la forma di questo disaccordo, perché fra poco si ripresenta uguale: una stessa parola, misurata in due modi, restituisce due numeri diversi, e i conti tornano da tutte e due le parti.

Poi c’è una terza strada, da tutt’altra letteratura, e su questa il quadro è più fermo. Keith Stanovich e Maggie Toplak studiano da trent’anni la tendenza a ragionare a partire dalla propria parte, ed è a quella che si riferiscono quando riassumono così il rapporto con l’istruzione: è indipendente dall’intelligenza e dal livello di studi, al punto che le facoltà universitarie — piene di capacità cognitiva e di titoli — lo mostrano quanto chiunque altro (Stanovich & Toplak, 2023).

Vale la pena fermarsi un attimo su questa frase, perché toglie qualcosa di pesante. La sera in cui ti sembra che quattro anni del tuo lavoro abbiano lasciato questo punto esattamente dov’era, il dato ti dà ragione e la spiegazione che ci metti sopra va cambiata. Il fattore su cui stai lavorando resta dov’è anche negli edifici dove si producono i dottorati. È basso quasi per tutti, e non è il tuo insegnamento che ha mancato il bersaglio.

In tutte e due le letture, però, resta moltissimo da spiegare: la scuola sposta poco, o sposta una domanda e mezza su venti. Cosa riempie il resto?

Quale caratteristica protegge

Nel 2022 sette ricercatori hanno pubblicato uno studio preregistrato su 2.622 persone, costruito per rispondere esattamente a questo: fra le caratteristiche psicologiche che di solito si tirano in ballo, quale predice meglio la capacità di riconoscere una notizia falsa?

Ne hanno messe quattro in gara. Il test di riflessione cognitiva, che misura la capacità di fermare la prima risposta che viene in mente e controllarla. La numeracy, cioè saper leggere numeri e proporzioni. L’orientamento politico. E il pensiero attivamente aperto: la disposizione a considerare le opinioni alternative e a lasciarsi spostare da una prova contraria.

L’ordine è netto (Roozenbeek et al., 2022). Il pensiero attivamente aperto arriva primo, con una correlazione di 0,43, ed è più forte di tutti gli altri con un margine ampio. Segue l’orientamento politico, a −0,34: chi si colloca a destra, in quel campione statunitense, distingue un po’ meno bene. Poi la numeracy, 0,25. Ultimo, il test di riflessione cognitiva: 0,15, e quando lo si mette in una regressione insieme agli altri smette di contribuire quasi ovunque.

Sembra il rovesciamento perfetto: la capacità di fermarsi e ragionare — la cosa che chiamiamo pensiero critico quando ne parliamo in astratto — sarebbe l’ultima della lista.

Solo che la meta-analisi della sezione precedente dice l’opposto. Lì il pensiero analitico, misurato con lo stesso test di riflessione cognitiva, ha sulla capacità di discriminare un effetto che gli autori chiamano strong, credible, and positive: 0,66, con un intervallo fra 0,52 e 0,81 (Sultan et al., 2024). E chi ottiene punteggi alti tende inoltre a giudicare false le notizie, cioè sbaglia dal lato della prudenza.

Due studi grandi, lo stesso test, e un giudizio opposto sul suo peso. Le differenze di metodo ci sono, e vale la pena vederle perché sono la ragione per cui bisogna leggere come una cosa è stata misurata prima di credere a quanto pesa. Il primo studio correla il punteggio del test con il totale di una prova da venti titoli. Il secondo scompone ogni singolo giudizio in due cose separate — quanto sei capace di distinguere, e quanto tendi a rispondere «vero» a prescindere — e misura l’effetto sulla prima. Sono due domande diverse, e due risposte diverse possono convivere con i conti fatti bene da entrambe le parti. La tecnica del secondo studio ha un nome, e vale la pena averlo: si chiama teoria della detezione del segnale, e serve appunto a tenere separate due cose che di solito si sommano — quanto uno è capace di distinguere, e quanto tende a rispondere in un certo modo a prescindere.

