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Dio, germi e sirene
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Dio, germi e sirene

9 minuti di lettura ·

Un’adulta entra in casa di una famiglia con un bambino piccolo. Porta due cibi che quel bambino non ha mai visto. Ne appoggia uno sul tavolo e dice: «Qualcosa da mangiare.»

Assaggia circa un bambino su quattro.

Un altro giorno, un altro bambino, stessa casa, stesso cibo, stessa frase — con una differenza sola: mentre la dice, l’adulta ne mangia un pezzo anche lei.

Assaggiano circa tre su quattro.

Le parole sono le stesse. Il cibo è lo stesso. Nessuno ha spiegato niente, nessuno ha insistito, nessuno ha promesso un premio. L’unica differenza è che una delle due donne ha messo in bocca quello che stava offrendo.

Perché a un bambino piccolo quel dettaglio dovrebbe importare?

Quello che il bambino stava misurando

Cambia una cosa sola, e non riguarda il messaggio: riguarda chi lo porta.

Dire «qualcosa da mangiare» non costa nulla. Si può dire di qualunque cosa, anche di una che non mangeresti mai. Mangiarne un pezzo davanti a lui è un’altra faccenda: se quella donna pensasse che il cibo è cattivo, quel gesto le costerebbe qualcosa. È l’unica informazione, in tutta la scena, che non si può produrre gratis.

Il bambino non stava soppesando la frase. Stava guardando se chi la diceva ci metteva qualcosa di suo.

Il meccanismo ha un nome

Joseph Henrich apre un suo lavoro del 2009 con una domanda che sembra un proverbio: perché i fatti parlano più forte delle parole?

La risposta che propone parte da un problema pratico. Chi impara — un bambino, ma anche un adulto in un posto nuovo — deve decidere a chi dare retta, e ha davanti gente che dice tutto e il contrario di tutto. Le dichiarazioni sono a costo zero: chiunque può affermare qualsiasi cosa, e chi mente le pronuncia con la stessa facilità di chi è sincero. Quindi serve un segnale di un altro tipo — un atto che sarebbe stato costoso, per chi l’ha compiuto, se credesse il contrario di quello che dice. Henrich li chiama credibility enhancing displays: gesti che rendono credibile chi parla.

E scrive una riga che è il motivo per cui questo articolo esiste: chi impara sembra spegnersi davanti alle affermazioni su come ci si dovrebbe comportare — cosa fare, quando, perché — se non arrivano accompagnate da uno di quegli atti.

Non «distratto». Spento: il canale resta aperto e non ci passa niente.

(Su un’altra tesi dello stesso autore — la perdita di tecnologie in Tasmania — qui è stato scritto che il dibattito è aperto e senza vincitore. Vale la pena saperlo: il meccanismo di cui parlo qui poggia su esperimenti fatti da altri.)

Perché ai germi si crede

Un bambino cresce dentro il racconto di parecchie cose che non ha mai visto. Dio, per esempio. Ma anche i germi: un germe, a occhio nudo, non si vede. E le sirene, che nelle storie ci sono da un pezzo.

Tre entità invisibili, raccontate con la stessa serietà. I bambini credono alle prime due e non alla terza — e la differenza non sta nel racconto.

Di Dio vedono fare qualcosa: si prega, ci si veste in un certo modo, si va da qualche parte la domenica, ci si rinuncia a qualcosa. Dei germi vedono la stessa cosa: la merenda caduta per terra si butta, prima di mangiare ci si lava le mani, e quando uno tossisce ci si sposta. Per le sirene non si fa niente. Non c’è un gesto quotidiano che le dia per esistenti.

Henrich, correttamente, dichiara che questa lettura è una suggestione e non una prova. La riporto per quello che è — e per la domanda che apre.

Quanto costa dire «rispetto»

Perché la domanda è: quali altre cose, per un bambino, stanno nella categoria delle sirene?

Ci finisce tutto quello che gli viene insegnato a parole senza che dirlo costi nulla a nessuno. E il rispetto è il caso perfetto, perché è la cosa che si dice meglio del mondo: si spiega in poche frasi, sta bene in un cartellone, non scontenta nessuno. Dirlo, di per sé, quasi mai costa qualcosa a chi lo dice.

Il che significa che l’ora in cui lo si spiega è il momento in cui quel messaggio pesa di meno. L’informazione sta altrove, in posti che non sembrano educativi: il tono con cui rispondi a qualcuno mentre tuo figlio è nella stanza, chi saluti entrando e chi no, cosa succede quando la ragione ce l’ha lui e non tu, se una promessa scomoda la mantieni anche quando costa. Materiale ordinario — niente che qualcuno abbia programmato.

Su questo sito c’è un pezzo su un esperimento in cui le parole rivolte a due persone erano identiche nel contenuto e i bambini imparavano lo stesso, guardando le facce. Là il canale è quello che ci sfugge di mano; qui è quello che ci costa qualcosa.

E qui va detto quanto pesa questo passaggio, perché l’ho scoperto cercando chi critica Henrich. Tre filosofi della scienza hanno passato al setaccio la sua teoria nel 2022, e in una nota mettono un’avvertenza: l’idea che un bambino imiti chi è sincero è plausibile dove la credenza si può verificare o ha conseguenze pratiche — e l’esempio che fanno è proprio il cibo, «non vogliamo farci ingannare e mangiare cose velenose». Dove invece la credenza non ha conseguenze controllabili subito, scrivono, quel meccanismo «potrebbe estendersi molto meno».

