GenitoriEducatoriTecnologie e mediaPanoramica serieFondamentiStrumentiBibliotecaGiochi EducativiContatti
Vetrine rotte e piante di basilico
Vedere Oltre

Vetrine rotte e piante di basilico

6 minuti di lettura ·

Gli chiedi com’è andata a scuola, e lui dice «bene». Gli chiedi che cosa hanno fatto, e lui dice «niente». Molti genitori me lo raccontano, spesso con queste due parole.

Dietro quella risposta possono starci la stanchezza delle quattro del pomeriggio, la voglia di tenere per sé un pezzo di giornata, la distanza che a quindici anni è normale prendere. Qui si segue la fiducia, che cresce nel tempo. Un ragazzo racconta quando ha già provato a dirti una brutta nota o una bugia, e ha visto la tua faccia cambiare per la cosa e restare la stessa per lui. E quando ha visto che ciò che dice cambia qualcosa.

Quest’autunno, in Francia, dei ragazzi hanno raccontato che cosa manca nella loro scuola, e il loro video è stato visto un milione e mezzo di volte.

Un liceo che chiede lezioni

A metà settembre, al liceo Saint-Exupéry di Créteil, vicino a Parigi, mancano persone, una per una. Insegnanti, anche di francese. Infermieri. Il responsabile delle filiere professionali, che firma gli stage: senza la sua firma, gli stage restano in sospeso.

Prima scioperano i docenti. Il giorno dopo, il 17 settembre, gli allievi bloccano il liceo. Denunciano la mancanza di mezzi e di personale, le classi troppo piene, i banchi che mancano in alcune aule. Otto di loro, in un’intervista diffusa su TikTok, raccontano di sentirsi abbandonati, come ragazzi che vivono in periferia (Rivière, 2026).

Hanno detto che cosa manca: il contrario del «niente». E bloccare un liceo ha senso se ci si aspetta che qualcuno, dall’altra parte, ascolti e ripari: copra i posti vuoti.

Che cosa separa le strade

Davanti a una piazza, la prima spiegazione è il disagio: il malessere cresce, e prima o poi esce. Ha dalla sua dati veri: in Svizzera, fra le ragazze di 15-24 anni, il disagio psicologico medio o forte passa dal 19% del 2017 al 29% del 2022 (Indagine svizzera sulla salute; UST, 2023). Lo psicologo sociale Staerklé l’ha detta così, a fine ottobre, in un’intervista alla Basler Zeitung riportata da tio.ch (l’originale non l’ho letto): «Anche in Svizzera ci sono persone che non hanno più nulla da perdere» (Ticinonline, 2026). Nella stessa intervista giudica improbabile, in Svizzera, una protesta come quella francese. È un’opinione, e chi la legge di fretta ci sente questo: chi ha perso tutto ha perso anche i freni.

Créteil però sta stretta in questa spiegazione. Quei ragazzi avevano qualcosa da perdere, e lo stavano perdendo: l’anno, gli stage. Il disagio c’era; che cosa farne sta su un altro piano.

Su questo piano hanno lavorato Tausch e colleghi (Tausch et al., 2011), con studenti tedeschi contro le tasse universitarie e con musulmani in India e in Gran Bretagna. Hanno misurato emozioni, intenzioni e quanto credevano che il loro gruppo potesse ottenere qualcosa agendo insieme: l’efficacia percepita.

Chi ci crede è più disposto a protestare dentro le regole, per esempio con un corteo. E l’emozione che va con questa strada è la rabbia.

Chi ci crede poco è più disposto all’azione fuori dalle regole, quella che provoca, e l’emozione che va con questa strada è il disprezzo. In questi studi la seconda strada si chiama come la frase di Staerklé, «nothing to lose».

Ecco come Créteil e quella frase stanno insieme. In questi studi, sulla seconda strada si trova chi crede poco che chiedere serva.

I ragazzi di Créteil avevano detto, una per una, le cose che mancano.

A Milano, il 17 ottobre, una manifestazione contro il carovita convocata online finisce con vetrine sfondate, e il giorno dopo un nuovo appuntamento, circolato sui social, riporta i ragazzi in centro. In due giorni: negozi di scarpe e di sport saccheggiati, centinaia di fermati, in gran parte minorenni, e telefoni che filmano ogni vetrina che cade (Il Post, 2026; Camilli, 2026). Un sedicenne, a una barricata vicino al Duomo, racconta al Fatto Quotidiano (Bauducco, 2026): «Abbiamo deciso di fare questo perché vogliamo farci sentire e le manifestazioni pacifiche delle scorse settimane non hanno avuto valore». Nelle sue parole c’è il pensiero della seconda strada: chiedere in modo pacifico non è servito, e allora si cambia modo. Chi si è aggiunto per portarsi via un paio di scarpe sta fuori da questi studi, fatti su persone con una causa.