E un limite che riguarda entrambi, da tenere da qui in avanti: la prova da venti titoli presenta i titoli spogli, senza fonte e senza formattazione. Cioè priva di quello che, fra qualche riga, si rivelerà l’informazione che conta di più.

Sull’ultimo classificato, quindi, i due divergono. Sul primo c’è invece una cosa curiosa: la meta-analisi lo ha lasciato fuori. Le quattro caratteristiche psicologiche che ha messo alla prova sono altre.

Ed è come gli autori dello studio del 2022 glossano quel primo classificato che vale il resto dell’articolo. Nel loro testo il pensiero attivamente aperto compare come misura del myside bias: la tendenza a raccogliere le prove, a generarle e a valutarle stando dalla parte in cui si sta già. Il titolo dell’articolo lo dice apertamente — la suscettibilità alla disinformazione si spiega meglio con il myside bias e l’appartenenza politica che con il pensiero analitico.

Il myside bias merita una definizione a sé, perché il nome inganna. Sta lontano dalla preferenza dichiarata, dal «sto con i miei»: agisce mentre valuti. Due studi con lo stesso disegno, uno favorevole e uno contrario a ciò che pensi, ti sembrano di qualità diversa. Il difetto lo trovi nel secondo, e lo trovi davvero — è che nel primo hai smesso di cercarlo. Serve un nome perché altrimenti lo si scambia per disonestà, mentre funziona benissimo anche in chi è del tutto in buona fede.

Quindi il fattore è quanto poco ragioni dalla parte in cui stai già. E torniamo alla classe. Quei nove che controllano chi manda la notizia stanno usando il criterio giusto: la fonte conta davvero. Quello che poi mettono su quella fonte — attendibile, oppure no — se lo sono quasi sempre portato dal proprio gruppo.

Chi ha costruito il metro dice cosa non misura

A questo punto la conclusione sembra fatta: se il pensiero attivamente aperto è il predittore più forte, misuriamolo e lavoriamoci.

Qui il pezzo si complica, e vale la pena seguirlo fino in fondo, perché è il genere di complicazione che insegna a leggere tutto il resto.

La scala con cui quel fattore si misura l’hanno costruita, nel corso di vent’anni, Stanovich e la sua équipe. Nel 2019 pubblicano un articolo su di sé. Diversi gruppi avevano riportato correlazioni molto alte — fra −0,50 e −0,70 — fra le forme brevi della scala e la religiosità: un risultato che, preso alla lettera, direbbe che le persone religiose sono strutturalmente meno disponibili a rivedere le proprie idee. Nei dati del loro gruppo quella correlazione era sempre stata molto più bassa, fra −0,25 e −0,40, e con l’orientamento politico più bassa ancora.

Sono andati a cercare la differenza, e l’hanno trovata nella composizione dei questionari. Alcuni item chiedono cosa si debba fare quando si incontra una prova che contraddice «una credenza». Il termine resta generico: gli item parlano di «una credenza» e lasciano fuori l’opinione precedente su un tema. Una persona religiosa legge «credenza» e pensa alla propria fede, e risponde a una domanda diversa da quella che le si voleva fare. Le forme brevi con le correlazioni estreme erano composte per il 50-71% da item di quel tipo; le versioni del gruppo di Stanovich, per il 24-30%.

La parte che rende questo articolo degno di essere raccontato è la frase con cui gli autori registrano la scoperta: quegli item nella letteratura li avevano introdotti loro, vent’anni prima, e la possibilità che distorcessero le correlazioni gli era sfuggita per tutto quel tempo. Poi fanno la cosa che si deve fare: costruiscono item con lo stesso contenuto privi della distorsione, e mostrano che il potere predittivo resta intatto (Stanovich & Toplak, 2019). Il difetto era riparabile, e l’hanno riparato.

Quattro anni dopo, però, arrivano più a fondo, e scrivono una cosa che riguarda chiunque usi quella scala oggi:

«Va ammesso, e la cosa ridimensiona: le scale del pensiero attivamente aperto non forniscono misure accurate della tendenza a evitare il myside bias. […] Non si può semplicemente chiedere alle persone, in un questionario, se sia giusto prestare attenzione alle prove contrarie.»