Il rispetto sta nel secondo gruppo. Quindi: l’esperimento del cibo regge, e regge il meccanismo che descrive — un bambino pesa quanto costa a chi parla. Che valga anche per le cose grandi, quelle che non si verificano mettendosele in bocca, è un’ipotesi e non un risultato. Da qui in avanti si cammina su quella linea, e conviene saperlo.

Un fatto che riguarda le scuole

Un’ipotesi, però, si può prendere sul serio abbastanza da guardare cosa succede dove i bambini passano le giornate. Se quello che pesano è l’ambiente intorno a loro, vale la pena sapere quanto di quell’ambiente viene guardato davvero.

In Ticino lo strumento per misurare il clima di un istituto esiste dal 2003, si chiama QES, e nel 2023 il CIRSE della SUPSI ne ha pubblicato la validazione per la Scuola media su incarico del DECS, dopo una prova in tre istituti. Nelle conclusioni gli autori scrivono che «sarebbe opportuno potere effettuare una nuova rilevazione presso tutti gli istituti di Scuola media del Cantone Ticino». Quella rilevazione generale, a oggi, non risulta fatta: mancava nel 2023, e da allora non ne è stata pubblicata una. Senza, mancano anche i valori di riferimento — «le soglie al di sopra e al di sotto delle quali è possibile parlare di criticità»: non esiste un numero che dica quando un clima è messo male.

C’è un’ultima cosa, ed è quella che mi ha fatto tornare indietro a rileggere. Il questionario per gli allievi è validato. Quello per il personale della scuola — docenti, ma anche chi sta in segreteria, in mensa, alla custodia — no: per validarlo, scrivono, servirebbe un campione più grande.

Non è l’accusa a nessuno: a dire cosa manca sono i ricercatori stessi. Ma la forma della cosa resta. Per chiedere agli allievi come stanno dentro una scuola, lo strumento c’è ed è tarato. Per chiedere la stessa cosa agli adulti che quella scuola la fanno tutti i giorni, non ancora.

I limiti di questa spiegazione

Che le parole siano inutili. È falso, e nello stesso filone c’è il contrario: le esortazioni combinate con gli atti allargano la gamma di situazioni in cui un bambino applica quello che ha imparato. Le parole dicono cosa, quando e perché — e vengono ascoltate quando qualcosa le copre.

Che sia una storia di ipocriti. Nell’esperimento del cibo non c’è nessun ipocrita: c’è una signora che mangia e una che non mangia. Il meccanismo funziona senza malafede, ed è per questo che è interessante.

Che sia dimostrato ovunque. Sui bambini piccoli il filone regge — più gruppi di ricerca indipendenti hanno trovato che le prediche non spostano il comportamento quando chi predica fa altro — ma quegli studi sono degli anni Settanta. Su Dio e le sirene, l’autore stesso frena.

Che l’assunto di partenza sia stato messo alla prova. Che i fatti parlino più delle parole è, in fondo, psicologia del senso comune: talmente ovvia che quasi nessuno è andato a controllarla di petto — lo notano gli stessi tre filosofi, e aggiungono che un’evidenza contraria sarebbe una minaccia seria per tutta la costruzione.

Che è la cosa che mi farebbe cambiare idea: trovare bambini che seguono le parole anche quando il comportamento le smentisce. Qualcosa del genere esiste già. In uno studio del 2021, ottantatré bambini guardavano un adulto dire in quale di due scatole c’era un giocattolo mentre la sua faccia indicava l’altra: a sei anni la maggioranza ha seguito la faccia, a quattro e a cinque le parole. Non è lo stesso conflitto — lì una frase contro un’espressione, non contro un atto che costa — ma va nella stessa direzione e dice una cosa che qui va tenuta: quanto un bambino sappia leggere l’incoerenza dipende anche da quanti anni ha.

Quello che si può togliere

Il consiglio ovvio sarebbe «sii coerente». Non lo scrivo, e non solo perché chiede l’impossibile: chiede anche la cosa sbagliata. Nei dati non c’è un bambino che tiene la contabilità delle nostre contraddizioni — c’è un bambino che cerca i punti in cui a qualcuno qualcosa è costato.

Quei punti sono pochi e piccoli, e capitano da soli: quando ammetti con lui di aver sbagliato, quando dai ragione a chi ce l’ha anche se sei tu quello grande, quando tieni una parola scomoda in una sera storta. Nessuna di quelle cose richiede tempo libero, soldi, o che ci sia qualcun altro in casa.

Quello che si può togliere di mezzo, intanto, è un’idea: che il messaggio sia quello che hai scelto di dire. Se è vera anche solo per metà, parecchie delle cose che dico ai miei figli stanno viaggiando nella categoria delle sirene, e io non me ne accorgo.

Io me la ricordo, una cosa di quando ero piccolo: accorgermi al volo di quali adulti erano quello che dicevano, e quali no. L’ho scambiata a lungo per diffidenza mia.

Era il lavoro. E c’è un bambino che lo sta facendo adesso, seduto a due metri da te.

Fonti scientifiche (5)
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