Una terza strada, per ora, è solo un’ipotesi: chi smette di credere che chiedere serva, e resta solo, forse si chiude in camera e dice «tanto è uguale».

La differenza fra le tre sta nell’indirizzo. Chi è arrabbiato con te ti sta ancora dicendo che cosa vuole, e si aspetta che tu gli risponda. Il disprezzo colpisce al posto di chiedere. Il ritiro tace.

Un limite pesa su tutto questo: ogni persona è stata interrogata una volta sola. Si vede quali cose vanno insieme; se la fiducia persa porti al disprezzo, o il contrario, o se una terza cosa produca entrambi, resta da capire.

In Svizzera

Una misura vicina a questa fiducia, anche se chiede della persona e non del gruppo, è il Generationen-Barometer 2025 di Sotomo (Frisch et al., 2025), su 2’754 persone della Svizzera tedesca e francese, nell’autunno 2024 (il Ticino è fuori dal campione). Alla domanda «Quanto è grande il suo influsso personale sul futuro della nostra società?», fra chi ha meno di 35 anni (il sondaggio parte dai 18) risponde «piccolo» il 73% nel 2022 e l’88% nel 2024.

Gli stessi giovani, per lo più, si dicono soddisfatti della propria vita. È sul futuro della società, quello che si decide insieme, che sentono di contare poco.

Si può obiettare che è realismo: una persona sola incide poco sul futuro di un Paese. Il realismo però era lo stesso nel 2022, e in due anni la quota è salita di quindici punti.

Che cosa possono fare gli adulti

Il compito degli adulti si fa preciso: fare in modo che un ragazzo, quando chiede qualcosa, veda che la sua richiesta è stata presa sul serio. Che si impari in casa e a scuola è un’ipotesi mia.

Immagina un figlio di sedici anni che chiede di passare il sabato sera fuori con gli amici, in un posto che il genitore conosce poco. Il genitore può alzare la voce e chiudere il discorso, o alzare le spalle: «fai come vuoi». Sono risposte opposte, e dicono la stessa cosa: ciò che il figlio ha detto ha pesato zero. E il messaggio è lo stesso se il genitore ha preferito tagliare corto o se era troppo stanco per ascoltare.

La terza risposta è più lenta, e chiede tempo e presenza: il telefono giù, ascoltare fino in fondo. Il genitore ripete con parole sue che cosa il figlio ha chiesto, dice che cosa lo preoccupa, l’ora, il ritorno, chi c’è, e poi decide. Se è no, il figlio sa che cosa lo farebbe diventare sì un’altra volta. In una frase: rispondere in modo che chi ha chiesto ritrovi nella risposta ciò che ha detto.

A scuola funziona allo stesso modo. Una classe chiede di spostare una verifica, perché quella settimana ne ha già due. Il docente la sposta di due giorni, oppure la tiene e dice perché, con una ragione che gli allievi possono discutere.

Anche a un docente, a volte, chiedono com’è andata. Un insegnante, a un conoscente che gli chiedeva come va il lavoro, ha risposto: «Non si può proprio agire». E per spiegarsi: «I capi ci danno piantine di basilico da far crescere nella sabbia della spiaggia di Riccione, per un campionato del pesto alla genovese. Sul pesto ci valutano loro, e da quel giudizio dipende se arriverà il reincarico tacito o se resteremo precari. Le piantine andrebbero divise e trapiantate, ma ci tocca tenerle nel vasetto, dove già sappiamo che si soffocheranno a vicenda».

«Non si può proprio agire» suona come il «niente» dei ragazzi, detto da un adulto: la risposta di chi ha smesso di aspettarsi che raccontare cambi qualcosa. È il «piccolo» del Generationen-Barometer, detto da chi lunedì mattina avrà davanti una classe che chiede di spostare una verifica, e sa che dovrà esserci davvero, e spiegare il suo sì o il suo no tenendo la loro fiducia.

Fonti (8)
Approfondisci «Niente»: la domanda che chiude e la presenza che apre