Il ragionamento che ci sta dietro è semplice, ed è il motivo per cui il myside bias è difficile da qualunque lato lo si prenda. Riguarda le convinzioni a cui si tiene di più, quelle emotivamente cariche, e in buona parte quelle acquisite da bambini, in un periodo in cui la capacità di metterle alla prova mancava. Chiedere a qualcuno se sia disposto a rivedere le proprie idee misura quanto quella disposizione gli sembra desiderabile. Che è un’altra cosa (Stanovich & Toplak, 2023).

Il predittore più forte che abbiamo, quindi, è misurato da uno strumento che i suoi stessi autori dichiarano inadeguato a misurare la cosa. Il risultato di Roozenbeek regge — la scala predice, e predice più di tutte le altre — e insieme resta aperta la domanda su cosa esattamente stia predicendo.

Ed è questo che vale la pena portarsi via, più dei numeri: la prossima volta che qualcuno dice «serve insegnare il pensiero critico», esiste una domanda che chi insegna ha tutto il diritto di fare, ed è misurato come. Le risposte a quella domanda sono la differenza fra una politica scolastica e uno slogan.

Cosa resta in mano

Restano due cose, e sono più concrete di quanto il giro fin qui lasci pensare.

La prima è nella stessa pagina di Stanovich e Toplak, subito dopo la frase sul questionario. Se si vuole sapere davvero come una persona tratta le prove contrarie, il metodo è: prendere una convinzione specifica che quella persona ha per davvero su un tema, metterle davanti una prova che la contraddice, e osservare come la assimila.

È la descrizione di un disegno di ricerca. È anche, parola per parola, la descrizione di una cosa che in un’aula si può fare — e che un questionario di educazione civica, per costruzione, lascia fuori. La differenza fra le due situazioni è che nella seconda l’insegnante vede il momento in cui la prova arriva.

La seconda è un gesto con una misura, e vale la pena notare di che tipo di misura si tratti. Tutto quello che si è sbriciolato fin qui riguardava le persone: chi è più esposto, quale caratteristica protegge. Quella domanda, allo stato, riceve risposte diverse a seconda di come la si misura.

C’è però un’altra famiglia di risultati, e riguarda le situazioni invece delle persone: cosa cambia se cambio quello che il lettore ha davanti. Nella stessa meta-analisi, mostrare la fonte accanto al titolo ha sulla capacità di distinguere un effetto di 0,44 — forte, e nella direzione che si spera. E aiuta di più uno dei due schieramenti politici del campione: quello che, nello stesso studio, distingue meno bene. Fra loro il guadagno è maggiore di 0,17 rispetto agli altri (Sultan et al., 2024). Gli autori si fermano qui; leggerlo come «serve di più a chi parte in svantaggio» è un passo che aggiungo io.

Le domande sulle persone si contraddicono; quella sulla situazione tiene meglio. Per chi insegna è la differenza fra cercare di cambiare chi hai davanti e cambiare quello che gli metti davanti — e solo la seconda è alla portata di un martedì pomeriggio.

Il gesto che mette quella fonte davanti agli occhi è uscire dalla pagina e andare a vedere chi c’è dietro. È il gesto che separa i verificatori professionisti dagli storici con dottorato, che restano dentro la pagina e leggono dall’alto in basso (Wineburg & McGrew, 2019). Come si insegna, e fin dove arriva, sta in Uscire dalla Pagina.

Qui aggiungo solo il caso che riguarda l’aula, e che in quell’articolo manca: lo studente che ha già giudicato la fonte. Quando qualcuno liquida un’affermazione con «sì, ma quello è di destra», la reazione naturale è riportarlo sul contenuto. Funziona raramente, e c’è una ragione: quello studente sta già valutando la fonte, che è la cosa che gli chiediamo di fare. Il punto debole sta altrove — nell’informazione su cui basa quel giudizio, che gli è arrivata dal suo gruppo.

Da lì la domanda diventa un’altra:

«Bene. Questo l’hai saputo dove?»

«Apri una seconda scheda: chi altro parla di lui, e cosa dice?»

Costa due minuti e si aggancia a quello che lo studente ha già fatto, invece di contraddirlo. Continua a guardare chi parla; va a cercare altrove le informazioni su chi parla.

Fin dove arriva

Un intervento di questo genere è stato misurato bene, e i numeri chiedono modestia.

Nell’esperimento tedesco già citato, un video di cinque minuti che insegna il gesto migliora il discernimento sulle affermazioni di 1,6 punti percentuali. Sull’attendibilità della fonte l’effetto tocca lo zero. E a due settimane di distanza il gruppo che aveva visto il video è indistinguibile dal gruppo di controllo (Oswald et al., 2026).

Nello stesso studio, però, i dati di navigazione di 202 partecipanti dicono un’altra cosa: chi aveva visto il video, nei minuti successivi, apriva un motore di ricerca da tre a quattro volte più spesso. Il gesto, quindi, viene adottato. A svanire è il guadagno nel discernimento — quei 1,6 punti — e svanisce come svaniscono quasi tutti gli interventi brevi contro la disinformazione, quando qualcuno li rimisura settimane dopo.

Il che è, letto bene, un argomento a favore della scuola. Un video dura cinque minuti; una domanda fatta in classe si può fare mille volte in tre anni. Quello che a quell’esperimento manca — la ripetizione nel tempo — è esattamente ciò che un’aula ha.

Due avvertenze ancora. La seconda riguarda un risultato che all’articolo farebbe comodo, e che va maneggiato con le stesse pinze di tutti gli altri.

La prima riguarda i test, ed è il limite già segnalato più sopra: le prove presentano titoli spogli, privi di fonte e di formattazione. Misurano il discernimento in una condizione più povera di quella in cui i ragazzi leggono davvero.

E ce n’è una che questo articolo lascia aperta, perché la risposta gli manca. Se metti davanti a uno studente una prova contraria a una sua convinzione e lui la assorbe bene, quella capacità la userà anche sulla convinzione successiva, su un altro tema? Oppure l’esercizio va rifatto ogni volta, credenza per credenza? È la domanda che porterei in aula docenti, ed è onesto dire che qui resta senza risposta.

La seconda riguarda la tesi opposta a quella di questo pezzo. Per anni la posizione più citata su questo terreno è stata che una maggiore capacità di ragionare venga impiegata per difendere meglio la propria parte: più sei attrezzato, più sofisticata è la difesa (Kahan et al., 2017). Una replica preregistrata su 3.154 persone, con criteri fissati in anticipo, non ha trovato buona evidenza di quell’effetto (Persson et al., 2021). Il quadro resta aperto, quindi, in una direzione e nell’altra. Due volte in questo articolo un risultato molto citato si è rivelato più fragile di come circola, e in un caso il beneficiario della fragilità è l’articolo stesso: è la ragione per cui i numeri qui sopra arrivano tutti con la loro misura accanto.

La parte che ti riguarda

Il legame fra tutto questo e la politica esiste anche nei dati, ed è più mite di come lo si racconta di solito. In uno studio su sedici Paesi, attribuire valore alla democrazia si associa a un discernimento migliore fra notizie vere e false (Arechar et al., 2023). È un’associazione, e va tenuta per tale: dice che le due cose viaggiano insieme, senza dire quale tira l’altra.

Ma la direzione che indica è quella su cui una scuola può appoggiarsi. La crisi della rappresentanza si discute quasi sempre dal lato dell’offerta — i partiti che si svuotano, le liste che faticano — che è il lato su cui un docente può fare poco. Il lato della domanda è un altro, e passa da dentro un’aula: da come si formano le persone che a quelle liste dovranno guardare.

Alla fine di tutto restano quei due su venticinque che vengono a chiedertelo. Sono pochi, e sono la parte del problema che ti sta a portata di mano. Quello che puoi restituirgli costa due minuti, e adesso lo sai.

Fonti scientifiche (11)
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